Il declino del ragionare

Una costante che ha ormai ogni dibattito politico è il fatto che, nonostante gli sforzi del conduttore, esso diventi rapidamente una gazzarra da mercato del pesce. Un tempo, nelle trasmissioni politiche, gli interventi si succedevano senza sovrapposizioni, con ogni partecipante che aspettava pazientemente il suo turno per parlare, replicare, commentare. Oggi invece le voci si sovrappongono, i discorsi si intrecciano, rendendo pressoché incomprensibile seguire un discorso che non abbia le caratteristiche di slogan e di vuoto spinto in termini di contenuti. Chi abbia seguito l’ultima puntata di Annozero ne ha avuto solo l’ennesima riprova. Ho provato a chiedermi perché ciò accade.
In qualunque genere di confronto dialettico si possono individuare grossolanamente due piani diversi sui quali di solito ci si confronta. Il primo è il piano del ragionamento logico sequenziale: si parte da alcune ipotesi su cui c’è generale accordo per trarne delle conclusioni. Spesso non si concorda sul procedimento logico che porta dalle ipotesi alla conclusione ma il confronto rimane su un piano razionale, sulla possibilità di trarre dalle ipotesi le proprie conclusioni.
In altri casi invece ci confrontiamo con gli altri usando approcci diversi: fingendo di dare per concordate ipotesi di partenza che concordate non sono o che magari sono manifestamente false, cercando di mettere in difficoltà l’interlocutore ironizzando su cose che nulla hanno a che vedere con il suo ragionamento (un suo difetto di pronuncia, il suo aspetto, giochi di parole su ciò che ha detto, eccetera) oppure cercando di togliere credibilità allo stesso interlocutore riferendosi a sue affermazioni o atti passati. L’effetto che un approccio simile ingenera è di portare la discussione lontano da un confronto razionale e di trasferirla ad un piano essenzialmente emotivo, fatto di attacchi, magari di insulti, che trasformano la discussione in un duello, più che in un confronto dal quale i due interlocutori o un ascoltatore esterno possano tratte qualche beneficio.
Per quanto quest’ultimo piano sia poco fruttuoso, anche nelle discussioni del nostro quotidiano non sempre è facile rimanere su un piano di mera razionalità ed anzi sovente la discussione assume connotati decisamente emotivi. Questo accade spesso quando ci troviamo senza argomenti con i quali controbattere ma non soltanto. Talvolta infatti ciò accade perché le argomentazioni del nostro interlocutore ci irritano profondamente (magari perché toccano nostre convinzioni profonde) al punto da non potere attendere, per replicare, i tempi del ragionamento, necessariamente più lunghi. La compressione temporale alla quale ci obbliga la vita di oggi è un ulteriore elemento di disturbo al ragionamento ed un elemento a favore di un confronto dialettico più immediato ed emotivo. Vi è inoltre da soggiungere che per molte persone un ragionamento troppo complesso può risultare poco attraente mentre lo è molto di più una battuta, uno slogan, un gioco polemico. Un’altra caratteristica del confronto giocato su un piano emotivo è che non necessariamente ha la meglio colui o colei che porta le argomentazioni migliori, ma piuttosto chi porta le argomentazioni più aderenti al senso comune, chi sa esprimersi in modo più brillante e chi magari riesce a prendere con maggiore forza la parola.
La discussione che si svolge tra politici in uno studio televisivo obbedisce alle stesse regole. Non è quindi strano che i politici che ritengono di avere argomentazioni più immediate e più vicine al senso comune (che è poi il prodotto dalla grancassa dell’informazione) ma magari più deboli ad un accurato esame, tentino costantemente di trasferire il dibattito dal piano razionale a quello emotivo, facendo ricorso continuo alla battuta, allo schernire il rivale, ma soprattutto all’interruzione. Quest’ultima arma è forse la più letale perché sortisce due effetti: da un lato infastidisce l’interlocutore che rischia di distogliersi dal suo ragionamento per inseguire la provocazione del rivale, dall’altro distrae l’ascoltatore che finisce per perdere il filo del discorso e per perdere progressivamente interesse nel dibattito.
Spiegati i trucchi dei comunicatori politici rimane la domanda di fondo, ovvero come fare a ridare centralità al ragionamento. La risposta più immediata è lo sforzo di decodifica, da parte del pubblico, del tentativo nemmeno troppo scoperto del politico di mestiere di alzare una cortina di fumo sul ragionamento che l’interlocutore cerca di costruire. Vi è tuttavia anche una precisa responsabilità da parte dei conduttori di programmi di approfondimento, ai quali non dispiace una deriva emotiva della discussione, che spesso crea “casi” e dà visibilità al programma, anche se ciò va a detrimento della comprensione da parte del pubblico.
Concluderei aggiungendo che però, al di là del contesto dei dibattiti televisivi, nel generale declino del ragionare una parte di responsabilità ce l’abbiamo tutti, nel farci trasportare verso approcci sempre più emotivi alle discussioni e sempre meno ragionati. Una qualunque discussione su forum è fatta prevalentemente di battute, di provocazioni, di “flaming”, raramente di ragionamenti, troppo lunghi per la velocità che si richiede alla Rete, troppo complessi per la semplicità che si richiede alla Rete, troppo profondi per la superficialità che si richiede alla Rete. Ma alla fine chi è davvero che richiede tutte queste cose alla Rete?

15 Giugno 2009

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