Scuola di ignoranza

Il Ministro Gelmini ha un vantaggio: bastano poche sue parole per capire le linee guida del suo ministero. Le poche righe di un articolo comparso su La Stampa hanno chiarito due punti fondamentali della sua linea.
Il secondo punto citato nell’articolo è già ben noto: tagliare le spese per l’università, in questo caso chiudendo facoltà ritenute inutili. Avendo vissuto da vicino il destino delle facoltà distaccate di Ivrea, mi viene un dubbio circa la definizione di facoltà inutili: siamo poi sicuri che nel bilancio di una facoltà universitaria, che è comunque un’istituzione pubblica, si tengano in conto i costi che, in assenza della facoltà, sarebbero costrette a sostenere le famiglie per permettere ai figli di viaggiare o trasferirsi nella grande città? A prescindere da questo tema contabile, c’è un tema di carattere più generale: ovvero chiedersi quale è il problema principale dell’università italiana. Tutte le indagini in merito ci spiegano che l’Italia ha una cronica carenza di laureati: secondo una di queste, pubblicata da Eurostat, la media di giovani tra i 25 e i 34 anni laureati è in Italia del 19%, poco più della metà della media europea del 30% e meno della metà della percentuale di Francia e Spagna. Tra l’altro anche in questo come in altri la Grecia sta meglio di noi… E’ un quadro da paese sottosviluppato che richiederebbe investimenti massicci, un rilancio immediato, un’analisi profonda di quale sia la ragione di questa situazione agghiacciante. Invece il nostro ministro taglia, cancella facoltà, con il risultato di rendere ancora più difficile laurearsi nel nostro paese.
Il primo punto è invece una novità. La Gelmini ha in programma la cancellazione delle SSIS, la Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, introdotte nel 1999 per migliorare la formazione preliminare degli insegnanti di scuola secondaria in ottemperanza ad una direttiva europea ma anche alla constatazione che la figura, oggi sempre più critica dell’insegnante, presuppone una preparazione specifica che non corrisponde a quella universitaria ma ad uno specifico avviamento all’insegnamento. Quello che mi colpisce è l’espressione del ministro Gelmini: Per il futuro «meno teoria e più pratica. A fare l’insegnante s’impara sul campo. Con un tirocinio nelle scuole». Cosa che tradotta significa spostare i costi dai SSIS al danno legato all’abbassamento della qualità dell’insegnamento, ovvero lasciare che i giovani insegnanti si facciano le ossa a spese degli studenti.
Sono convinto che ci sono molti che di fronte alla cecità di un governo che disinveste sulla scuola, in un paese che ha il suo problema proprio nella bassa scolarizzazione, sono pronti a vedere in questo una strategia lungimirante volta a creare un paese di persone di scarsa cultura, nella convinzione che un paese simile sia più facilmente controllabile. E’ possibile sia così, certo, ma quest’idea presupporrebbe attribuire alla nostra classe dirigente una progettualità, la cui totale assenza mi pare invece il dato più certo che abbiamo.

14 Maggio 2009

Un solo commento. a 'Scuola di ignoranza'

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  1. Bruno afferma:

    Mi vengono in mente le parole di Nuto Revelli, che diceva di scrivere per uno scopo preciso: “Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell’ignoranza, come eravamo cresciuti noi della “generazione del Littorio”.

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