La mala coppa

Il mondo bianco e nero ha un rapporto da sempre difficile con la Coppa Campioni, sia per motivi seri che ludici. Una stagione come questa nella quale la Juve si era presentata ai blocchi di partenza senza la baldanza di altri tempi, poteva essere l’occasione perché la Coppa ci guardasse infine con occhio meno torvo, poteva essere proprio questa la volta nella quale la fortuna ci poteva portare più lontano del previsto. Al contrario l’esperienza si è chiusa più di ogni altra volta con la sensazione di frustrazione che dà la constatazione che quasi tutto quello che poteva andare male è andato male.
Si è iniziato con il sorteggio dei gironi che ha installato la Juve nel girone più difficile: quello che comprendeva il Real e i neo vincitori della Supercoppa, lo Zenit. Pareva un girone proibitivo per la gracile Juve al ritorno in Europa ed invece ce la siamo cavata benissimo, andando a vincere al Bernabeu e superando, imbattuti e primi, il girone. A quel punto si sperava almeno in un sorteggio benigno negli ottavi, ma ecco uscire proprio i più forti del lotto delle seconde: ovvero i vice-campioni del Chelsea.
Dopo la sconfitta dell’andata la Juve si giocava tutto nella serata di ieri. Se gli infortuni di Camoranesi e la ricaduta di Zanetti non facevano piacere ma potevano far parte del gioco, la frattura al piede di Sissoko, il mancato recupero di Legrottaglie e l’infortunio in allenamento per Marchionni facevano pensare che gli Dei non fossero favorevoli.
Nonostante queste premesse poco felici la serata iniziava con un entusiasmo che mai prima avevo visto, nemmeno quando ben altri fuoriclasse illuminavano le notti bianconere. In una bolgia dantesca iniziava la partita e la Juve se la cavava molto bene con un Iaquinta che si vedeva subito in grande spolvero, anche grazie al tridente (Iaquinta-Trezeguet-Del Piero) che Enzo dimostra sempre di gradire perché trova più facile appoggio al suo gioco di sponda. Tiago dimostrava subito che quello dello scorso autunno non era stato solo un fuoco di paglia e che la sua classe era ancora cristallina. Il brutto anatroccolo iniziava a tessere gioco con maestria e precisione, ma anche una insospettabile determinazione. Molinaro e Grygera facevano dimenticare tutte le riserve ai loro detrattori dimostrandosi in condizioni splendide. Quando tutto pareva ben indirizzato però Pavel faceva crac, due interventi nemmeno troppo ruvidi, di Essien prima e di Anelka dopo, lasciavano il guerriero ceco sul campo. Gli occhi attorno a me erano spenti, la costernazione e la delusione erano nei cuori di chi osservava la zazzera bionda uscire, forse per l’ultima volta, dalla Coppa. Che tristezza per un uomo splendido che ama il calcio come pochi e che sembra destinato a rimanere sempre fuori negli appuntamenti decisivi. La partita avrebbe potuto finire lì, ma c’era Enzo che improvvisamente inventava un tacco verso David che gliela ridava illuminando la propria partita, il ragazzo di Crotone con semplicità spediva nel sacco il pallone che significava la speranza dell’impresa. I minuti che seguivano confermavano la speranza, con le magliette bianconere che si rovesciavano ancora in avanti e gli inglesi in chiara difficoltà. Ma il passar del tempo appesantiva il nostro centrocampo nel quale Brazzo non era un argine abbastanza solido e l’assenza di Momo si sentiva in modo terrificante. Il Chelsea recuperava palloni su palloni e uno splendido Tiago non bastava a costruire gioco quando i blu sembravano sempre di più. La difesa però reggeva e la Juve rischiava solo quando Buffon si faceva sfuggire un pallone su punizione di Drogba (che non c’era) e la palla danzava sulla linea in modo sadico, ma l’assistente diceva che non era gol. Il tempo di titare il fiato e la serata nera viveva il suo climax: Tiago, nell’unica piccola distrazione della serata, lasciava troppo spazio a Lampard che andava al tiro, il portoghese metteva il piedino e una traiettoria insospettabile si disegnava di fronte agli occhi bianconeri atterriti: Gigi la prendeva, con un miracolo, ma sulla ribattuta Essien era il più pronto a cacciarla dentro. Il gelo calava sulla serata dell’Olimpico.
Alla ripresa del gioco la Juve sembrava tramortita, Iaquinta era sfiancato dal gran primo tempo e non riusciva più ad appoggiare il gioco sulle fasce, la Juve era in difficoltà a far sovrapporre i laterali e il suo gioco non aveva sbocchi. Ranieri azzeccava la mossa che non ti aspetti da lui: fuori un grande Enzo e dentro Giovinco. Il pubblico non gradiva, io sì e il gioco pure: la Juve ritrovava un riferimento sulle fasce e Cristian ricominciava ad esser ficcante sulla sinistra. Passavano pochi minuti e a frapporsi tra un’azione splendida, completata da un gran colpo di testa di Trezegol, e la rete, era solo una prodezza di Cech. Subito dopo il Capitano non riusciva per pochi millimetri a buttarla dentro ed era poi l’arbitro Undiano a non vedere un fallo di mani appena fuori area, negando ad Alex una ghiotta punizione. Era proprio in quel momento che l’avventatezza completava il disegno impostato dalla mala sorte e Giorgione Chiellini entrava come un treno impazzito sulla caviglia di Drogba. Cosa sarà passato nella testa del nostro? Non si sa e non lo sapremo mai, ma la Juve restava in 10 e pareva di nuovo finita.
Ed invece il nuovo entrato Belletti pensava bene che fosse il caso di dare di nuovo vivacità all’incontro con un uscita di pugno su una punizione di Del Piero: rigore e il Capitano faceva 2-1. Da segnalare la manfrina di ronaldiana memoria messa in scena dai giocatori del Chelsea per il rigore concesso. Ci fanno la predica ma in fondo anche gli inglesi hanno ben imparato da noi l’arte di condizionare l’arbitro…
L’assalto finale era tutto di Giovinco: la Formica si destreggiava in una serie di slalom che facevano prendere grandi spaventi ai londinesi ma Cech rimaneva in piedi in mezzo ai pali. Quando poi ci si stava lustrando le ugole per gli ultimi minuti arrivava il gol di Drogba a chiudere, questa volta definitivamente. il discorso.
Un applauso forte, convinto, trascinante, salutava la fine dell’incontro e la Squadra faceva il giro d’onore come dopo una vittoria. Più di così non si poteva fare, davvero.
Resta il rammarico e la sensazione di frustrazione che dà la convinzione che le poche possibilità che avevamo non siamo riusciti nemmeno a giocarcele.

11 Marzo 2009

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