Il Populismo e Grillo

Negli scorsi giorni, nelle tante parole usate a proposito di Grillo, un termine molto ricorrente tra i detrattori del comico genovese è stato il sostantivo ”populista”. Vorrei provare a capire davvero se il termine è adeguato a classificare il personaggio.
Per prima cosa proverei a capire cosa significa il termine. La designazione di “populista” è in realtà piuttosto generica e vaga e trae le sue origini sia dal movimento “Narodnik” (traducibile appunto in populista) che si diffuse in Russia nella seconda metà del diciannovesimo secolo acquisendo caratteristiche cospiratorie e terroristiche, sia dal “People’s Party” americano che acquisì un discreto seguito elettorale negli Stati Uniti a cavallo del diciannovesimo e ventesimo secolo. In comune i due movimenti avevano la difesa del modello rurale tradizionale messo in pericolo, in Russia dalle riforme di Alessandro II (che infatti i populisti assassinarono nel 1881), negli Stati Uniti dalla crescente supremazia politica del ceto industriale e mercantile. Il termine populista si è progressivamente riorientato per riferirsi genericamente ad un’ideologia che tende a contrapporre il “popolo” portatore di valori etici e sociali ad un’elite di potere corrotta. Nella sostanza spesso oggi questo termine si sovrappone più o meno propriamente a quello di “demagogo” nel designare chi cerca di assecondare le aspettative più immediate e irrazionali dell’opinione pubblica per trarne facile popolarità e consenso.
Ci si può chiedere a questo punto che differenza c’è tra democrazia e demagogia visto che anche il demagogo cerca il consenso dell’opinione pubblica. La risposta la si può trovare, a mio avviso, nel significato originale delle due parole: democrazia significa “potere del popolo”, demagogia significa “trascinare il popolo”. In sostanza la differenza profonda è che in un contesto demagogico chi governa trascina con la retorica al suo seguito il popolo, guadagnandosi a buon mercato una cambiale in bianco da parte dell’opinione pubblica per governare senza controllo, esercitando un potere che nella sostanza va dall’alto verso il basso; in un contesto democratico invece chi governa orienta la sua azione influenzato e controllato dall’opinione pubblica e quindi sostanzialmente si può dire che il potere vada dal basso verso l’alto.
Fatta questa premessa terminologica mi viene da chiedermi perché il termine populista, così vago, è così diffuso e forse abusato in Italia. La risposta sta forse nel fatto che in Italia una classe politica elitaria e che comunica poco con l’elettorato è un vizio assai frequente e chi vi si contrapponga spesso finisce fisiologicamente col farlo con argomenti simili a quelli della tradizione populista, indipendentemente dal fatto che poi la critica a questo sfoci nella demagogia o in una risposta realmente democratica. Non mi interessa più di tanto stabilire quale delle due strade Grillo ha preso, sta prendendo o prenderà. Mi interessa registrare che la fetta di opinione pubblica che seguiva Grillo in piazza ieri e che vota per le liste di Grillo oggi è in gran parte quella che vuole che l’Italia entri nel ventunesimo secolo, che diventi un paese civile e moderno e vuole partecipare a questo processo ma non trova risposte e strumenti credibili a questa sua ambizione. Mi interessa chiarire che il populismo, se c’è, non è il problema ma è la manifestazione di un problema, che è quello di una classe politica che non riesce a stabilire dei canali di comunicazione con il suo elettorato il quale continua a vederla come chiusa ed autoreferenziale, ed una classe politica chiusa ed autoreferenziale smette anche di essere democratica perché viene a mancare quell’influenza e quel controllo dei cittadini sull’esercizio del potere che è ciò che alimenta la democrazia. Senza questa linfa anche le istituzioni più democratiche, dal punto di vista tecnico, si trasformano nella vuota liturgia di un’oligarchia.
Il meccanismo delle primarie sarebbe stata per il PD un’ottima soluzione per scardinare il circolo vizioso in cui era inchiodato l’apparato di partito, ma non c’è mai stato il coraggio di adottarlo fino in fondo ed oggi la restaurazione dalemiana promette di ridimensionarle riconsegnando il Partito Democratico ad un oligarchismo ormai insostenibile e consegnando il paese all’unica soluzione fino ad oggi trovata per venire incontro ai cittadini: la demagogia (questa sì conclamata) del berlusconismo.
Se anche l’ultima speranza di un’apertura del PD verso la società si dovesse spegnere non ci rimarrebbe che sperare che i detrattori di Grillo si sbaglino nel definirlo populista e che invece abbia un’idea di paese, un progetto, un chiaro piano che possa arrestare lo sprofondamento in atto. Lo so, affidare il futuro del proprio paese ad un comico è desolante, ma francamente alternative all’orizzonte ahimé non se ne vedono proprio…

21 Luglio 2009

2 commenti a 'Il Populismo e Grillo'

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  1. D# AKA BlindWolf afferma:

    Non credo che Grillo intendesse veramente fare il segretario del PD, ma penso che volesse provocarne i vertici per metterli a nudo davanti al proprio elettorato. E gli è riuscito benissimo.

    Sia ben chiaro: io apprezzo il programma di Grillo; al di là delle esagerazioni del personaggio è un programma progressista moderno e coraggioso. Per impedire che il PD faccia la fine del PSI sotto Craxi ben vengano anche tali provocazioni.

  2. Coloregrano afferma:

    Anch’io non penso volesse davvero aspirare alla segreteria ma, come ho già scritto qualche giorno fa, ha ottenuto il massimo risultato con il minimo sforzo…

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