Va bene l’opossum ma forse un po’ meglio si poteva fare

salvini_berlusconi_meloni_fg.jpgMentre scrivo il nostro paese si avvia a riportare al governo una coalizione di destra. L’ultima volta che la destra aveva chiaramente vinto le elezioni in passato non era andata benissimo. A tre anni dal trionfo elettorale del 2008 Berlusconi si era dimesso, commissariato per la crisi del debito, e il curatore fallimentare Monti era salito a Palazzo Chigi per rimettere ordine nei conti pubblici devastati dalla gestione scellerata del ministro Tremonti. Dopo di allora l’esplosione del M5S aveva un po’ sparigliato il campo bipolare e i governi che si sono succeduti sono stati governi sostenuti da forze politiche che non si erano presentati insieme agli elettori. Ora che il declino del M5S ridà spazio al confronto bipolare la destra sembra prossima a ritornare al governo con una consistente maggioranza. Cosa ha propiziato questo successo annunciato? Difficile dirlo con chiarezza.
Non si può certo dire che il nostro sia un paese schiacchiato da un’eccessiva ridistribuzione della ricchezza. L’Italia è nelle prime posizioni nella classifica europea dei paesi in cui la ricchezza è peggio distribuita e gli stipendi dei top manager ormai sono più alti di quelli dei campioni di calcio. D’altra parte la destra che si appresta a vincere le elezioni non sembra la classica destra thatcheriana neoliberista, tutta liberalizzazioni e tagli alla spesa; al contrario è una destra che parla di nazionalizzazioni che fa cadere il governo per non toccare i privilegi dei tassisti e le concessioni balneari. In un paese in cui gli unici a prosperare sono proprio le categorie protette pare sorprendente che la maggioranza degli italiani voti per i loro padrini. E allora dove sta il segreto del successo di Meloni e dei suoi alleati? Sicuramente nel fatto che l’Italia è un paese conservatore per tradizione e adesso anche per tendenza anagrafica e che quindi è propenso a conservare anche quando conservare significa dare continuità ad un lungo processo di declino come quello che l’Italia sta affrontando da trent’anni in qua. Però forse c’è anche un problema di comunicazione: i temi della coalizione sovranista sono chiari: meno poteri possibili all’Unione Europea, meno immigrazione possibile, meno diritti civili possibili alle minoranze etniche o di genere. Non sono cose che cambiano la vita in meglio a nessuno eppure sono messaggi chiari che può riconoscere anche il più distratto. Prendiamo il progetto-manifesto della coalizione sovranista, che è quello della Flat Tax. E’ un progetto che fa acqua da tutte le parti, per molti vorrebbe dire forse pagare più tasse e comunque vorrebbe dire sicuramente aumentare ancora il divario tra più ricchi e più poveri, già abissale come detto sopra, questo solo per sorvolare le inevitabili ripercussioni su spesa pubblica e bilancio. Eppure la chiarezza del messaggio politico paga molto più dell’efficacia e della popolarità che può riscuotere. Chi segue questo blog sa che non sono un patito del Movimento Cinque Stelle ma nella parabola di questo partito c’è un’importante lezione che possiamo trarre. Partire con obiettivi chiari e un progetto specifico, che sia la riduzione dei costi della politica o il reddito di cittadinanza, può portare molti consensi, anche a chi ha una scarsa presenza mediatica e anche se poi magari quei consensi si sgonfiano laddove quel progetto è raggiunto e non si riesce a proporne uno successsivo altrettanto credibile. Al contrario, sull’altro principale fronte politico, il Partito Democratico è sembrato soprattutto impegnato a trovare alleati e alla fine questi alleati si sono concretizzati nel duo Sinistra Italia e Verdi, ma l’alleanza anti-fronte sovranista sembra appunto l’unica cosa che davvero li accomuni. Per il resto il PD e i suoi alleati sembrano essere poco sintonizzati su questioni come la collocazione internazionale e le liberalizzazioni e non sembrano nemmeno brandire come uno stendardo ciò che forse potrebbe unirli: i diritti civili, la sensibilità al cambiamento climatico, il reddito minimo, temendo forse che parlarne troppo possa evidenziare ciò che anche su questi temi di fatto li divide (per esempio le strategie nel campo dell’energia). Forse per questo la campagna elettorale di Letta si è giocata più sull’agitare lo spettro dell’involuzione autoritaria che sui programmi. Non che l’involuzione autoritaria sia un rischio inventato: chi difende a spada tratta Orban non può entrare a Palazzo Chigi senza che brividi corrano sulla schiena di chi crede nella democrazia. Tuttavia questo funziona per una minoranza dell’elettorato, gli altri preferiscono avere un’idea di cosa si devono aspettare quando chi parla sarà al governo, se farà il reddito minimo, se rifarà il superbonus, se eliminerà il reddito di cittadinanza, eccetera. L’involuzione autoritaria ai più sembra qualcosa di meno consistente e realistico.
opossum_10cose.jpgDa tempo la stampa definisce “strategia dell’opossum” la tendenza di Letta e del PD, da lui guidato, a tenersi fuori dalle polemiche, a non assumere posizioni decise su nessun tema, a non esporsi, nella convinzione che in un contesto mediatico intento soprattutto a stroncare e ad attaccare, chi non si espone limiti i danni. Però in campagna elettorale questo forse funziona di meno, temo che in campagna elettorale gli elettori siano più propensi ad ascoltare la politica, a sentire proposte e programmi e forse sarebbe stato preferibile esporsi da quel punto di vista. Di questo basso profilo fa parte anche la silenziosa rinuncia alle primarie, una delle peculiarità del PD più apprezzate dall’elettorato. Il tempo a disposizione era davvero poco e ci poteva pure stare, ma andava spiegato e comunicato, invece nell’elettorato è rimasta l’impressione che sperassero gli elettori se ne fossero dimenticati. Non diversamente è andata per quanto riguarda la costruzione dell’alleanza, condotta nel retroscena delle segreterie. Forse, anziché condurre una trattativa parallela con Calenda e con Fratoianni, per scoprire che l’uno non voleva saperne dell’altro, sarebbe stato meglio portare sul tavolo due o tre punti concreti (salario minimo, qualche misura concreta per combattere il cambiamento climatico, collocazione chiara in campo internazionale) e arruolare chi ci stava, lasciando al suo destino chi si tirava fuori, anziché prestarsi a conventio ad includendum o ad excludendum varie. E’ una mia impressione ma meglio cominciare a pensarci perché quando la coalizione sovranista dovrà prendere decisioni impopolari (e ne dovrà prendere molte) andrà probabilmente in pezzi e il PD potrebbe avere una delle tante seconde opportunità che ad oggi non ha pressoché mai sfruttato.

25 Settembre 2022

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