Travaglio e l’Italia dei lacché e dei cattivi

Chi ne ha parlato finora l’ha fatto per festeggiare ma Marco Travaglio è stato condannato a 8 mesi di reclusione per diffamazione nei confronti del vecchio amico del Presidente del Consiglio Previti. Faccio veramente fatica a riconoscere nell’articolo in oggetto che è qui riportato alcunché di diffamatorio visto che l’unico riferimento a Previti è in un virgolettato ma non mi voglio soffermare tanto sulla condanna.
Mi vorrei invece concentrare su chi ha appunto commentato con compiacimento la notizia, probabilmente nella convinzione che il castigamatti della corruzione politica abbia chiuso qui la sua carriera di guastafeste. Non è un modo nuovo di pensare: ogni qual volta in Italia qualcuno si erge a castigatore dei costumi della classe dirigente ecco nascere un esercito di lacché, pronto a cercare di smascherare il finto moralista. L’obiettivo è chiaro: una volta dimostrato che l’assoluta innocenza non è di questo mondo sarà anche dimostrato che nessuno è colpevole e che soprattutto non lo è il proprio notabile di riferimento.
Nella vicenda in questione ho sentito molti pareri ma il più delirante è quello espresso nell’editoriale de “Il Tempo” nel quale si parla dei sostenitori di Travaglio come di “una piccola borghesia incattivita che non vuole niente ma che, come su una piazza di Teheran, vorrebbe assistere all’esecuzione di quelli che non gli piacciono“. Immagino che Peppino Caldarola, autore del pezzo, mi includerebbe in quella borghesia incattivita per la mia incurabile tendenza ad indignarmi di fronte all’impunità di cui gode la classe dirigente italiana. Ma in fondo non mi sento di biasimarlo. Ha ragione: in un paese come il nostro in cui nessuno paga per i propri sbagli, bisogna essere veramente cattivi per pretendere che l’unico a pagare sia un politico, come ad esempio il sottosegretario Cosentino, solo perché magari coinvolto in una storia di Camorra. Non credete?

24 Ottobre 2008

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