Coglionisti o strategisti?

Di fronte alle frequenti esibizioni internazionali poco dignitose di Berlusconi c’è solitamente un distinguersi tra due scuole di pensiero: gli strategisti e i coglionisti. I secondi sono quelli che sostengono che Berlusconi è un coglione che non si rende conto delle conseguenze delle affermazioni che fa. I primi invece sottolineano le profonde strategie che risiederebbero nelle uscite del nostro Premier come di altri uomini politici con abitudini simili.
Il problema secondo me sta nel mezzo. Berlusconi, come ogni politico, ha un suo canovaccio, una sua personalità comunicativa che lo porta a cercare di prendere sempre la scena indipendentemente dal fatto che abbia o meno argomenti per farlo. Ciò non significa che ogni uscita risponda singolarmente ad un grande disegno, ad una raffinata strategia, ma nel suo insieme uno scopo c’è: è quello dell’eterna visibilità, del protagonismo a tutti i costi. Nel momento in cui la scena era stata rubata dall’elezione di Obama e Veltroni finalmente riusciva a fare dichiarazioni che non fossero solo commenti all’operato del governo, sembrava a Berlusconi urgente riprendersi la scena. Non credo che ci abbia pensato più di 5 minuti a cosa dire, a come dirlo ed a tutte le conseguenze che avrebbe avuto. L’ha detto nella convinzione che questo avrebbe moltiplicato la visibilità sua e del suo governo ed ovviamente ha avuto ragione. Resta però da chiedersi a chi giovi questo genere di visibilità.
Per rispondere provo a spostare altrove il ragionamento, ovvero nella Polonia dei fratelli Kaczyński. Parliamoci chiaro: chi si ricorda chi fosse il Presidente della Polonia prima che arrivasse al potere Lech Kaczyński o il Primo Ministro prima di Jarosław Kaczyński? L’immagine che avevamo della Polonia era di un paese di gente seria, laboriosa, ma era anche un paese piuttosto anonimo. Dall’avvento dei fratelli terribili la Polonia si è messa di traverso su tutto: dal Trattato di Lisbona al 20-20-20, dalle relazioni con la Russia alle accuse nei confronti della Germania, perfino alla proposta di riintroduzione della pena di morte, all’omofobia, ad una sorta di novello maccartismo e, guardacaso, proprio in questi giorni anche il Presidente Kaczynski ha causato un mezzo incidente diplomatico con Obama. Insomma: finalmente si parla della Polonia ma quasi sempre male. Probabilmente per una parte dell’opinione pubblica polacca il fatto che si parli della Polonia è una buona cosa, ma se dovessi scegliere dove andare a vivere o dove impiantare un’attività economica oggi molto più difficilmente di ieri penserei alla Polonia. Non mi stupirebbe di scoprire che la stessa visione sia prodotta all’estero dalle uscite di Berlusconi. Più visibilità, magari anche qualche sorriso indulgente nelle aree più becere delle opinioni pubbliche straniere, ma alla fine un’idea di paese fondamentalmente folcrostico e assolutamente inaffidabile.
E’ alla fine uno dei tanti aspetti di quel modo di fare politica, che si definisce normalmente populista, che essenzialmente significa inseguire gli umori dell’elettorato anziché esserne la guida; che è poi l’idea che il fine della politica sia solo la conservazione del potere e mai il maggior prestigio del paese.

11 Novembre 2008

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