Lo stato che c’è e quello che vorremmo ci fosse

Ho trovato molto rappresentativo di quella barriera che corre tra Italia e Italia un articolo di Lucia Annunziata dal titolo “Lo stato questa volta c’è”. E’ rappresentativo a mio avviso perché contiene quelle visioni fondamentali che rappresentano uno spartiacque tra due modi diversi di essere paese che distinguono gli abitanti del nostro stivale, ben al di là delle preferenze politiche. In sostanza la Annunziata, ex-presidente della RAI di area dalemiana, popolare anche per la splendida parodia di Sabina Guzzanti, ci spiega che lo stato in Abruzzo c’è stato perché Berlusconi non ha avuto esitazione a recarsi in Abruzzo insieme con il suo stato maggiore, a “mettere la sua faccia”, ad esporsi, né ne ha avute Franceschini a fare altrettanto, a farsi vedere, a rincuorare, a dare pacche sulle spalle.
L’Annunziata non ci racconta altro che quanto molti si aspettano in realtà dallo stato: il conforto, la pacca sulla spalla, la vicinanza nel momento del dolore. Lo Stato che molti si attendono è lo stato emozionale, è quello che rassicura, quello che ti fa vedere il lato positivo anche delle cose più tragiche, quello che invita il paese all’unità, a fare fronte comune di fronte alla fatalità, al tragico destino, che ci rende fieri dell’ondata di solidarietà che si scatena. Il problema è che lo Stato che ti rassicura è spesso quello che non ti fa reagire con la rabbia necessaria, chi ti fa vedere il lato positivo spesso ti nasconde quello negativo, chi ti invita a fare fronte comune spesso ti distoglie dalla condanna di chi ha delle responsabilità, chi invoca il tragico destino vuole far dimenticare che le responsabilità sono precise e le vittime non erano inevitabili, chi esalta l’ondata di solidarietà del dopo vuole nascondere la barriera di cinismo del prima.
A differenza di quanto auspica l’Annunziata lo Stato che io vorrei ci fosse non è quindi quello della rassicurazione, dell’ottimismo, dell’“Italia che si dispera e l’Italia che si innamora”. Lo stato che vorrei ci fosse è uno stato che si assume le proprie responsabilità, che riconosce le proprie colpe, che riconosce che se in Giappone un terremoto di magnitudo 7,2 causa 6 morti e in Italia un terremoto di magnitudo 6,3 ne causa 272 non è perché siamo sfortunati ma perché, per responsabilità estese, ma non così tanto estese da non poterle individuare, uno Stato che imponga che in zone sismiche i nuovi edifici nascano secondo regole precise e controlli accuratamente che quelle regole siano seguite. Purtroppo lo Stato che c’è è lo Stato (e l’intera nazione con lui) che si è disinteressato di come si facevano gli edifici ed è rimasto indifferente al rischio che si correva. Lo Stato che ha rincorso il facile profitto, ha speculato sulla vita della popolazione ed oggi si fa anche scappare una ipocrita lacrimuccia su chi è morto a causa del suo freddo cinismo. Di questo Stato dovremmo essere orgogliosi? Di questa nazione dovremmo gioire?
Capisco che l’Annunziata non se ne renda conto, ma purtroppo per l’altra Italia, quella che non si riconosce nella sua visione delle cose, la vergogna è ancora una volta la sensazione dominante.

9 Aprile 2009

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