Apparatodipendenza

La parabola del Partito Democratico pare ricordare tanto quei filmetti o originali televisivi strappalacrime in cui c’è il ragazzo tossicodipendente che smette, trova un lavoro, si fidanza con una brava ragazza, sembra rinato, tirato a lucido come un giovane di buona famiglia, il lieto fine pare cosa fatta, ma alla prima crisi rieccolo finire a bucarsi di nuovo, fino alla tragedia finale.
Allo stesso modo il PD aveva iniziato bene: un processo trasparente, elezioni primarie per designare la struttura organizzativa. Pareva sincera la volontà di far respirare un’aria nuova ai suoi sostenitori, di avere un partito con una connotazione profondamente democratica che superi la logica storica dei partiti italiani, chiusi in sé stessi, in logiche incomprensibili, in strategie solo funzionali all’emergere di questa o quella cordata ma non certo all’imporsi di un’idea e tantomeno delle istanze degli elettori. Solo le facce parevano molto simili alle solite ma un sistema fortemente democratico pareva il miglior modo per sostituirle, per erodere il muro che circonda la nostra politica. La mancata organizzazione delle primarie per decidere le liste delle elezioni politiche è stato un primo passo indietro: non c’è stato tempo, dicono alcuni. Ho francamente qualche dubbio in merito e soprattutto non ho dubbi sul fatto che una scelta del genere avrebbe almeno mitigato la disfatta elettorale. Da allora in poi le primarie sono diventate sempre meno un metodo democratico e sempre più un vestito bello con il quale si adorna una scelta già fatta. Non che non si siano svolte più primarie, anzi abbiamo assistito recentemente alle primarie per il sindaco di Bologna, ma finché la primaria non viene adottata come sistematico mezzo per eleggere le cariche, per decidere i candidati, per far vivere di democrazia il partito diventano solo un plebiscito bonapartista che presto stuferà anche i suoi più affezionati sostenitori.
In realtà nel frattempo l’attenzione è ritornata sugli apparati, sulle cordate, sulle correnti, che tra veti incrociati, congiure di palazzo puntualmente smentite, pizzini ed abboccamenti, sono tornati a derubare la base della politica per richiuderla a doppia mandata nella cassaforte, lontana dagli sguardi indiscreti dell’opinione pubblica. All’indomani dell’elezione di Obama tutti si sono chiesti se ci sia in Italia un Obama. Non ho sentito nessuno chiedersi se in Italia un Obama sarebbe mai stato eletto, se uno degli “apparati”che domina la nostra politica si sarebbe mai spogliato del proprio potere per rimetterlo in discussione nelle mani di un autentico innovatore.
Personalmente sono convinto che in Italia un Obama ce l’abbiamo. Forse anche più di uno. Ci sono, sono sicuro che ci sono. Sono chiusi nello sgabuzzino di una sezione del Partito Democratico oppure nella stiva della barca di D’Alema, oppure nel confessionale della parrocchia di Rutelli. Ce la faremo a tirarli fuori? Ce la faranno le inchieste giudiziarie? Ce la faranno le sconfitte elettorali? Difficile essere ottimisti, davvero difficile.

17 Dicembre 2008

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs