L’Iran e la freddezza

In questi giorni in cui in Iran si combatte una battaglia fondamentale non solo per quel paese ma per equilibri fondamentali di tutta quell’area, è singolare vedere come si schieri l’opinione pubblica italiana. In particolare ieri sera ascoltavo la trasmissione di Popolare Network Microfono Aperto (trasmissione di approfondimento con il pubblico a casa), ottimo osservatorio su quello che si muove nella sinistra radicale. Gli interventi sono stati quasi tutti all’insegna di una estrema freddezza nei confronti della rivolta. Le punte sono state rappresentate da un tipo che è giunto ad affermare che “le elezioni sono state regolari quindi l’opposizione non ha nulla da protestare” e da un altro sosteneva che “Si tratta di un’altra Timisoara” riferendosi al fatto che le immagini diffuse sarebbero state truccate (come accadde in occasione della repressione di Ceausescu in quella città) ipotesi che perfino il governo iraniano non si è sentito di sostenere. Escludendo che un gruppo di pasdaran con perfetta accento milanese abbia assaltato i telefoni di Popolare Network, mi viene da chiedermi come mai la sinistra radicale solitamente così pronta a difendere i diritti di chi protesta contro l’ordine costituito dimostri indifferenza per i manifestanti di Teheran.
L’unica risposta che posso darmi sta nell’incapacità di molti di analizzare una situazione senza fare scelte di campo e categorizzazioni tra buoni e cattivi. Se per costoro Israele è il cattivo è evidente che Ahmadinejad è il buono e chi vi si oppone non può suscitare simpatia nemmeno quando è a terra in un bagno di sangue. E’ una logica aberrante ma la contrapposizione tra buoni e cattivi, la necessità davanti ad un conflitto di sposare uno dei due fronti e quindi di dividersi secondo la linea della trincea, è uno dei codici più profondamente scolpiti nel nostro modo di ragionare ed è uno degli scogli più duri da superare per arrivare ad un mondo più pacifico di quello attuale.

25 Giugno 2009

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