Elezioni ai confini d’Europa

Il crollo dell’impero sovietico ha lasciato tanti frammenti, uno dei meno conosciuti è senz’altro la Moldova. Dalla sua indipendenza del 1991 la Moldova è stata caratterizzata dalle tensioni tra la maggioranza di etnia romena e le minoranze ucraine e russe, sintetizzati già dal cambio del nome che designa la repubblica, che fino a quando era sovietica chiamavamo Moldavia (nome russo) anziché Moldova (nome in romeno). Già nel 1991 la questione della Transnistria, regione a maggioranza russo-ucraina, aveva causato un conflitto con la Russia, risoltosi con la concessione di uno status di forte autonomia per la regione che soprattutto scongiurava la massima preoccupazione per i russi e ucraini, ovvero l’autoannessione del paese alla Romania. Molte controversie sono state determinate anche dalla costituzione e dalle leggi sulla nazionalità. La spinta del paese verso il vicino romeno si è ulteriormente rafforzata negli ultimi anni, soprattutto dopo l’adesione della Romania all’UE e questo non facilita la conciliazione nazionale.
In questi giorni la Moldova sta facendo parlare di sé i giornali europei per la rivolta di piazza contro il successo elettorale del Partito Comunista, dal 2001 al governo del paese, che Domenica scorsa aveva raggiunto addirittura la maggioranza assoluta dei voti. I rappresentanti dei partiti dell’opposizione sono andati in piazza lamentando brogli e chiedendo al grido di “Siamo romeni” e “Vogliamo entrare in Europa” l’annullamento delle elezioni e la riconta dei voti, nonostante gli osservatori internazionali considerino valido il voto.
Sembra trattarsi di uno dei tanti versanti del confine dell’Unione Europea e di quel modello europeo che è contestato da chi ce l’ha, ma che è guardato come un miraggio da chi lo vede da fuori come un eldorado inaccessibile. A molti come a me piacerebbe accogliere i moldavi nell’Unione, ma mi domando se quelli che gridano “Vogliamo entrare in Europa” sanno cosa comporta entrare in Europa, ovvero entrare in concorrenza con modelli di sviluppo diversi, ovvero superare abitudini, barriere culturali e sociali, rinunciare ad un modello di convivenza per acquisirne un altro. Alcuni forse lo sanno e sono pronti a farlo, molti altri probabilmente no e saranno quelli che saranno delusi e che tra qualche decennio troveremo a capo di movimenti anti-europeisti, indebolendo la forza e l’unità dello Stato europeo. Per questo, e non certo per pregiudizi o diffidenza etnica, ritengo che l’estensione dell’Europa debba essere un processo da governare con molta cautela e trovando i tempi maturi per estenderne i confini.

7 Aprile 2009

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