Il ritorno della Lista Unica

Nel Febbraio del 1928 il Gran Consiglio del Fascismo approvava una riforma della legge elettorale che introduceva il concetto della Lista Unica. Si trattava di una lista composta da 400 candidati all’elezione parlamentare, compilata dallo stesso Gran Consiglio. L’elettore aveva solo la possibilità di approvare o respingere l’intera lista senza alcuna alternativa.

Ieri passeggiavo per il centro di Torino e mi sono fermato al banchetto del PdL in Piazza Castello, incuriosito da quanto avevo sentito dire circa l’iniziativa in corso da parte del partito di Berlusconi: le cosiddette primarie per la scelta dei delegati al congresso nazionale della PdL del Marzo 2009. Ho chiesto informazioni su come funzionava e mi hanno fatto vedere un prestampato con una lista di candidati ed, in cima, un quadratino su cui apporre la crocetta di fianco alla scritta: “Approvo la lista”. Chiedevo a quel punto come avrei potuto fare se non fossi stato d’accordo con la lista, l’addetto mi mostrava un altro prestampato con l’intestazione “Non approvo la lista” ed una serie di righe vuote sulle quali indicare quali fossero le persone che intendevo candidare in luogo di quelle scelte dal partito. Come a dire che non c’era una lista alternativa. Tra l’altro, a differenza delle primarie del PD, in questo caso per votare eri obbligato ad iscriverti al partito. Chiedevo infatti all’addetto: “Quindi per votare ci si deve prima iscrivere al partito?”. Lui mi rispondeva: “Sì. Se no poi votano tutti. Magari anche quegli altri…”.  Immaginavo di far parte, nella sua testa, appunto di “quegli altri”.
Questo meccanismo assomiglia davvero troppo alla Lista Unica fascista perché la cosa possa suonare solo casuale. Una possibile interpretazione è che chi ha avuto quest’idea abbia trovato geniale la soluzione introdotta dal fascismo ed abbia deciso di riproporla. L’altra possibile interpretazione è invece che chi ha ideato questa soluzione non sapesse affatto dell’esistenza della Lista Unica, ma semplicemente la stessa cultura, come spesso accade, ha generato gli stessi frutti. Trovo quest’ultima interpretazione la più probabile ma niente affatto la più auspicabile, perché non fa che confermare il fatto che negli 80 anni passati la nostra cultura democratica ha fatto ben pochi passi avanti.

21 Dicembre 2008

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