Pippe autoreferenziali

Mi ha suscitato alcune considerazioni questa intervista del Ministro Brunetta, personaggio che continuo a considerare uno dei più significativi di questa fase della nostra storia.
Il Ministro racconta qua e là un po’ di frottole, come quella per la quale la class action è opera sua. Per chi non lo sappia la class action, quella vera, era stata introdotta dal precedente governo ed il governo attuale si è limitato a cedere alle pressioni delle grandi aziende congelandone l’introduzione che era prevista per Giugno 2008. Brunetta ha introdotto invece la cosiddetta “class action per la pubblica amministrazione”, cosiddetta in quanto non prevede alcun risarcimento per le parti lese “perché sarebbe costata troppo” ha spiegato Brunetta.
Mi ha però soprattutto molto colpito come Brunetta abbia riassunto la novità della sua riforma della pubblica amministrazione nello slogan: “basta con le pippe autoreferenziali”. Cosa significa questo slogan? Cos’è una pippa autoreferenziale in politica? Che la classe politica, inclusa quella vicina a Brunetta, sia spesso autoreferenziale è condivisibile. Ma perché la Bassanini è una pippa autoreferenziale e la sua riforma no? In cosa Brunetta ha portato novità? Francamente dall’intervista e da altri reportage non si comprende. Dice che la riforma è grezza, “è scritta male“, afferma candidamente. Non è proprio una porcata come direbbe Calderoli ma poco ci manca. E poi balbettamenti, risposte poco convincenti, o convincenti che c’è davvero poca ciccia dietro le parole, ma le parole sono di questo calibro: “pippe autoreferenziali”.
C’era una volta la vecchia politica che si nutriva di slogan fumosi e astratti: “Convergenze parallele“, “Il preambolo“, “La conventio ad excludendum” e così via: era un’epoca ancora di limitata scolarizzazione nella quale le espressioni incomprensibili esercitavano un certo fascino sulle masse. Oggi siamo invece in un’epoca di antiintellettualismo, nel quale i concetti che non siano facilmente comprensibili devono essere per forza superflui. Nella politica di oggi quindi gli slogan devono ricondursi ad un linguaggio chiaro e schietto, popolare soprattutto. Ed ecco il fiorire di espressioni più vicine al modo di esprimersi comune.
Ora come allora quello che rimane dato comune è l’assenza di contenuti, è l’assenza di una prospettiva reale, l’assenza di un disegno di paese che vada al di là dell’espressione che colpisce l’immaginario collettivo dell’epoca e fa guadagnare qualche consenso. Allora c’era un’opinione pubblica che sapeva di non capire, oggi c’è un’opinione pubblica che crede di capire e non capisce lo stesso. E per questo forse oggi stiamo peggio di ieri.

10 Marzo 2009

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