Astrattezza

C’è una vasta schiera di sedicenti intellettuali di sinistra che non fanno altro che rimproverare alla sinistra di non fare come la destra. La destra ottiene consensi con facili slogan su immigrazione, sicurezza, rapidità decisionale della politica, diffidenza verso l’integrazione europea: perché non fare come loro? E via con considerazioni su quanto la sinistra si sia allontata dal comune sentire popolare, non ascolti più il messaggio che il popolo le trasmette, si limiti all’enunciazione di vuoti principi.
In questa corrente intellettuale, nella quale spiccano personaggi quali Annunziata, Pansa, Palombelli, si innesta anche Luca Ricolfi, sociologo ed editorialista de La Stampa che su “La Busiarda” (nomignolo dialettale del quotidiano torinese) di Martedì 12 Maggio ha pubblicato un editoriale dal titolo la sinistra degli snob nel quale fa riecheggiare i temi sopracitati.
In particolare il Partito Democratico, ma anche la sinistra in generale, sono accusati di astrattezza in quanto si oppongono a cose quali il respingimento, il prolungamento dei tempi massimi di permanenza nei CIE, i medici-spia e i presidi-spia. Cosa intenda Ricolfi per astrattezza lo spiega quando dice: “Astrattezza vuol dire non voler vedere la dimensione pratica, concreta, materiale di un problema”. Il punto è che nell’articolo non vi è traccia di una serie di dimensioni pratiche, concrete e materiali dei problemi citati, che sono quelle sulle quali ci si può interrogare, a prescindere da valori e temi di principio. Ad esempio si possono citare le ovvie conseguenze pratiche del provvedimento dei medici-spia, cioè che i clandestini non si rivolgano più alle strutture mediche o che i figli dei clandestini non saranno più iscritti a scuola in conseguenza del provvedimento sui presidi-spia. Ma altrettanto pratiche sono le ovvie conseguenze dei respingimenti, ovvero le prevedibili reazioni della comunità internazionale. Non c’è bisogno quindi di sfoderare princìpi per avanzare dubbi o piuttosto certezze sull’inopportunità dei provvedimenti che la Lega ha ispirato al governo, basta esaminare appunto la stretta dimensione pratica del problema.
Poi Ricolfi sfodera un altro argomento tipico usato dalla maggioranza che ci governa: “il paese è con noi”. Lo fa quando si chiede “Lo sa il segretario del Pd che la maggior parte degli italiani approva l’azione del ministro Maroni?”. Può darsi, forse anche perché lo stesso numero de La Stampa non dedicava più di un trafiletto alla condanna dell’ONHCR. Ma la soluzione è accodarsi? Che scopo ha, in una democrazia, l’opposizione se non evidenziare quello che non va in ciò che fa la maggioranza? Forse il paese semplicemente non sapeva che conseguenze avrebbero avuto i respingimenti: era meglio che non glielo dicesse nessuno o ha fatto bene Franceschini a preannunciarlo?
In conclusione dell’articolo si arriva all’altro pezzo forte del genere sopracitato: la distanza della sinistra dai problemi della gente. E qui di nuovo Ricolfi inverte l’ordine dei fattori: “E qui si arriva all’ultimo e più grave male della sinistra, la sua distanza dai problemi delle persone normali”. E’ vero che la sinistra non riesce a parlare con le persone “normali”, ma non sarà che non ci riesce fondamentalmente per la sua progressiva espulsione dai mezzi di comunicazione che raggiungono le persone “normali” (la televisione in particolare ma anche i giornali)? Non sarà per questo che le persone “normali” hanno una percezione distorta del problema della sicurezza o del problema della disoccupazione, e che in Italia il problema dell’immigrazione sia sentito come un tema più centrale di quanto non sia in paesi nei quali gli immigrati sono più numerosi che in Italia? Non è forse per questo che sia così difficile poi spiegare che in Italia ci sono problemi più gravi ed urgenti rispetto agli sbarchi?
In definitiva ciò che davvero è astratto in tutto ciò è proprio l’approccio di Ricolfi, così cronicamente legato all’emotività popolare e così poco all’analisi della situazione. Il problema del nostro paese sta proprio nella diffusione epidemica all’interno della classe politica di questo modo di pensare: tutto ciò che conta è riuscire, con il minimo sforzo, a mobilitare il consenso, a raggiungere la popolarità, a soddisfare gli umori del popolo, che a sua volta sono mobilitati dai mezzi di comunicazione di massa. Poco importa se per fare questo si violenta la realtà, si cancella ogni principio, ogni ragionamento, ma soprattutto si cancella ogni progetto di paese che non si può impostare fino a che ci si limita ad inseguire umori e sondaggi. Ed è soprattutto in un progetto di paese che il principio della tolleranza, della accoglienza, diventa il perno fondamentale sul quale costruire la società di domani che non sarà multietnica per scelta della sinistra, o per impotenza della destra, ma sarà multietnica a causa di processo storico sovranazionale non arrestabile, né rinviabile.
Se non riusciremo in questo ed in altri ambiti a costruire questo progetto, rimarremo un paese sempre più debole, sempre più rachitico, sempre più povero e la presunta popolarità dei nostri governanti non ci aiuterà per nulla. Quello che la sinistra e tutti noi dobbiamo fare è chiederci come fare a spiegare questo al paese, non come fare a nasconderlo.

15 Maggio 2009

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