Voglia di futuro e voglia di passato

Ho ascoltato con grande attenzione il discorso di Obama al Cairo (qui ne trovate una sintesi e qui il testo scritto) e l’ho trovato davvero un momento di svolta della storia di quest’epoca. L’eco tutto sommato scarso che ha avuto sui media italiani dimostra quale baratro ci divida da quella parte del mondo che ha scelto quest’uomo come presidente. Siamo talmente immersi nel nostro squallido quotidiano dei festini orgiastici del Presidente del Consiglio, delle polemiche sull’ultima legge xenofoba o sull’ultimo fatto di cronaca, che non riusciamo nemmeno a guardare al nostro futuro con un raggio che vada oltre alla settimana. Se lo facessimo capiremmo che probabilmente di questo discorso parleranno tra vent’anni i libri di storia come quelli di oggi parlano del discorso di Kennedy di fronte al muro di Berlino.
Cosa ha avuto questo discorso di tanto fondamentale? Di tanto originale? La risposta è una sola. Per la prima volta dopo tanto tempo si sente qualcuno che parla del futuro e che parla con il futuro. Eravamo talmente abituati a chi cavalcava le emozioni dell’opinione pubblica, le paure, le ansie, la rabbia, che ci sembrava impossibile che qualcuno mettesse in crisi quello che per molti sembrava un dato di fatto, che qualcuno scavasse dentro le nostre menti per smascherare l’ipocrisia di chi l’aveva preceduto e per dirci che è ora di mettere mano alla storia. Cosa c’è di più ovvio che dire ai palestinesi “Gli israeliani non se ne andranno mai” o di dire agli israeliani: “I palestinesi continueranno a rivendicare il loro diritto ad una terra”. Eppure nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo, nessuno aveva il coraggio di sfidare quello che nella mente delle persone è sedimentato in decenni di odio.
Cosa c’è di più ovvio che dire che non c’è nessuno scontro tra occidente e Islam, e che coloro i quali cercano di alimentare questo presunto scontro sono i peggiori nemici dell’Islam, perché sono il braccio armato di chi vuole continuare a mantenere le masse arabe sotto il giogo dell’oppressione politica agitando il pericolo del nemico, in questo caso l’occidente, come tutti i dittatori e gli oppressori fanno per giustificare il proprio potere e la propria sopraffazione? Tutti lo possono capire, è un messaggio semplice che anche l’uomo della strada può comprendere, ma per essere pronunciato bisogna saper volgere il proprio sguardo al futuro, con la convinzione che il futuro può essere diverso e magari migliore del presente, se si opera per costruire quel futuro. Questo è quello che gli americani hanno chiesto a Obama: costruire un futuro nuovo e questo è quello che Obama sta facendo.
Noi europei stiamo chiedendo altre cose a chi ci governa, stiamo chiedendo di guardare indietro, di voltarci verso il passato, verso un mondo che non esiste più o verso ombre del nostro passato che vorremmo confinate nei peggiori incubi. Vincono i partiti xenofobi, vincono i partiti euroscettici, vincono i neonazisti austriaci ed ungheresi, come dire che il peggio della nostra storia rinasce sempre negli stessi luoghi. Vincono i partiti conservatori un po’ ovunque. Vince l’idea di un’Europa che non ne vuole sapere di entrare nel terzo millennio e che ancora una volta di fronte alla crisi non è in grado di tenere la schiena dritta.
Dopo il discorso del Cairo, Obama è volato in Normandia a celebrare la ricorrenza dello sbarco del ‘45. Mi pare una significativa coincidenza, come a ricordarci che è sempre l’America alla fine a farci volgere lo sguardo verso il futuro. Speriamo che questa volta siano sufficienti i discorsi di Obama.

8 Giugno 2009

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