L’antimafia in prima serata

Di fronte ai vari generi di criminalità organizzata, non si sono chi si oppone e chi si allinea: c’è una categoria molto ampia che assume una terza posizione, contraria certo, pronta a dirsi fieramente oppositore ma che si riassume nel concetto: “Va beh, ok. La mafia… E’ un problema sì. Ma c’è bisogno di fare tutto ’sto casino?”. Suppongo che alla base di questo atteggiamento ci sia la convinzione radicata che mafia e camorra, per quanto deprecabili, siano componenti del paesaggio italiano e chi vi si oppone alla fine è poco più di un Don Chisciotte, destinato alla sconfitta.
Dopo aver visto la puntata speciale di Che tempo che fa dedicata interamente a Roberto Saviano, mi aspettavo quindi al varco il terzaposizionista di turno e, come spesso mi accade ultimamente quando sono alla ricerca di immondizie informative, La Busiarda è venuta subito in mio soccorso con un articolo dell’ex-portavoce di D’Alema Fabrizio Rondolino che ha messo sulla graticola Saviano. Nel suo articolo Rondolino riprende la inflazionatissima definizione di Sciascia di “professionisti dell’antimafia” (espressione che non manca mai tra le parole di chi attachi chi si oppone alla criminalità organizzata) applicandola a Saviano, per metterlo alla berlina, per presentarlo come una velina dell’anti-mafia, anzi della “moda” dell’anti-mafia, calato nel “sacrario della sinistra commossa”. Io mi chiedo: perché una persona deve scrivere simili corbellerie? Evidentemente vedere Saviano in tv a parlare di Camorra lo deve avere proprio sconvolto, ma i motivi mi sembrano di difficile decifrazione. Perché a chi non sia un aderente della Camorra dovrebbe dare fastidio Saviano? Forse perché un trentenne è riuscito dove tanti anziani del giornalismo italiano non sono mai riusciti (anche perché forse non ci hanno mai provato)? I complessi di colpa sono sicuramente una spiegazione, ma c’è, a mio parere, anche qualcos’altro.
Penso che ci sia davvero da parte di molti una fatica ad accettare che certi temi escano dalla seconda serata, che l’antimafia diventi un argomento da pausa caffé, che un libro sulla Camorra diventi un best seller. Ho l’impressione che chi è cresciuto in un certo contesto politico, con al fianco personaggi come D’Alema, non riesca a pensare ad un paese nel quale le cose importanti, nel bene o nel male, si possano discutere e magari anche decidere al di fuori delle stanze chiuse, degli ultimi piani, dei gruppi ristretti. Chi rubi spazio a veline e reality per parlare di Camorra vuole un paese troppo diverso da quello che costoro hanno scolpito in testa per non creare in essi fastidio e insofferenza, per non essere sminuito e svilito. Personalmente continuo però a preferire il paese di Saviano a quello di Rondolino e continuo a pensare che il paese di Saviano non sia una chimera.

2 Aprile 2009

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