Il Sudan e il mondo di domani

Da qualche giorno non si fa che parlare del Sudan, paese nel quale ci si è massacrati per anni nell’indifferenza internazionale. Ora però la corte internazionale dell’Aia ha messo il piede nel formicaio, scatenando polemiche e scontri a tutto campo, spiccando un mandato di cattura internazionale nei confronti del Presidente sudanese Al-Bashir.
La vicenda sudanese è complessa e, come molte altre simili, il risultato di una storia di scontri tra diverse etnie, ogni riassunto delle quali rischia di essere superficiale, e di interessi economici legati alla scoperta del petrolio. La storia della guerra in Darfur (raccontata in questa voce di wikipedia o su questo articolo di Limes) affonda le sue radici in una vicenda di guerre civili scatenasi a partire da quando si scoprì che la regione era ricca di petrolio ed il governo centrale accentrò la gestione delle riserve petrolifere spogliandone l’amministrazione locale. Da allora con alterne vicende si è combattuto un conflitto a tutto campo caratterizzato da scontri etnici tra le molteplici popolazioni che vivono nella regione la maggioranza delle quali rinconducibili a etnie arabe o bantu. Nel conflitto poi è entrato anche il Ciad, non solo per l’afflusso massiccio di profughi ma anche per il desiderio di partecipare allo sfruttamento della regione, ed in ultimo anche l’Eritrea ha fatto capolino in termini di appoggio diretto o indiretto ai ribelli.
Quello che la Corte de L’Aia ha sott’occhio è principalmente la piega che il conflitto ha preso a partire dal 2003. In quell’anno il governo sudanese, (capeggiato dal 1989 da Omar al-Bashir) nel momento ad esso più sfavorevole del conflitto, ritenendo l’esercito inadeguato alla guerra in atto, cambiò rotta reclutando i famigerati janjawid, gruppi paramilitari formati da popolazioni di lingua araba. Tali gruppi avevano il grosso vantaggio, rispetto all’esercito, di muoversi con le stesse regole dei propri avversari, ovvero nessuna e quindi nessuno scrupolo. Di lì si iniziò a condurre il conflitto affiancando alle incursioni militari dell’esercito la decimazione della popolazione civile, operata dai janjawid, con stragi sistematiche, pulizie etniche e atrocità varie sulla popolazione inerme che facevano terra bruciata attorno ai ribelli.
Questo fatto ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale più volte sul paese e sul suo governo, cosa che ha indotto l’assemblea dell’ONU ad adottare varie risoluzioni di condanna ed all’invio di un contingente di Caschi Blu. Le iniziative di condanna hanno però avuto sempre un oppositore o comunque un pompiere nella Cina. Questo non solo per la classica indulgenza del governo cinese nei confronti della violazione dei diritti umani, ma soprattutto perché il paese ha subito una fortissima colonizzazione commerciale da parte delle aziende cinesi, meno preoccupate di quelle occidentali rispetto all’instabilità del paese e quindi più pronte a sfruttarne le ricchezze petrolifere.
Il mandato di cattura internazionale nei confronti di al-Bashir è un’iniziativa senza precedenti nel caso di un Capo dello Stato in carica, che obbliga l’opinione pubblica mondiale a prendersi le proprie debite responsabilità. In questi casi ci si divide sempre tra sedicenti relativisti (ovvero sostenitori dell’idea che nessun valore è di per sé preferibile ad un altro) che sostengono che non possiamo imporre ai sudanesi i valori occidentali, che lo facciamo solo per il petrolio e così via. Dall’altra parte ci sono quelli (riconduncibili ad un’ottica più etnocentrica) che ritengono che dobbiamo difendere i nostri valori occidentali, che quei valori corrispondono ai valori di pace ed armonia e vanno esportati, non nel nostro interesse, ma in quello dei popoli che saranno benedetti dall’acquisizione dei nostri valori. Spesso questi schieramenti paiono crearsi su basi che vanno al di là del conflitto tra le due impostazioni filosofiche. Noto ad esempio che spesso che quando si parla di taluni paesi lo schieramento dei relativisti tende a rimpolparsi. Spesso inoltre il relativismo diventa etnocentrismo policentrico, che a differenza del relativismo ritiene che esistano sì dei valori più validi di altri, ma che la maggior validità dipende dal paese al quale si fa riferimento. Quindi se per un paese i valori di equaglianza e libertà possono essere quelli più validi, per un altro possono essere più validi quelli di ordine e controllo.
Il problema è che il conflitto tra relativismo e etnocentrismo ha sempre meno significato nel mondo di oggi, perché in una società globale un approccio etnocentrico non può avere cittadinanza, e per contro una società si deve necessariamente basare su valori condivisi: non può pensare che ogni valore, ogni norma etica possa andar bene. Nella società globale in fase di costruzione ci saranno dei valori condivisi, dei limiti a quello che l’uomo può e non può fare e quei limiti dovranno valere per qualunque paese che non voglia isolarsi rispetto al resto del mondo.
Sono certo convinto che il problema del Sudan è quello del petrolio e senza di esso i janjawid avrebbero potuto continuare indisturbati la propria attività. Se tuttavia il mandato di cattura della Corte de L’Aia sarà un passo avanti per la costruzione di valori universali condivisi (e non imposti) nella società mondiale, direi che si sia trattato di un atto assolutamente positivo.

7 Marzo 2009

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