L’intrallazzo di cui non ci vergogniamo più

Qualche giorno fa, come la maggior parte di voi saprà, è trapelata la notizia di una cena organizzata a casa del giudice della Corte Costituzionale Luigi Mazzella. Invitati erano Silvio Berlusconi, Angelino Alfano, Gianni Letta ed altri esponenti della maggioranza oltre ad un altro giudice della Consulta, Paolo Napolitano (solo omonimo del Presidente della Repubblica). La cosa ha sollevato polemiche, anche se molte meno di quanto il caso non avrebbe richiesto. Principalmente le polemiche ruotavano attorno al fatto che appariva sospetta la vicinanza della cena con la pronuncia della Consulta sulla costituzionalità del Lodo Alfano. In risposta a queste polemiche il giudice della Corte Costituzionale Luigi Mazzella si è sentito in dovere di scrivere una lettera aperta a Berlusconi che diceva così:

“Caro Presidente, caro Silvio, ti scrivo una lettera aperta perché sto cominciando seriamente a dubitare del fatto che le pratiche dell’Ovra siano definitivamente cessate con la caduta del fascismo. Ho sempre intrattenuto con te rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto. A casa mia, come tu sai per vecchia consuetudine, la cena è sempre curata da una domestica fidata (e basta!). Non vi sono cioè possibili ’spioni’, come li avrebbe definiti Totò. Chi abbia potuto raccontare un fantasioso contenuto delle nostre conversazioni a tavola inventandosi tutto di sana pianta resta un mistero che i grandi inquisitori del nostro Paese dovrebbero approfondire prima di lanciare accuse e anatemi. La libertà di cronaca è una cosa, la licenza di raccontare frottole ad ignari lettori è ben altra! Soprattutto quando il fine non è proprio nobile.
Caro Silvio, a parte il fatto che non era quella la prima volta che venivi a casa mia e che non sarà certo l’ultima fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali, mi sembra doveroso dirti per correttezza che la prassi delle cene con persone di riguardo in casa di persone perbene non è stata certo inaugurata da me ma ha lunga data nella storia civile del nostro Paese. Molti miei attuali ed emeriti colleghi della Corte Costituzionale hanno sempre ricevuto nelle loro case, come è giusto che sia, alte personalità dello Stato e potrei fartene un elenco chilometrico.
Caro presidente, l’amore per la libertà e la fiducia nella intelligenza e nella grande civiltà degli italiani che entrambi nutriamo ci consente di guardare alla barbarie di cui siamo fatti oggetto in questi giorni con sereno distacco. L’Italia continuerà ad essere, ne sono sicuro, il Paese civile in cui una persona perbene potrà invitare alla sua tavola un amico stimato. Con questa fiducia, un caro saluto.”

Riporto la lettera perché la lettera è a mio parere più importante e grave della vicenda stessa. Più grave di una cena per accomodare una sentenza c’è infatti l’ammissione di contiguità continuativa tra Corte e Governo, c’è la constatazione quasi infantile di Mazzella che quella cena non è stata un’eccezione ma la consuetudine, c’è il venire a galla di una rete di relazione personali tra le istituzioni, anche tra quelle che dovrebbero mantenere un ruolo antagonista, che rende privi di ogni efficacia gli strumenti di controllo democratico. Più grave ancora di questa involontaria denuncia c’è il fatto che un’ammissione simile sia stata fatta in maniera pubblica e conclamata, sbattendo in faccia all’opinione pubblica ciò che per molti è un intreccio intollerabile, usando un linguaggio retorico e farneticante che perfino Sandro Bondi avrebbe esitato a praticare. 
Il fatto più allarmante è quindi, a mio avviso, l’aver reso volontariamente pubblico un intreccio come quello tra Consulta e Governo che fino a pochi anni fa sarebbe stato probabilmente tenuto nascosto. Ci si vergognava allora della nostra cultura dell’intrallazzo, la si coltivava sì, ma sottobanco, negandola e minimizzandola. Oggi invece c’è un’inversione culturale che sta progressivamente riportando la cultura dell’intrallazzo ad essere maggioritaria ed egemonica ed i suoi esponenti possono quindi permettersi di parlare della propria rete di intrallazzi, come fossero un diritto inalienabile anziché un intollerabile sudiciume.
Eviterei le solite espressioni abusate che iniziano con “In un paese civile” o “In un paese moderno”. E’ chiaro che un personaggio simile altrove, dopo una sparata del genere, sarebbe stato mandato in pensione ma l’Italia non è più (se lo è mai stato) un paese moderno né un paese civile ed è ora che ce ne facciamo un ragione, per capire come fare a ridiventarlo. Nell’Italia di oggi un personaggio del genere rimarrà esattamente dov’è, anzi si sarà accreditato ulteriormente presso certe consorterie e quando ha scritto quella lettera Mazzella ne era perfettamente conscio.
Leggo infine che secondo i partecipanti alla cena, in quella sede non si è parlato del Lodo Alfano ma della futura riforma costituzionale della Giustizia, della quale sembra che Mazzella sia l’autore. D’altra parte chiedere alla Corte Costituzionale di fare direttamente le leggi per conto del governo è il miglior modo per non vedersele bocciate dopo, no?

8 Luglio 2009

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