Il mio professore di filosofia

Uno dei professori del Liceo che ricordo più nitidamente è quello che mi ha insegnato storia e filosofia nel triennio. Aveva una quarantina d’anni ma ne dimostrava almeno una quindicina di più, aveva occhiali spessissimi e indossava quasi sempre la stessa giacca. Come docente non era granché anche se a quell’età non avevo certo il senso critico così sviluppato da farmi un’idea precisa in merito; tuttavia il fatto stesso che solo successivamente mi resi conto del perché il professore di filosofia insegnasse anche storia mi suggerisce l’ipotesi che non fosse bravissimo, almeno a fare i collegamenti tra le due materie. Quello che però ricordo con nitidezza era quanto si alterasse quando, a fronte di un suo richiamo verso uno studente che chiacchierava o comunque disturbava la lezione, il ragazzo replicasse con qualcosa del tipo: “Ma come? Tutti disturbano la lezione e Lei riprende solo me?”. Il principio che non si stancava di ripetere era che ognuno di noi è responsabile esclusivamente di quanto fa indipendentemente da quanto succede attorno a lui; un comportamento scorretto, secondo lui, non diventa in nessun caso corretto solo perché tutti lo attuano, ed il fatto che sia un comportamento diffuso non ne riduce in nessun modo la gravità e quindi la ferma condanna.
Ho portato con me quel principio negli anni che seguirono accorgendomi di quanto fosse calpestato attorno a me. In particolare ne fece scempio, ai tempi di Mani Pulite, una classe dirigente corrotta, pronta ad autoassolversi quando, presa con le mani nella marmellata, reagiva al grido di: “Ho rubato? Beh, sì, ma d’altra parte rubavano tutti…”. Era un’affermazione che ritenevo inaccettabile anche se mi accorsi che né Mani Pulite né la condanna di alcuni mariuoli cambiarono alcunché del costume della società italiana che poi si affidò a chi ne sapeva e ne sa meglio interpretare le pieghe.
Negli anni che chiusero il decennio scorso iniziarono, nel calcio italiano, a succedersi alcuni avvenimenti che da questo punto di vista rivestirono per me un grosso significato. Dapprima scoppiò il cosiddetto scandalo del doping. Si scoprì che la Juventus aveva utilizzato farmaci in modo spropositato. Non si trattava in realtà di sostanze illecite o dopanti, al di là dell’accusa abbastanza inconsistente di uso di EPO, ma semplici farmaci come quelli che ognuno ha nel suo cassetto, tipo Voltaren o altri antiinfiammatori, integratori come la Creatina e così via. Tutte cose lecite se usate per curarsi che però venivano invece utilizzate in modo massiccio ed improprio per migliorare le prestazioni atletiche. Giusta la condanna etica e giusta la censura nei confronti dei dirigenti e del medico sociale che avevano avallato tutto ciò. Rimaneva però il fatto che secondo i dati del CONI, presentati dalla difesa al processo e mai smentiti, la Juventus non era né la prima né tra le prime squadre per utilizzo di farmaci. Di fronte a questa tesi difensiva, ricordo ancora le polemiche furenti della stampa, con argomentazioni simili a quelle care al mio professore di filosofia. Sia come sia nessun’altra procura, oltre a quella di Torino (che inquisì anche il Toro con minori risvolti mediatici), indagò sulla questione che, chiuso il processo alla Juventus, cadde nel dimenticatoio e chissà se oggi qualcuno monitora l’utilizzo di farmaci da parte delle squadre di calcio… Sta di fatto che il processo si concluse con la prescrizione del reato connesso all’uso eccessivo di farmaci, ma il tutto rimase una sorta di marchio di infamia su quella squadra.
Nel frattempo era venuta fuori anche la questione arbitri, sollevata da alcuni episodi controversi dei quali la Juventus usufruì nell’arco di un decennio. Erano episodi che allora furono considerati autentici scandali ma che a confronto di talune sequele di errori avvenuti negli ultimi due campionati paiono adesso davvero ridicoli. Alla fine però saltò fuori tutta una serie di intercettazioni telefoniche che ci fecero scoprire che i dirigenti della Juve telefonavano con una certa continuità ai designatori arbitrali. Certo, non lo facevano per combinare le partite, per avere rigori o altre decisioni arbitrali favorevoli. Lo facevano per avere gli arbitri migliori per sé, per ricusare gli arbitri che non piacevano, per “tenersi buoni” i dirigenti arbitrali, Erano certo comportamenti che da decenni i giornalisti più inseriti attribuivano ai vari dirigenti di società senza sollevare scandalo, ma si trattava comunque di pratiche sicuramente poco eleganti e poco trasparenti, complessivamente censurabili ed io per primo ne condivisi la riprovazione. Anche questa volta però scoprimmo che anche i dirigenti di altre società (Milan, Fiorentina, Lazio) facevano la stessa cosa e anche meglio di quelli juventini, al punto da imporre l’arbitro e i guardalinee del Milan-Juve decisivo del Campionato. Ed anche altre squadre erano tirate in ballo dalle telefonate o dalle dichiarazioni dei designatori arbitrali stessi (Sampdoria, Inter, Roma…). Alla fine alle prime vennero inflitte modeste penalizzazioni, le seconde non vennero nemmeno indagate, la Juventus invece venne retrocessa in B con ulteriori nove punti di penalizzazione e le vennero revocati due scudetti stravinti sul campo. Anche in quell’occasione mi sentivo dire che il calcio andava moralizzato e la Juventus era sì un capro espiatorio, ma era un sacrificio da compiere per un calcio più trasparente e più pulito. Ancora una volta le parole del mio professore riecheggiavano nella mia mente.
Arriviamo ai giorni nostri ed alla questione del tifo razzista. Da tempo ormai nelle curve si annidano l’estremismo politico di destra, il razzismo, l’intolleranza. L’atteggiamento nei confronti delle frange che assumono atteggiamenti discriminatori nei confronti di giocatori di colore è stato giustamente fermo da parte dell’establishment calcistico e, devo dire, anche con qualche risultato: trovo ad esempio che i buuh razzisti che sento indirizzare oggi a Sissoko siano davvero pochi in confronto a quando giocava Edgar Davids o prima ancora Julio Cesar. Tuttavia l’esplodere del fenomeno Balotelli con i suoi atteggiamenti bulleschi ed irridenti ha scatenato il peggio dei cori da curva e purtroppo il pubblico della Juve non ha fatto eccezione. Succede quindi quello che è successo tante altre volte: salve di cori razzisti nei confronti del ragazzo. La reazione dell’establishment questa volta però, a differenza delle occasioni passate, è stata vibrante: condanne, attacchi, addirittura la prima pagina dell’Unità di Martedì 21 era quasi interamente occupata da una foto dello stadio Olimpico. Inutile anche questa volta cercare di difendersi ricordando che cori analoghi nei confronti di Balotelli erano risuonati in altri stadi. Anche questa volta il mio professore di filosofia fa scuola e ci teniamo la stangata della partita a porte chiuse senza fiatare, perché fiatare significherebbe sminuire i rischi del fenomeno, stare dalla parte sbagliata.
Insomma, dopo essermi preso del dopato e del ladro mi mancava ancora di sentirmi dare del razzista ed invece è arrivata anche questa.
Adesso però mi viene un dubbio: non è che in realtà il mio professore di filosofia, da dietro quei suoi spessissimi occhiali, semplicemente non vedeva e capiva nulla di quanto accadeva in classe e quando intravedeva qualcosa sparava subito a zero sul colpevole? Non è che il suo principio di responsabilità personale era anche, e soprattutto, un’alibi per sé stesso, per coprire la sua incapacità di gestire la classe, di essere equo nei suoi richiami, di frenare tempestivamente la nostra irrequietezza, prima che la situazione di generale indisciplina facesse percepire ogni richiamo come ingiusto ed iniquo? Gli stessi dubbi mi vengono ora nel giudicare la classe dirigente, sportiva e non, giudiziaria, politica e mediatica, per come ha gestito e gestisce casi come quelli citati ed in generale per come gestisce il rapporto con i cittadini di questo paese.
C’è però una differenza fondamentale: la nostra classe dirigente, a differenza del mio professore di filosofia del Liceo, ci vede benissimo.

27 Aprile 2009

4 commenti a 'Il mio professore di filosofia'

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  1. Ramòn afferma:

    Trovo giuste molte delle analisi che fai, ma in verità non posso esimermi dal ricordo di tutta la prepotenza che ha circondato la storia della Juve durante la lunga epopea moggiana.

    L’arroganza del tifoso juventino ricorda moltissimo l’arroganza dei sostenitori di Berlusconi. Ed è appunto l’arroganza del potere, la consapovolezza di potere, sempre e comunque, fare quello che si vuole senza dover rendere conto di morale, giustizia, coerenza.

    Spero che venga un giorno nel quale i redivivi tifosi del “macho” (Cialis o Viagra?) possano vivere le stesse situazioni, le stesse situazioni di didattica impotenza che state vivendo voi juventini adesso. Voi che soffrite enormemente di più di tutti coloro che invece queste umiliazioni le debbono sopportare continuamente.

    E rimaniamo anche in attesa del momento di verit perla brancata morattiana.

    In fede
    Ramòn

  2. Marco afferma:

    sinceramente, non ricordo che quel nostro professore di filosofia fosse ingiusto nei suoi richiami…magari miope sì, ma ingiusto no (eppoi tu te ne stavi sempre all’ultimo banco !!). Ricordo invece quanto fossimo ingiusti noi, quasi tutti, nei suoi confronti. Certo non era bravo a mantenere la disciplina, e nelle sue lezioni non era un trascinatore di folle; ma era una brava persona, che ci voleva bene e cercava di fare al meglio il suo lavoro. Quanti ne abbiamo incontrati, poi ?
    Ogni tanto lo rimpiango, davvero. Mi piacerebbe reincontrarlo, e ricordare un po’ i vecchi tempi assieme a lui.

  3. Coloregrano afferma:

    Marco, sono d’accordo con te che fosse una brava persona, fosse anche una persona di piacevole conversazione ed anch’io sarei contento di riincontrarlo. Sono anche d’accordo con te sul fatto che era anche colpa nostra se non riusciva a tenere la classe. Tuttavia con la mia metafora volevo sottolineare che quando chi abbia responsabilità del controllo di qualunque genere (dalla classe di liceo, al traffico di una città o a qualunque altro contesto) lascia che comportamenti scorretti si diffondano, un tardivo intervento non può che essere percepito come iniquo. Oltrettutto in alcuni casi, non quello del nostro professore ovviamente, l’iniquità rischia di essere percepita come “dolosa”.

  4. Coloregrano afferma:

    Ramon,
    come speravo si arguisse da quanto scritto sopra, io non ho mai condiviso l’atteggiamento arrogante e prepotente che Moggi aveva e che, come tu giustamente affermi, è l’arroganza del potere o meglio di un certo modo di intendere il potere. Per questo sono comunque contento che Moggi non sia più il direttore tecnico della mia squadra, nonostante questo abbia voluto dire meno successi sportivi, così come sono stato contento che l’abuso di farmaci sia stato scoperto e stigmatizzato, così come sono contento che gli insulti razzisti siano banditi dagli stadi. Quello che, nel caso di Calciopoli, a molti è sfuggito però è che gli stessi comportamenti di Moggi e anche la stessa prepotenza e arroganza erano condivisi anche da molti altri dirigenti di società di calcio, che però magari erano più bravi ad imbellettarsi davanti alle telecamere o a ingraziarsi la stampa e che sono stati più bravi di Moggi a dribblare le inchieste. Inchieste che pure avevano e hanno dimostrato una rete di collusioni di cui Moggi non era che uno dei tanti centri, non certo la cupola. La conseguenza è stata che l’inchiesta di Calciopoli è diventato non uno strumento per ripulire il calcio ma uno strumento utilizzato da un gruppo di potere per scalzarne un altro.
    Non so bene quale sia l’arroganza di cui mi accusi come tifoso juventino, io cerco di non averne né qui sul blog né nella mia vita, se poi ti sembro arrogante ti pregherei di indicarmi dove lo sono stato.
    Non credo che noi tifosi juventini soffriamo diversamente da altri le ingiustizie, credo piuttosto che abbiamo avuto semplicemente un palcoscenico preferenziale sullo spettacolo dell’ipocrisia con la quale ci è stato fatto credere dal nostro sistema mediatico che dopo Calciopoli il calcio sia diventato un mondo pulito e trasparente. Il paragone con tante altre mistificazioni mediatiche (l’emergenza rifiuti, le intercettazioni, i processi del Premier, eccetera) su temi ben più seri viene poi di conseguenza.

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