La riscossa dell’apparato

In questi giorni si sta delineando lo scontro che in autunno vedrà contrapposte le candidature alla segreteria del Partito Democratico. Attorno alla candidatura di Bersani si stanno accalcando molte delle vecchie volpi dell’eredità di sinistra del partito e le idee che circolano in questa area stanno rivelando, a mio avviso, che c’è nel Partito Democratico un elemento confessionale diverso ma non meno insidioso di quello simboleggiato dal cilicio della Binetti, ovvero quello della “religione dell’apparato”.
Quando parlo di apparato parlo di quel modello tradizionale che è nella storia dei partiti italiani ed in particolare del PCI, che si incentra su un apparato facente capo ai propri iscritti, attraverso una struttura gerarchica che trae il proprio consenso esclusivamente dall’interno del partito: interno del partito tradizionalmente poco propenso ad allargarsi verso l’esterno. Ricordo quale freddezza trovai in una sede del PDS quando anni fa la visitai per informarmi su come si potesse fare per iscriversi al partito. Intendiamoci: c’erano le Feste dell’Unità, c’erano le associazioni sportive e culturali, c’erano i comizi, ma il confronto politico lo si svolgeva tutto dentro il partito. Questo tipo di struttura ha segnato decenni di storia della politica italiana, accettata sia per la relativa propensione alla delega dell’elettorato italiano, sia perché la staticità che la caratterizzava era in armonia con la staticità della politica italiana. La realtà è che in democrazia i partiti non sono delle semplici associazioni di ispirazione politica ma hanno la precisa funzione di raccogliere le istanze e le opinioni degli elettori (non solo dei propri iscritti), per questo è fondamentale per il funzionamento della democrazia, che i partiti siano in grado di allargarsi al di fuori dei propri associati, dialogando con gli elettori e facendo proprie le loro istanze. 
Nella tradizione della democrazia italiana, soprattutto a causa di questa conformazione dei partiti, c’è sempre stata una politica chiusa in sé stessa, totalmente autoreferenziale. Quando all’inizio degli anni ‘90 Tangentopoli stimolò una rivolta civile della società italiana contro questa stortura, venne a galla il bisogno dell’opinione pubblica di trovare modalità di partecipazione più diretta alla politica, che la struttura dei partiti tradizionali non consentiva. Da questa ispirazione nacque sulla destra un’impostazione populista che, rafforzata dal controllo di Berlusconi sui media, ha portato una parte dell’opinione pubblica a percepire la politica più vicina a sé, pur essendo anche più lontana di prima, solo perché il linguaggio, la morale, i comportamenti si erano allineati verso il basso a quelli dell’opinione pubblica. Il resto dell’elettorato, che non ha mai abboccato all’inganno populista, ha iniziato ad ondeggiare da allora tra effimeri innovatori e dinosauri pronti a sfruttare l’opposizione allo strapotere berlusconiano per avventurarsi in operazioni di retrodatazione della nostra politica, votate al più umiliante dei fallimenti.
Nei suoi mille limiti e storture l’impostazione che Veltroni aveva dato al nascente partito aveva cercato di trovare una strada che conducesse la politica italiana fuori dalle catacombe, ma i primi insuccessi sono stati immediatamente sfruttati per riavvolgere le lancette della storia e la candidatura di Bersani sta facendo da catalizzatore del tentativo di restaurazione di un modo di pensare al partito. Ecco il candidato promettere il recupero della “sovranità degli iscritti”, ecco soprattutto il suo maggiore sponsor, Massimo D’Alema, ripartire con i suoi vecchi discorsi sul “leaderismo” e sulla cultura dell’”anti-politica”, ecco delinearsi la proposta di ridimensionamento dello strumento delle primarie, di rinascita di megacoalizioni comprendenti nani e ballerine, di ritorno della sinistra italiana di 10-20 anni indietro.
L’idea che esprime D’Alema per la quale l’istanza di una partecipazione più diretta dell’opinione pubblica alla formazione della politica, che caratterizzava sia lo spirito del 92 che quello della nascita del Partito Democratico, corrisponda all’antipolitica è coerente alla sua impostazione culturale per la quale l’unica vera politica è quella che si compie nelle sale del palazzo ed il più lontano possibile dai cittadini, che non è poi altro che una concezione autoritaria della politica, dissimile solo nella struttura, oligarchica anziché monocratica, da quella di Berlusconi. La realtà è che la democrazia, quando è sottratta al controllo dei cittadini, smette di essere democrazia, indipendentemente che si allontani per finire a Via Sant’Andrea delle Fratte o a Palazzo Grazioli.
Fino a pochi giorni fa i sondaggi dicevano che la restaurazione è votata al successo e che Bersani sarà il prossimo segretario. Meno male però che giusto oggi la Binetti, che sostiene la candidatura di Franceschini, ha compiuto un passo forse decisivo. Ha infatti dichiarato che in caso di vittoria alle primarie di Marino la sua corrente (i cosiddetti teodem) abbandonerà il PD. Pare che i sondaggi raccolti dopo questa dichiarazione dìano Marino al 98% dei consensi…
In ultimo c’è la notizia che anche Grillo si candiderà alla segreteria del PD. Personalmente non considero Grillo un personaggio che abbia una statura politica, ma semplicemente il classico arruffapopoli che però, come tutti gli arruffapopoli, ha il pregio di coinvolgere nella politica persone che altrimenti ne starebbero fuori ed il cui afflusso all’interno del Partito Democratico non potrebbe che fare bene al grande malato.

12 Luglio 2009

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