Psicologia della banderuola

La vicenda del senatore Riccardo Villari, fieramente aggrappato alla seggiola assegnatagli da un colpo di mano della PdL, mi ha suscitato non pochi interrogativi. Lascerei alle consuete gazzarre da pollaio, nate in una politica che ha sempre più perso il contatto con la realtà, le polemiche circa la fondatezza delle accuse mosse da di Di Pietro a Berlusconi. Chiunque sia nato prima di ieri può immaginare da solo che la vicenda non sia stato il frutto del caso e di un improvviso moto di delirio di onnipotenza del personaggio, dopodiché che il mandante dell’okkupazione della RAI da parte di Villari sia questo o quello non saprei sinceramente dire e non mi interessa più di tanto. Che ci siano all’interno della classe politica molti personaggi che non sembrano desiderare altro che lo sfascio del nostro paese e delle sue istituzioni mi è ben chiaro e li conosco per tutti per nome.
Quello che io mi chiedo invece è: perché un senatore che probabilmente ha fatto una discreta fatica per arrivare dove è arrivato si rassegna a non poter diventare famoso per una legge di riforma o comunque per un’impresa politica che giustifichi la grande fatica fatta in riunioni politiche, dibattiti, comizi? Perché decide che la sua notorietà da oggi sarà affidata ad una vicenda nella quale è proprio difficile vedere alcunché di positivo? Cerco di mettermi nei panni di questo signore ma faccio fatica. Fino a ieri Villari era un illustre sconosciuto, da oggi chi lo conosce sa che è quello che non si è voluto dimettere, che tutti ma proprio tutti da Rifondazione Comunista alla Fiamma Tricolore considerano un venduto, un farabutto, una marionetta. Fino a ieri Villari si siedeva al proprio posto in aereo ed il suo vicino continuava a leggere il giornale senza riconoscerlo, da oggi si siederà in aereo, il suo vicino lo riconoscerà ed avrà un moto di disgusto. Fino a ieri i suoi figli (se ne ha) a scuola rispondevano con orgoglio alla domanda della maestra: “Cosa fa tuo padre?!”, da oggi il bambino della fila davanti risponderà per loro: “Il venduto! La marionetta! Ahahah”. Ne valeva la pena?
Certo, avrà avuto dei vantaggi nel farlo. Non voglio fare ipotesi per evitare denunce, però non credo l’abbia fatto solo per un capriccio. Ma i vantaggi erano così grandi da farsi bollare come farabutto? Quanto dovrebbero darmi per accettare una cosa simile? Disinteressarsi dell’opinione altrui è certo sintomo di forza d’animo, ma a tutto c’è un limite.
Magari la situazione gli è sfuggita. Magari sperava di fare come De Gregorio, ex-senatore dell’Italia dei Valori che è passato dall’altra parte in cambio di una Presidenza di una Commissione e adesso, diventato popolista, ci rappresenta degnamente all’assemblea della NATO. Però è andata così… Insomma, sinceramente rinuncio a capire cosa stia dietro al desiderio perverso che lo ha portato fin qui.
Rimane un fatto. Ci sono molti, moltissimi, come Villari e tanti altri, per i quali la politica, o anche semplicemente il mestiere che fanno, includendovi qualunque altro di professione, è solo ed esclusivamente tornaconto personale ed eventualmente ricerca del potere. L’idea di fare un “buon lavoro” sembra del tutto aliena da costoro. Il problema è che nel mestiere del politico, come in tanti altri mestieri, la presenza di personaggi simili è legata alla carenza di controllo sul lavoro svolto e chi dovrebbe esercitare un’attività di controllo sul lavoro svolto politici siamo noi elettori che, anche questa volta, abbiamo fatto un pessimo lavoro.

22 Novembre 2008

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