Processo Calciopoli: cominciamo bene

Nelle scorse settimane si sono avute le prime udienze del processo Calciopoli, sul quale Radio Radicale dà una copertura piuttosto completa, cosa che invece non fanno i giornali e le televisioni, che invece a suo tempo si riempirono così bene la bocca dei dogmi di Calciopoli. Tra l’altro sulla indifferenza dei mass media per il processo di Napoli si è pronunciato perfino Oliviero Beha in un recente intervento sul TG3.
Ascoltando gli interrogatori ho scoperto una cosa della quale non ho trovato sostanzialmente nessuna traccia sulle varie fonti di informazioni, ma che mi è parsa molto significativa. Il primo interrogatorio in assoluto è stato infatti quello di Romeo Paparesta, arbitro di Serie A negli Ottanta e padre di Gianluca Paparesta, arbitro anche lui, divenuto famoso per l’episodio di Reggio Calabria, quando Moggi si vantò di averlo chiuso nello nello spogliatoio adirato per alcune sue decisioni (episodio che poi fu smentito da tutti i partecipanti alla vicenda). Romeo Paparesta è coinvolto nel processo principalmente in quanto fu tra quanti utilizzarono le SIM svizzere che Moggi aveva distribuito a piene mani.
L’interrogatorio ha messo previdibilmente in crisi molte basi del processo sportivo, ma la cosa singolare è che è iniziato con una serie di domande su un episodio apparentemente del tutto estraneo alle vicende del processo.
Nel Novembre dell’87 Paparesta arbitrò infatti l’incontro di Campionato tra Juventus e Cesena al Comunale di Torino. Accadde che mentre le squadre rientravano negli spogliatoi per l’intervallo tra primo e secondo tempo, dalla curva juventina fu lanciato un petardo che esplose nelle vicinanze del tunnel che i giocatori stavano percorrendo. Il rumore dell’esplosione stordì il giocatore del Cesena Sanguin che dovette ricorrere alle cure del suo staff, che però probabilmente drammatizzò la situazione dichiarando il giocatore impossibilitato a riprendere il gioco e ricoverandolo addirittura in ospedale. Ovvia a quel punto la richiesta di vittoria a tavolino che fu accordata alla squadra romagnola che sul campo aveva perso 2 a 1.
La cosa suscitò molte polemiche perché era parsa evidente la strumentalizzazione da parte dei romagnoli, in più quell’episodio si innestò in una serie di analoghe “furberie” che avevano consentito poche settimane prima al Napoli di vincere a Pisa, che consentirono poche settimane dopo alla Roma di vincere a Milano e che culminarono, due anni dopo, nella celebre sceneggiata del giocatore del Napoli Alemao che a Bergamo finse di essere stato stordito da una monetina. Quest ultimo episodio fece particolare scalpore perché regalò sostanzialmente il secondo scudetto ai partenopei, ma le furenti discussioni che ne seguirono furono fortunatamente uno stimolo a riprendere un minimo di moralità da questo punto di vista.
Paparesta fu coinvolto nelle polemiche principalmente perché indicò erroneamente nel referto che il medico della Juventus aveva confermato la gravità delle condizioni del giocatore, confondendolo con quello del Cesena forse a causa dello stemmino molto simile, ma la gran parte delle contestazioni furono indirizzate più che altro allo staff cesenate. Secondo la deposizione di Paparesta, invece, qualcuno aveva voluto fargliela pagare e questo era stato motivo di pregiudizio per la sua carriera, causandone poi la dismissione.
In realtà la dismissione di Paparesta avvenne alla conclusione della stagione 1988-89, due anni dopo l’episodio e quando l’arbitro aveva quaranticinque anni ed aveva sorpassato i dodici anni di militanza in serie A, dove aveva esordito nel Marzo del 1977. Tenete presente che dodici anni in Serie A sono quasi un record per un arbitro come Paparesta che non è mai arrivato a dirigere incontri internazionali. Per di più le ultime due stagioni, quelle successive all’episodio, furono quelle, della sua lunga carriera, nelle quali arbitrò più incontri: risulta dunque davvero poco credibile che ci fosse nei suoi confronti una forma di ostracismo da parte della Federazione, ostracismo che d’altra parte Paparesta non suffraga con altri elementi se non il fatto che molti dirigenti arbitrali gli avevano chiesto dopo l’episodio del Comunale se riteneva che il suo referto fosse stato corretto, cosa direi appena normale vista l’entità delle polemiche suscitate dalla vicenda. Tra l’altro nella deposizione Paparesta compie ripetuti errori, come quando sostiene che l’anno di dismissione fosse il 1988 (cosa che ripete più volte) o quando afferma che la dismissione avvenne al termine della stessa stagione dell’episodio di Juve-Cesena. Ovviamente a quei tempi Moggi era General Manager del Napoli ed alla Juve regnava ancora Gianpiero Boniperti, quindi le dichiarazioni non hanno nessuna rilevanza nel processo, ma allora perché raccontare sotto giuramento balle che possono essere smentite da qualunque almanacco?
Per capirlo bisognerebbe forse sapere cosa si agita in talune aule di tribunale, veleni, rancori, vendette incrociate, o magari invece una strategia processuale, volta ad introdurre un’atmosfera di complotto che prepari il campo a quello che verrà dopo. Di certo questo non depone molto a favore della serietà nella conduzione dell’inchiesta, peraltro messa in discussione dalla stessa Presidente della sezione giudicante Teresa Casoria in una recente dichiarazione.

17 Giugno 2009

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