Questione Vinavil

Qualche giorno fa il Presidente del Consiglio ha confermato tutta la sua bravura nel rendersi ridicolo con un duro attacco sulla “Questione Morale” nei confronti del PD, non solo scordandosi dei propri guai con la giustizia ma anche di quelli del candidato Gianni Chiodi, al suo fianco sul palco, candidato dalla PdL alla presidenza della Regione Abruzzo pur essendo sotto processo e già più volte citato su questo blog. Sicuramente all’interno di un panorama politico, e non solo politico, sconsolante sulla “Questione morale”, pochi possono dirsi immuni dal cancro della corruzione e dell’illegalità ma non è certo il PD quello messo peggio, se non altro perché ha sempre evitato, ai suoi livelli istituzionali, di reagire alle inchieste con attacchi ai magistrati inquirenti o gridando al complotto.
C’è però un’altra questione che trovo comune a troppe realtà all’interno del Partito Democratico per non sospettare che si tratti di una patologia: la questione “Vinavil” (termine che prendo da una dichiarazione recente del Sindaco Iervolino). Si tratta dell’abitudine di chiunque ricopra una carica a stare attaccato a quella carica qualunque cosa accada, qualunque fallimento incontri: politico, giudiziario o morale che sia. Il caso di Villari è divenuto un caso scuola ma non è poi così diverso da quello di Bassolino. Il Presidente della Regione Campania è stato indicato a torto o a ragione come il colpevole del disastro dei rifiuti. Si è dimesso? Si è fatto da parte? Assolutamente no. Ancora adesso nega le sue dimissioni e chiede udienza da Veltoni per spiegare, capire, soprattutto farsi un po’ di pubblicità.
Anche il caso di Domenici, per quanto comprenda il disagio dell’uomo che è stato accusato forse ingiustamente, sottolinea una personalizzazione della politica che poi è la causa scatenante dell’attaccamento morboso alla seggiola. C’è una crisi? Ci si fa da parte. Considerarsi la vittima di un intrigo, di una persecuzione è la spia di una visione della politica come professione e non come pubblico servizio. Il politico è e deve essere un servitore dello Stato, non può sentirsi defraudato se viene messo da parte, se gli interessi della collettività lo costringono, pur innocente, a uscire di scena perché mettere gli interessi della collettività di fronte ai propri fa parte integrante della sua deontologia professionale.
Che un operaio si incateni al cancello della fabbrica dalla quale è stato licenziato è uno sfogo comprensibile da parte di chi probabilmente non ha più prospettive, la stessa comprensione non riesco francemente a provarla per un Sindaco, un Presidente di Regione o un Deputato.

9 Dicembre 2008

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