La fine di un’illusione

Quasi per caso mi sono ritrovato Sabato sera a Marassi a scoprire cosa si provi guardando la fine di un’illusione. Ognuno di noi cuori zebrati in cuor suo fino a Sabato aveva covato la speranza di un ricongiungimento, di una riapertura del campionato, di una svolta che portasse la squadra la dove è il suo naturale approdo. Purtroppo l’illusione era tale, forse la squadra se ne è resa conto prima di noi e questo ha messo le premesse per una delle serate più nere della göba degli ultimi anni.
L’inizio sottolineava subito la costante che sarebbe rimasta tale per tutto l’incontro, fino agli ultimi minuti: la supremazia fisica straripante del Genoa che le consentiva di vincere ogni contrasto, di recuperare miliardi di palloni in mezzo al campo, di stravincere l’incontro nella zona del campo che si trova tra le due aree di rigore. Fortunatamente per la Juve il campo comprendeva anche le due aree di rigore: in una c’era Buffon e nell’altra Del Piero e Iaquinta che sono anche gli unici che escono con dignità da questa serata, e la partita quindi rimaneva incerta miracolosamente fino all’ultimo minuto.
C’era appena il tempo di chiedersi se la Juve fosse rimasta negli spogliatoi e Legrottaglie salvava sulla linea su conclusione di Palladino. La condizione dell’ex-nostro Aladino, croce e delizia del pubblico juventino l’anno scorso, era esaltata da uno Zebina in condizione precaria che inanellava disastri sia in difesa che in avanti. Un’altra costante della serata erano gli sbagli dell’arbitro Rocchi, costanti, immancabili, tanto da far pensare ad un continuo ed instancabile spirito di compensazione che denuncia una totale inadeguatezza al contesto. Così già nei primi minuti un paio di falli da arancione su Nedved, prima di Sculli poi di Bocchetti, venivano ignorati da Rocchi che fermava poi Iaquinta lanciato tutto solo verso Rubinho per un fuorigioco inesistente. L’arbitro fiorentino compiva poi il capolavoro quando Mesto cercava una percussione ed andava giù al limite dell’area. Mentre il pallone viaggiava sereno verso il piede di Thiago Motta, Rocchi scriteriatamente fischiava il fallo su Mesto che forse non c’era neppure, la conclusione del brasiliano era splendida e si insaccava nell’angolino a destra di Gigi. Rimanevo basito e, visto il clima acceso di Marassi, mi aspettavo una sommossa popolare e forse se l’aspettava anche Rocchi che infatti, tra lo stupore generale, convalidava il gol segnato a gioco fermo. La rete non scomponeva la Juve che rimaneva nel suo torpore e se Poulsen e Marchisio in mezzo al campo non ci capivano nulla, allargare il gioco sulle fasce non aiutava, perché anche Pavel e Mauro German sembravano assediati dal centrocampo genoano; l’unica soluzione era quindi quella di far spiovere dalla fascia centrale del campo palloni molto ottimisti verso Iaquinta che lottava come lui sa fare, ma inutilmente. Solo il caso poteva aiutarci, ed ecco puntuale arrivare un disimpegno sbagliato del Genoa che faceva ripartire Del Piero; Ferrari cercava di salvare in tackle scivolato e probabilmente ci riusciva ma Rocchi, forse su segnalazione dell’assistente, concedeva un rigore apparentemente molto ma molto dubbio. A discolpa del direttore di gara posso dire che dal mio punto di osservazione, pur lontanissimo, pareva rigore netto ma il pubblico genoano non la vedeva come me e, già dimentico del gol concesso a gioco fermo, iniziava una vigorosissima contestazione all’arbitro che sortiva il suo effetto, visto che due minuti dopo Rocchi non se la sentiva di concedere un secondo rigore per un fallo di Ferrari stesso su Camoranesi. Stavamo per andare al riposo felici di avere riacciuffato un pareggio insperato ed immeritato ma ecco un colpo di testa ancora di Thiago Motta gonfiare di nuovo la porta bianca e nera e trasformare l’intervallo in un prolungato muso lungo.
Il ritorno in campo vedeva la stessa impotenza nella parte centrale del campo, ma la coperta genoana si era un po’ accorciata e qualche spiraglio si apriva qua e là sulle fasce dove finalmente Nedved e Camoranesi iniziavano a incunearsi con prepotenza, arrivando a sfiorare a più riprese il pareggio. La Juve sembrava finalmennte entrata in partita ma proprio in quel momento ne usciva quasi definitivamente, proprio mentre Seba stava per entrare in campo. Perdevamo l’ennesimo pallone sciocco e Camoranesi, a dieci metri da dove mi trovavo io, si faceva tentare da una sgambata assassina che poi ritraeva veloce, l’impatto con Sculli diventava quindi un’ancata in tutto simile ad episodi precedenti che Rocchi non aveva punito nemmeno con il giallo. Questa volta invece Camoranesi si vedeva sventolare di fronte un rosso di fronte al quale il nostro non aveva nemmeno la forza di protestare. Il genoano di fianco a me mi confessava che secondo lui non era nemmeno ammonizione ma fatto sta che, come se non bastasse tutto il resto, rimanevamo pure in 10. Ti aspettavi che l’incontro finisse qui ed invece la Juve era ancora viva, lottava, si dibatteva come un animale ferito e soprattutto Gigi ricordava a chi lo vorrebbe cedere di essere una spanna sopra tutti, salvando con una parata da supereroe su un’incornata di Sculli da due passi. Perfino Ranieri si rianimava accorgendosi di essere sulla panchina della Juve, accorgendosi che Zebina aveva fatta abbastanza danni e che forse Marchionni avrebbe potuto essere utile in quegli ultimi minuti. L’audace formula era premiata quando Iaquinta spuntava da una mischia furibonda ed insaccava in rete il 2 a 2. In una serata come questa un pareggio suonava come un’impresa ed il disappunto per la squallida prestazione sembrava mitigato dall’insperato recupero. Ma il degno finale di un incontro scriteriato come questo non poteva che essere quello che si presentava ai nostri sguardi attoniti poco dopo. Difficile vedere una squadra che, subito dopo aver riacciuffato il pareggio in 10 contro 11, lascia fuggir via un uomo tutto solo da metà campo su un lancio assolutamente elementare. Ma la Juve di stasera ci regalava anche questo primato e mentre Rossi si fiondava verso Buffon, Palladino bruciava tutti sulla corsa come fosse Bolt, raccogliendo il suggerimento del compagno e vanificando l’uscita disperata di Gigi. Era la fine, la disfatta, la vergogna. Perfino il topolino, che fino ad allora aveva saltabeccato nella fila di seggiolini di fronte alla mia, se ne andava indignato.
Rileggendo questo stesso blog non posso che ricordare che né mi aspettavo un successo in Campionato, né un lungo cammino in Europa ma alla fine ci eravamo tutti un po’ illusi di potercela fare, e forse nemmeno a torto, perché anche stasera la Juve ha dimostrato di essere ad un palmo dall’impresa, che però alla fine sfugge sempre via. Per raggiungere l’impresa in futuro, senza dover sperare in miracoli, servirà ancora un’iniezione di qualità in campo e forse anche in panchina dove l’elegante Ranieri pare sempre più in difficoltà. Speriamo per quest’estate, nel frattempo ci resta solo la Coppa Italia per poter dire che quest’anno non è passato invano.

15 Aprile 2009

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