Antichrist

L’ultima fatica di Lars Von Trier è uno di quei film che ti lasciano soprattutto un po’ amareggiato. C’è una sceneggiatura che denota un lavoro di approfondimento non da poco sulle patologie psichiche. C’è il legame profondo tra peccato, colpa, espiazione e ancora peccato in un vortice morboso che porta alla violenza ed alla follia. Ci sono due attori straordinari come Willem Defoe e Charlotte Gainsborough che danno al film una profondità sublime. Ma Von Trier non è soddisfatto, vuole turbare, vuole indignare, vuole sconvolgere e alla fine sconvolge soprattutto il senso del suo film facendolo debordare nel più vomitevole degli splatter.
Si esce da Antichrist con lo stomaco in mano, se non si è deciso come il sottoscritto di metterla sul ridere per contenere i propri rigurgiti gastrici. Ed in quei rigurgiti gastrici si perde il film, se ne perdono le emozioni, le riflessioni. Quando poi l’apparato digerente ha ripreso le regolarità delle proprie funzioni ecco riemergere il senso dei film, il dramma di lei, il dramma di lui, il dolore come espiazione del peccato, la paura dell’abbandono ed il sesso come tentativo di costruire un argine a questa paura. Tutti spunti che arrivano dal film e sui quali riflettere, sui quali confrontarsi. 
Se per raccogliere però quegli spunti bisogna sottoporsi alla visione delle sequenze di immagini trucemente sanguinolente che Von Trier propone agli spettatori, direi che leggere un trattato di psicopatologia è decisamente un passatempo più divertente e più sano.

16 Luglio 2009

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