Piazza Tienanmen vent’anni fa

Sono passati vent’anni da quando i carri armati inviati dal Deng Xiao Ping, responsabile della Commissione Centrale Militare del Partito Comunista, ma leader de facto del paese, trucidarono un numero imprecisato di persone che manifestavano. Una delle cose più incredibili è proprio che, a distanza di vent’anni non c’è mai stato nemmeno un bilancio “ufficiale” delle vittime di quel giorno anche se le versioni più accreditate parlano di circa 2500 vittime.
Un regime che sia costretto a mandare i suoi carriarmati nella capitale, a sparare contro studenti e operai parrebbe un regime alla frutta. Ed invece dopo venti anni il regime è ancora lì e può anzi vantare il merito di aver portato la Cina ad essere ormai tra le massime potenze mondiali. L’opera di “normalizzazione” è stata condotta sicuramente con grande sagacia, reprimendo nella maniera più dura e cruenta la protesta operaia, cercando di essere più morbidi con gli studenti che rappresentavano la potenziale classe dirigente di domani, isolando coloro i quali avevano avevano appoggiato le richieste di democratizzazione dall’interno del partito comunista e puntando soprattutto su uno sfrenato nazionalismo animato dall’obiettivo di fare della Cina un paese ricco e florido.
I risultati sono stati certamente ottimi, i figli di contadini affamati che oggi vivono in un attico a Shangai non si sognano nemmeno di chiedere democrazia a chi li ha portati fuori dalla fame, ma certamente se ancora oggi la repressione è alta, se ancora oggi l’anniversario di Tienanmen è temuto dal governo, se nell’isola democratica di Hong Kong decine di migliaia di persone commemorano l’evento vuol dire che c’è qualche falla nella macchina repressiva.
Molti dalle nostre parti sono pronti a giurare che chi pensa ad una democratizzazione della Cina non conosce la cultura cinese, non conosce la forte gerarchizzazione della società cinese modellata dal confucianesimo ritenuta da costoro incompatibile con la democrazia. Basterebbe ricordare a costoro come a Taiwan ed a Hong Kong la democrazia sia un fatto acquisito da molti anni per mettere in discussione questa teoria.
Ma, al di là di esempi o controesempi, il punto è semplicemente che la democrazia non è una caratteristica della cultura occidentale, è semplicemente un passo che una generica società compie quando l’individuo prende coscienza della sua autonomia, della sua capacità ed indipendenza di giudizio, della sua possibilità di influire sul suo futuro e questo è un passo che il cittadino compie fisiologicamente nella storia di una società quando, da un lato una struttura economica industriale lo abitua all’influenza sui processi produttivi, dall’altro l’istruzione, necessaria a governare i processi produttivi, lo rende più maturo a comprendere anche i processi politici. La cultura può accelerare o ostacolare questo processo, come succede anche in Europa, ma è sicuramente un processo che anche la Cina è destinata ad affrontare e forse questo processo nasce proprio dalla modernizzazione economica decisa dai vertici comunisti dopo la morte di Mao ed il cui principale artefice fu stato proprio quel Deng Xiao Ping che mandò i carri armati in Piazza Tienanmen. Ambiguità della storia…

7 Giugno 2009

3 commenti a 'Piazza Tienanmen vent’anni fa'

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  1. Nino afferma:

    Salve, trovo il suo articolo ben scritto e non superficiale.
    Ma la democrazia, alla quale noi occidentali sembriamo tanto tenere, non mi sembra (purtroppo) un valore universale, dunque la mancanza di essa non può essere definita “il male” in modo assoluto.
    Io trovo che essa sia un “completamento” di una situazione gerneralizzata di benessere, ma quando il benessere non c’è, essa perde alcune sue funzioni e diventa meno importante (vedi adesso in Italia).
    In Cina, nello specifico, prima che la democrazia diventi un’esigenza reale delle masse, ne passerà di tempo…
    I bisogni reali, per i grandi numeri, sono ancora ben altri, e duemila manifestanti, in Cina, sono statisticamente un numero quasi inesistente.
    Saluti,
    Nino

  2. Bruno afferma:

    La democrazia è nata in Grecia, ed ha prosperato perché a Salamina i cittadini di Atene, al comando di un generale che avevano eletto, sconfissero una flotta di asiatici governati da un re assoluto. Se non ci fossero riusciti probabilmente non conosceremmo neppure parole come ‘democrazia’ o ‘cittadino’, e non ci verrebbe neppure in mente di poter dire la nostra in contrasto con chi ci governa. Mi spiace, ma questa volta non sono d’accordo con te. La democrazia, il libero pensiero, sono concetti tipici della cultura occidentale, che non trovano corrispettivo in altre (pur illustri e feconde) civiltà.

  3. Coloregrano afferma:

    Bruno,
    è vero che la parola democrazia è stata inventata in Grecia. Ma per quanto riguarda il concetto di democrazia, ovvero un sistema politico nel quale il potere è distribuito in modo rilevante tra i cittadini, ho seri dubbi che esso non abbia esempi storici in altri continenti che non siano l’Europa. Purtroppo non conosco abbastanza bene la storia extra-europea per esprimermi approfonditamente sul tema, ma ti suggerisco la lettura del saggio di Amartya Sen “La democrazia degli altri” che credo voglia appunto sfatare questo mito, spiegando che realtà come quella ateniese ci sono state in molti altri luoghi della terra. La differenza fondamentale è che in Europa si è sviluppata poi la democrazia moderna e che essa, alla ricerca di radici storiche, le ha trovate nella gloriosa storia ateniese.
    Tuttavia ho l’impressione che non ci sia stata una reale linea di continuità tra la democrazia greca e quella moderna e la storia dei 2000 anni intercorsi in Europa tra l’una e l’altra, è prevalentemente una storia dominata da stati assoluti, dall’ineluttabilità del potere del sovrano, dalla soggezione al potere temporale e spirituale, da un individualismo molto tenue. Sarei molto portato a ritenere che se tu ed io fossimo nati prima di Cartesio avremmo avuto pochissime probabilità di apprendere che c’era stata una democrazia in Grecia, così come sono portato a pensare che avremmo avuto ben poche speranze di essere iniziati al libero pensiero.
    La democrazia nacque ad Atene a causa di particolarissime circostanze socio-economiche e per altre circostanze socio-economiche oltreché militari tramontò rimanendo solo un lontano ricordo. Allo stesso modo la democrazia rinacque nell’Inghilterra del settecento a causa di particolari circostanze socio-economiche e dubito fortemente che gli imprenditori inglesi che domandavano il diritto di voto, per sé prima, e per le proprie maestranze successivamente, lo facessero perché spronati dall’esito dalla battaglia di Salamina, ma piuttosto perché volevano poter difendere i propri interessi e perché il sistema economico li aveva resi così centrali da non poter negar loro questo diritto. Quella stessa struttura socio-economica è stata poi esportata nel resto del mondo con alterne fortune e visto che in Cina ha avuto un gran successo non c’è motivo di non ritenere che anche gli imprenditori cinesi presto chiederanno quanto chiesero quelli inglesi.
    Non voglio che questo sembri un cieco discorso di determinismo socio-economico: è evidente che la cultura ha un suo peso nel facilitare o ostacolare l’acquisizione di un modello socio-economico e la diversa velocità con cui il modello democratico è stato assorbito in aree diverse del mondo lo testimonia. Ma l’acquisizione del modello a sua volta porta ad un rimodellamento della cultura e questo è quello che è successo in molti paesi tra i quali la stessa Italia, ma anche il Giappone per citare una nazione più lontana.
    Noi siamo nati in una democrazia, siamo contenti di questo e siamo, credo, contenti di essere nati nel continente che ha dato, a partire dal XIX secolo, un impulso determinante allo sviluppo del processo storico che ha diffuso questo modello a gran parte del mondo (senza dimenticarci però di quanto sangue è stato versato per questo). Dopodiché non vedo motivi di rivendicare una sorta di esclusiva su un modello politico o culturale solo perché è diventato da noi, prima che altrove, quello prevalente.

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