La grancassa

Siamo tutti ormai abituati a leggere sui giornali le cose più improponibili, abbiamo fatto il callo alla deformazione più sfrontata della verità, a vedere ribaltare completamente una notizia. Un processo si conclude con l’assoluzione di uno e la condanna di dieci ed ecco che il giornalista di turno se ne esce con il titolo “Tizio assolto” e ci spiega nel corpo dell’articolo che questo dimostra che il processo era una montatura, una persecuzione. Quante volte abbiamo trovato sui giornali una notizia offerta in questo modo? Eppure mi colpisce sempre un po’ quando mi trovo di fronte a questo modo di informare, ancor più quando mi è difficile individuare l’agire di ragionevoli partigianerie ideologiche.
Oggi apro La Repubblica e leggo l’articolo di Fabrizio Bocca dal titolo “Non suonate la grancassa” che vorrebbe chiosare la conclusione del primo grado del processo alla GEA, società di procura calcistica dei figli di Moggi, Lippi e Geronzi (stranamente però la figlia di Geronzi nel processo non è stata coinvolta). L’articolo inizia con la seguente frase: “Il sistema Moggi esisteva, avvelenava il calcio e se qualcuno avesse avuto ancora dubbi ecco un’altra conferma”. Ma come? Forse ho capito male le notizie sentite alla radio ed alla TV che dicevano che era caduta l’accusa di associazione a delinquere? Che dicevano che lo strapotere presunto dei Moggi era solo un’ipotesi investigativa che la fantasia di giornalisti, in cerca di notizie sensazionali, avevano trasformato in certezza incrollabile? No, no. Girando su Internet si ha la conferma che le notizie erano vere. E allora? Come la mettiamo Fabrizio Bocca?
Riassumo i fatti per chi non li conosca. Il processo GEA verteva sulla presunta posizione di predominio della società nell’attività di procura dei calciatori, ottenuta attraverso attività illecite di controllo dell’intero mercato ed era basato sulle testimonianze di giocatori che avevano riconosciuto di avere subito pressioni dalla GEA di vario genere, ma tutte basate su una millantata possibilità di governare il calcio e quindi di influenzare negativamente la carriera di chi non avesse accettato la procura. Le dichiarazioni che dovrebbero avere condizionato la sentenza sono in particolare quelle di Amoruso e di Blasi (che però al processo ha ritrattato) per quanto riguarda Luciano Moggi e quelle di Boudianski e Zetulayev per quanto riguarda Alessandro Moggi. L’episodio più pesante è rappresentato dalla frase di Luciano Moggi che avrebber detto al calciatore della Juve Amoruso che non voleva trasferirsi al Perugia per motivi economici (stipendio troppo basso in Umbria) “Se non accetti di andare al Perugia non giochi più al calcio”.
La sentenza apparentemente (vanno attese naturalmente le motivazioni) smentisce che esistesse un effettivo predominio della GEA sul mercato dei procuratori. La condanna dei soli Moggi per violenza privata sottolinea che comunque non è bello dire a qualcuno “Se non fai come dico io non giochi più al calcio” ma l’assoluzione dall’associazione a delinquere, sempre apparentemente, significa che quelle minacce erano solo millanterie a cui non corrispondeva un’effettiva organizzazione in grado di attuare quanto minacciato. Se non fosse così d’altronde non si capirebbe perché nella stessa Juventus erano relativamente pochi i giocatori “clienti” della GEA. In sostanza quindi non esisteva il sistema Moggi, il predominio della GEA era solo un’ipotesi dei PM e magari un sogno dei Moggi ma nulla più. Come ha detto Moggi stesso: “Non sono Belzebù ma mi ha fatto comodo che qualcuno lo credesse”. Rimane anche il fatto che condannare a sedici mesi di reclusione (pur indultati) uno per una minaccia generica e non specificata, sa un po’ di pena draconiana quando in Italia chi aggredisce a sprangate qualcuno per futili motivi se la cava con 10 mesi di reclusione, ma non approfondiamo il tema…
Vorrei tuttavia sgombrare il campo da dubbi circa quello che penso su Moggi. Si tratta di uno di quei personaggi arroganti e torbidi che mi piacciono molto poco per principio e sono contento che la Juventus non sia più gestita da questo signore, anche se questo significa vincere di meno. Tuttavia ho gli occhi per vedere e le orecchie per sentire e quello che vedo e sento mi dice che qualcuno ha voluto dipingerlo come un padrone incontrastato del calcio italiano quando era semmai solo un gran fanfarone. Non sapremo forse mai chi ha avuto interesse a presentarcelo così e perché l’ha fatto, ma sappiamo chi in questi anni, pur vedendo e sentendo le stesse cose che sentivo io, ha continuato a suonare la grancassa su giornali e televisioni raccontandoci una storia che si faceva sempre più paradossale, e continua a suonare la grancassa, come fa Fabrizio Bocca, anche se ormai suona sempre più come un tamburo sfondato.
Il prossimo processo di Napoli su Calciopoli ci dirà probailmente altre cose interessanti sull’argomento. Vedremo.

9 Gennaio 2009

Un solo commento. a 'La grancassa'

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  1. sara afferma:

    ke skifoo

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