Il problema Tibet

Ad un anno dallo scoppio della rivolta dei monaci, che impressionò il mondo alla vigilia delle Olimpiadi cinesi, il governo cinese ha aperto uno spiraglio nella trattativa con il governo del Dalai Lama, ipotizzando che, in caso di rinuncia ad un progetto indipendentista la Cina potrebbe prendere in considerazione la ripresa dei negoziati. Difficile dire se questa apertura sia solo strumentale o possa essere un primo passo verso il negoziato ma perché il governo cinese dovrebbe sedersi ad un tavolo di trattativa con l’anziano leader religioso?
A ben guardare la cosa non è così peregrina. Il Tibet è oggi un paese nel quale la “sinizzazione” procede a rilento, la regione del Tibet è abitata per il 92% da tibetani e se è vero che i cinesi hanno abitato in massa le città, rimane una quasi totale impermeabilità della comunità tibetana. Chi è stato in Tibet sa che le principali città si dividono in zona cinese e zona tibetana come in una apartheid mai dichiarata (interessante questo reportage al riguardo). Eppure il Tibet è un’area ricca di materie prime che i cinesi vorrebbero meglio sfruttare, ma insieme alla sinizzazione anche la modernizzazione è estremamente limitata e nemmeno le politiche coercitive hanno sortito effetti da questo punto di vista. Chiunque, al posto del governo cinese, si interrogherebbe sull’opportunità di continuare a sobbarcarsi i costi di un controllo ferreo del territorio, di un clima di scontro perenne, di una difficoltà di penetrazione ormai più che evidente. Vi è nell’immaginario collettivo un’identificazione della modernità con il dominio cinese, cosa che mette un freno ad ogni ambizione di sviluppo.
Per quanto le dichiarazioni ufficiali (ripetute anche da molti a casa nostra) insistano col dire che il Tibet fa parte della Cina, la realtà è che il rapporto tra Tibet e Cina è un rapporto di colonizzazione simile a tanti altri che hanno caratterizzato la storia del diciannovesimo e ventesimo secolo ed il governo cinese ne è pienamente consapevole, come è consapevole che una concessione di autonomia al Tibet favorirebbe un clima di minore ostilità nei confronti della modernizzazione. Il governo cinese sta quindi affrontando con il Tibet lo stesso scoglio che i paesi europei hanno affrontato con le ex-colonie nel secolo scorso: da un lato la consapevolezza che un rapporto diverso avrebbe meglio consentito lo sviluppo della colonia, dall’altro la preoccupazione che questo rapporto diverso avrebbe potuto sottrarre la colonia al controllo del suo colonizzatore, come accaduto spesso in passato.
Difficile dire se al governo cinese andrà meglio, ma mi resta l’impressione che i processi storici, pur nelle loro specificità culturali e ambientali, si ripetano simili a sé stessi, o almeno molto più simili di quanto noi non ce li vogliamo rappresentare.

16 Marzo 2009

2 commenti a 'Il problema Tibet'

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  1. dvd afferma:

    vivamente spero che gli aguzzini del popolo tibetano possano rinascere immediatemente dopo la morte nel + sofferente degli inferni assieme a tutti coloro che vedono come,normale colonizzazione questo genocidio culturale che continua da + di 50 anni TIBET LIBERO TIBET LIBERO

  2. Coloregrano afferma:

    Gentile dvd,
    non so se ha notato, ma sulla barra di destra c’è un link che si chiama “Italia-Tibet”. C’è perché mi onoro da anni di essere iscritto a questa associazione. Se fosse stato a casa mia saprebbe inoltre che sul mio balcone di casa sventola una bandiera del Tibet. Faccio tutto questo non per motivi etnici né religiosi, ma semplicemente perché considero il popolo tibetano un simbolo di tutti quei popoli che oggi come ieri sono stati oggetto di sfruttamento, di schiavitù, di sopraffazione da parte dei governi di paesi tra i quali anche il mio, l’Italia, che ha compiuto in Etiopia atrocità inenarrabili. Tra quei popoli tra l’altro vi fu anche lo stesso popolo cinese, negli anni dell’occupazione occidentale prima e giapponese poi. Tutto ciò rientra nella definizione di colonialismo, fenomeno che personalmente non considero affatto “normale”, ma che considero una delle tante aberrazioni del genere umano.
    Fatta questa precisazione e osservato che, nonostante questo, Lei sembra accostarmi a chi quell’aberrazione ha commesso e da quell’aberrazione non vuole recedere nemmeno oggi, mi domando se Lei abbia letto con attenzione quanto da me scritto, se ha riflettuto su quanto letto, se lo avrebbe giudicato diversamente se avessi riversato sulle righe dell’intervento un po’ di rabbia e di parole forti come genocidio, atrocità, barbarie e magari mi fossi astenuto dal paragonare quello che i cinesi fanno oggi in Tibet con quello che noi europei abbiamo fatto nel secolo scorso in Africa.
    Ci rifletta, le farà bene…

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