Quello che ho capito sul Covid e quello che ho capito dal Covid

coronavirus_social.jpgIl Covid è entrato nelle nostre vite in tanti modi, nelle mascherine, nel modo di salutarci, in tutti i meccanismi prossemici che regolano le nostre interazioni, ma la conversazione è uno di quelli che il Covid ha cambiato in modo più radicale. E’ impressionante la frequenza con il Covid viene trattato in tutte le nostre conversazioni, faccia a faccia o virtuali, orali o scritte. Considerando lo spropositato numero di volte che mi sono trovato a sostenere gli stessi argomenti con persone diverse ho voluto creare questa sorta di FAQ personale che raggruppi tutte le mie considerazioni sul Covid. Le risposte alle domande più diffuse che ho messo insieme facendo collage dalle nozioni apprese in due anni di letture informate sui fatti, ma anche alcune considerazioni personali sugli aspetti sociologicamente più difficili da spiegarsi del Covid.

Il Covid è stato sopravvalutato? Ho volutamente escluso la domanda se il Covid esiste perché il complottismo sulla non esistenza del Covid lo considero tranquillamente relegabile in un campo patologico nel quale non vorrei addentrarmi. Legittimo invece è chiedersi invece se il Covid è stato sopravvalutato. Molti sono convinti che un gran numero di persone classificate come morti per Covid siano in realtà morti per altre patologie pregresse. Un argomento convincente sul tema è quello della mortalità, ovvero il fatto che la mortalità in Italia e negli altri paesi ha subito picchi incrementali, rispetto all’andamento storico, in coincidenza con i vari picchi di diffusione del Covid. Qui potete trovare un buon articolo sul tema.
Quindi sì, il Covid è stata una pandemia terribile e lo è ancora e i numeri sono più errati per difetto che per eccesso, visto che si porta via centinaia di persone solo in Italia ogni giorno. Ci sono molte altre morti per malattie, certo, ma non sono paragonabili al Covid, anche se lo fossero numericamente, perché il fatto che ci sia modo di combattere il Covid evitando il contagio crea un conflitto interno a noi stessi, tra il nostro bisogno di socialità e di libertà ed il nostro senso di colpa a causa dei rischi che la socialità e la libertà oggettivamente comportano. Ho l’impressione che ciò abbia reso così divisivo il Covid ma ne riparlerò più avanti.

Era meglio investire quanto è stato investito per creare il vaccino per curare più efficacemente il Covid? Investire in un medicinale non dà garanzie di trovare la cura valida in tutti i casi. In più, come per altre infezioni virali, ciò che nella maggior parte delle persone è curabile in altre è fatale. Sicuramente invece il raggiungimento della cosiddetta “immunità di gruppo” avrebbe tutelato le persone con sistema immunitario poco resistente e permesso loro di affrontare con maggiore serenità la propria esistenza. Mi pare fosse ed è tuttora un obiettivo francamente più che sostenibile e non barattabile con un più efficace trattamento farmacologico.

Il vaccino è pericoloso? Iniettarsi in corpo qualcosa, fosse anche acqua fresca, è sempre un’operazione pericolosa. Tuttavia i dati ufficiali e certificati ci dicono che i casi di effetti collaterali sono numericamente minimi e ampiamente inferiori ai rischi di contrarre in forma grave il Covid, quindi il problema è semplicemente di rischi contro benefici, esattamente come per molti altri gesti che compiamo ogni giorno. Un dato che mi ha piuttosto impressionato è quello che spiega che tra dicembre e febbraio tra i non vaccinati abbiamo avuto circa 1 decesso ogni mille abitanti maggiori di 12 anni (vedete qui e qui). Se proiettiamo questo dato sulla popolazione italiana intera vuol dire che dei 54 milioni di italiani che hanno più di 12 anni, se non ci fossero stati i vaccini, sarebbero morte più di 50mila persone al mese, mentre ne sono morte circa 10mila. Quelle 40mila vite salvate non possono lasciarci indifferenti.
Ci dobbiamo fidare dei dati ufficiali? Direi di sì. Quei dati non sono scritti da quattro burocrati in una stanzetta, ma sono costruiti da migliaia di ricercatori che in tutto il mondo studiano l’andamento della campagna vaccinale. Difficile pensare che ognuno di essi si volti dall’altra parte, mentre gli unici che hanno scoperto la verità siano pochi eletti che, tra l’altro, in genere fanno altri mestieri e della cui competenza mi permetto di fidarmi molto meno.

Sì, ma se fossi proprio tu lo sfortunato a subire gli effetti collaterali del vaccino? Innanzitutto va valutato il rischio comparato a quello conseguente al Covid. Ad esempio il rischio di miocardite da vaccino è valutato in 2,7 casi su 100 mila per i vaccinati, il rischio aumenta a 10 casi su 100 mila per chi contrae il Covid.  Quindi riterrei comunque di aver ridotto il mio rischio.
In ogni caso, ogni volta che mi metto in auto, ho circa una probabilità su 100mila di rimanere ferito o morto in un incidente. Valuto che il rischio è accettabile e metto in moto. Se poi davvero rimango ferito in un incidente d’auto ne concluderò di essere stato sfortunato, non mi metterò a imprecare contro quelli che “Non ce lo dicono” a parlare di genocidio o altro. Né tantomeno, se decido di non usare l’auto, pretendo di poter accedere gratuitamente ai mezzi pubblici.

E’ stato giusto introdurre il greenpass? Il greenpass è, in sé, la certificazione del fatto che il titolare ha fatto quanto suggerito dal servizio sanitario per minimizzare il proprio rischio di contrarre e quindi diffondere il virus, più o meno come la patente di guida (o altro tipo di licenza) è ciò che dovrebbe dimostrare che siamo in grado di guidare (o svolgere altri compiti), nel rispetto delle regole e delle misure di sicurezza e quindi minimizzando i rischi per sé e gli altri. Non essendo nulla di diverso da altre certificazioni sostenere che sia una schedatura o una ghettizazione è un punto di vista ma che può essere esteso ad innumerevoli altre modalità di certificazione già presenti.

E’ giusto che si siano introdotte limitazioni per chi non ha il greenpass? Io non amo nessuna limitazione alla libertà personale, compreso quella che rende agli accaniti fumatori sostanzialmente impossibile prendere aerei a lunga percorrenza. Si dà il caso però che ogni volta che il legislatore interviene su simili temi si trova a dover definire una priorità tra diritti contrapposti, alcuni dei quali fondamentali, quindi anche questo non è nulla di nuovo. Sul fatto che il diritto alla salute venga prima del diritto alla cultura e quindi che ai non dotati di greenpass sia stato vietato l’accesso a cinema e musei personalmente ho pochi dubbi (nel rispetto sempre della soggettività della scelta). Ho più dubbi sul fatto che sia stato legittimo impedire a chi è privo di Greenpass l’accesso al proprio posto di lavoro però, di nuovo, se provo a confrontarmi con quella che è l’attuale legislazione italiana e dei principali paesi europei, mi risulta evidente che la prevalenza del diritto alla salute sul diritto al lavoro è già un fatto assodato. Se infatti la legislazione vieta qualunque deliberata azione tendente a nuocere alla salute altrui, qualunque ne sia la ragione se non un pericolo evidente per la propria vita, non vieta un’azienda di privare deliberatamente un lavoratore della sua occupazione e l’Italia è già uno dei paesi che più tutelano il diritto al lavoro, quindi, anche in questo caso, chi voglia stabilire una priorità diversa tra diritto al lavoro e altri diritti farebbe bene a cominciare da provvedimenti non emergenziali.

Ma perché non concedere il Greenpass anche a chi ha fatto di recente un tampone?
Nelle statistiche, e anche nella mia esperienza personale, il tasso di errore di un tampone rapido è molto alto (si parla del 30-50%) e, anche se non fosse, un tampone non ci dice nulla su cosa è successo dopo che il tampone stesso è stato effettuato. Un non vaccinato che abbia fatto un tampone con esito negativo nelle ultime 48 ore può quindi benissimo avere il Covid o perché l’esito è in realtà un falso negativo o perché lo ha contratto dopo l’esecuzione del tampone. Un rapido calcolo porta a dire che, assumendo un efficacia del vaccino contro il contagio del 90%, è più probabile che abbia il Covid un non vaccinato con un tampone rapido negativo nelle ultime 48 ore che un vaccinato. Per carità, poi è arrivato Omicron a scompigliare un po’ i conti, ma non stiamo parlando di decisioni prive di senso come molti le hanno raffigurate in questi mesi.

novax-cartoon.jpgPerché, a partire dal negazionismo del Covid fino al novaxismo, tutto ciò è diventato così “divisivo” nelle nostre conversazioni quotidiane?
Immagino che molti, come me, si siano accorti, fin dai primi tempi della pandemia, che c’era qualcosa di strano nel modo in cui alcune persone, anche persone che conoscevamo da anni, si ponevano nei confronti del tema. Abbiamo scoperto in molti, con sorpresa, la diffusione dei primi negazionisti (”Il Covid è un’invenzione”), i primi nomask, poi i novax per finire con i nogreenpass, tutti accomunati spesso da un’agressività dialettica insospettata. Perché tutto ciò? Alcuni degli argomenti portati potevano essere anche plausibili ma spesso, discutendo di Covid, ho avuto l’impressione di trovarmi più di fronte a persone che si sforzavano solo di portare argomenti che avvalorassero una propria convinzione profonda che a persone che si sforzavano di costruirsi un’opinione sull’argomento. Se questo atteggiamento è normale su temi che hanno forte caratterizzazione identitaria: appartenenza religiosa, politica perfino sportiva, sembra più sorprendente che si manifestino in ambiti come le misure sanitarie, in cui sembra più importante la ricerca di ciò che è vero e falso rispetto alla difesa delle nostre convinzioni profonde. Eppure pare proprio che il problema non sia l’ambito, ciò che è in gioco, ma la visibilità della diversità che inseguiamo assumendo una posizione “contro”, sembra essere l’esposizione mediatica di un argomento a renderci così desiderosi di assumere una posizione “contro”. Nei miei vent’anni sono stato uno di quei giovani a cui piaceva mostrarsi interessato a gruppi musicali alternativi, a cinematografie d’essai, a cose che alla maggioranza delle persone non interessavano. Di sicuro in questa mia tendenza anticonformista c’era una componente identitaria, un bisogno di alimentare la mia autostima presentandomi come qualcuno che sapeva andare oltre la massa. Poi ho capito che non c’è nulla di male ad ascoltare musica commerciale e a vedere blockbuster, almeno quando non è l’assenza di conoscenza di ciò che è alternativo che ti spinge ad apprezzare il mainstream. E’ probabile che però questo non valga per tutti e che ci siano persone che anche in età più mature possano sentirsi realizzate nel sostenere opinioni “fuori dal coro”, a rischio che siano semplicemente opinioni errate. Il problema è che tale opinioni, quando si applicano a gusti artistici o culturali possono essere considerati sufficientemente inoffensive ma che, in casi come il Covid, diventano un bastone tra le ruote di una comunità che sta cercando di combattere una pandemia. Non possiamo fare molto contro il rischio che una persona incorra in questo problema, di certo possiamo provare a costruire una società dell’informazione nella quale un’etica della comunicazione più sviluppata limiti lo spazio di azione di chi assecondi costoro, alimentando con notizie false o tendenziose le loro aspettative.

16 Aprile 2022

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