Iran: la protesta ha già vinto?

Da giorni buona parte del mondo sta guardando con preoccupazione alle proteste in Iran per le quali di ora in in ora il bilancio delle vittime si fa più grave. Il fatto scatenante è stato l’esito delle elezioni presidenziali svoltesi la scorsa settimana. All’indomani della tornata elettorale il Presidente uscente Ahmadinejad è stato proclamato il vincitore ma i candidati a lui opposti hanno subito denunciato brogli e chiesto l’invalidazione delle elezioni. Da un lato vi sono indiscrezioni trapelate negli scorsi giorni secondo le quali Ahmadinejad avrebbe ottenuto addirittura il solo 12% dei consensi e ci avrebbero pensato le milize “basij” (la polizia segreta dei Guardiani della Rivoluzione) a manipolare i risultati ma non ci sono riscontri certi, più confermati invece i dati che vogliono in alcuni collegi percentuali di affluenza superiori al 100% che lasciano più di un sospetto… Per contro un sondaggio telefonico svolto da un organismo indipendente un mese prima del voto avrebbe raccolto un risultato non troppo dissimile dal risultato ufficiale.
Non sappiamo e non sapremo forse mai dov’è la verità, sappiamo però che oggi c’è una parte importante dell’opinione pubblica iraniana che è contro Ahmadinejad e che è importante soprattutto perché è una parte che si fa forte della propria cultura, della propria conoscenza delle tecnologie moderne, che continua a raccontare su Facebook e su blog vari ed eventuali, lo sviluppo della protesta con il suo prevedibile contributo di sangue. Non a caso il primo obiettivo della repressione è stata l’università, che già nel recente passato era stata invero oggetto di persecuzione del regime. Non a caso la protesta è così feroce presso le comunità iraniane all’estero che si rendono meglio conto di quale inaccettabile contrasto ci sia tra le condizioni di vita in Occidente e quelle in Iran.
L’opinione pubblica occidentale è ovviamente tentata dall’individuare in coloro che protestano i buoni e negli altri cattivi, anche se la Rete poi ci propone anche chi rovescia i termini della questione facendo di Ahamadinejad un martire dell’occidente e di Mousavi un fantoccio in mano all’asse Stati Uniti-Israele. Purtroppo con queste logiche manicheiste non si va molto lontano. La realtà è che da decenni una cricca di despoti, in alcuni casi legittimati dalla monarchia, in altri dalla teocrazia, in altri ancora da elezioni più o meno manipolate, detengono il potere nella maggior parte delle nazioni del mondo islamico, facendo ampio uso della retorica anti-occidentale per giustificare il proprio potere assoluto. Vero è che furono le potenze occidentali ad abbattere Mossadeq nel 1953 e vero è che le potenze occidentali hanno in questi decenni compiuto atrocità inenarrabili in quell’area del mondo, ma è anche vero che questo non giustifica chi ha tenuto nella miseria, nel sottosviluppo e nell’ignoranza il proprio popolo. Ogni regime dispotico che si rispetti (ed anche molti pseudodemocratici) ha l’abitudine di imputare la responsabilità del proprio malgoverno, della propria corruzione, della propria sopraffazione e sfruttamento nei confronti delle masse, all’opera subdola di nemici esterni, così fanno oggi i regimi islamici e certamente Ahmadinejad non sfugge a questa logica. Se quanto accade in questi giorni a Teheran servirà ad aprire uno spiraglio su questa verità, se servirà a far capire alle masse islamiche che il loro nemico è la miseria, è l’ignoranza, che il loro nemico sono coloro i quali in quella miseria ed ignoranza vogliono tenerli per mantenere il proprio potere, allora questi giorni di protesta non saranno stati inutili, allora la protesta avrà ottenuto la sua vittoria, allora potremo sperare che sia vicino il giorno in cui le masse islamiche sapranno rivoltarsi contro i loro despoti e potrà nascere anche in quella parte del mondo un’era nuova.

21 Giugno 2009

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