Il ripasso di storia che servirebbe forse ad Andrea Agnelli

giampiero_boniperti_-_juventus_football_club.jpgEra il 1969, la Juventus veniva da un decennio di subalternità alle milanesi, seguìto all’addio al calcio di Giampiero Boniperti e all’addio alla Juventus di Omar Sivori, ed interrotto dal solo scudetto del 1967, l’unico scudetto bianconero del dopoguerra rimasto isolato e che sembrò più un regalo del destino e di un’Inter distratta dalla Coppa dei Campioni che il segno di una ritrovata grandezza. In quegli anni, mentre le milanesi mietevano successi in Europa e nel mondo, la Juve si doveva accontentare di una finale di Coppa delle Fiere persa a Torino contro il Ferencvaros, stregata come sarebbe stata la gran parte della storia delle finali europee di Madama. Dal punto di vista societario, la Juventus aveva sempre, fino ad allora, seguìto il modello patronale, diffuso in Italia non solo nel calcio e ancora ben presente nel calcio attuale, per il quale le decisioni importanti le prende chi ci mette i soldi. Negli anni, alla conduzione della società, si erano alternati i rampolli di casa Agnelli (Giovanni e Umberto) e figure vicine alla famiglia ma non al calcio (Piero Dusio e Vittore Catella). In quel 1969 l’ingresso al vertice della società di Giampiero Boniperti, l’uomo simbolo ancora oggi della Juventus, fu una novità, sia nel ruolo di amministratore delegato che in quello successivo di presidente. E fu una novità che ebbe un impatto devastante. Solo tre anni dopo la Juventus sarebbe tornata al vertice del calcio italiano, con il primo di una sequenza di nove scudetti in quattordici anni che è stata al momento solo eguagliata dalla Juventus attuale dei nove scudetti consecutivi. E da quel vertice la Juventus si sarebbe allontanata solo sporadicamente nei cinquant’anni successivi dando quasi sempre continuità ad una linea societaria nella quale la proprietà metteva i soldi ma li amministravano persone interne al mondo del calcio che di calcio capivano. L’unica incursione della proprietà nella Juventus fu la breve ed ingloriosa stagione di Luca Montezemolo iniziata e finita all’inizio degli anni ‘90. E così, mentre altre proprietà più desiderose di manovrare il proprio giocattolo, buttavano nel calcio fiumi di soldi per seguire la propria pancia, come un frequentatore compulsivo del Casinò, la Juventus si affidava invece alla competenza, mietendo successi su successi.
Questa separazione tra società e proprietà ha fatto per tutti questi decenni la differenza, segnando un gap incolmabile (o colmabile al prezzo di investimenti economici insostenibili nel medio-lungo periodo) con le altre realtà del nostro calcio, troppo legate alle isterie dei propri presidenti, convinti di capirci di calcio per aver scaldato i sedili della tribuna d’onore e al massimo aver tirato quattro calci all’oratorio in gioventù. Anche la rinascita del 2010 avvenne così, affidando la società ad un personaggio come Marotta che vive nel calcio fin da ragazzo e che lo conosce come pochi.
Quando però nel 2018 c’è stata la rottura tra la Juve e Marotta una discontinuità in questa linea si è creata. La scarsa personalità della dirigenza juventina nel post-Marotta ha lasciato spazio al Presidente Andrea Agnelli che ha dato l’impressione di prendere la scena e di trasformarsi nel presidente-padrone di cui sopra con risultati (negativi) che non hanno tardato a manifestarsi.
L’affare Ronaldo nella sua interezza è sembrata la classica scelta di chi il calcio non lo conosce e che pensa che un fuoriclasse possa cambiare da solo una squadra. Le Juventus che furono campioni d’Europa e del Mondo nel passato, con Platini nel 1985 e Del Piero nel 1996, erano squadroni, non un insieme di comprimari del leader. E’ vero, c’è stata la pandemia e i mancati benefici sul marketing che la società si attendeva potrebbero avere a che fare con questo, però è chiaro che i 150 milioni di perdite che l’affare Ronaldo ha determinato nel suo insieme non si possono solo addebitare al Covid e d’altra parte pagare un giocatore quasi quattro volte tanto rispetto al più pregiato dei suoi compagni è qualcosa di non compatibile con lo spirito di uno sport di squadra. Le difficoltà nella gestione della squadra e dello spogliatoio e la presenza dell’asso portoghese ingombrante per chi voleva costuire un nuovo ciclo sono altri elementi che probabilmente non sono stati valutati. E’ vero che quando CR7 è sbarcato alla Juventus l’amministratore delegato era Marotta, ma il dirigente varesino era ai titoli di coda e sembra chiaro, da quanto è venuto dopo, che la decisione non sia stata sua ma di chi è rimasto oltre.
pirlo-allegri-sarri.jpgSe sbagliare un business case è però comprensile, la gestione del ruolo di allenatore sembra essere l’ambito in cui la società ha mostrato maggiormente la sua incertezza e debolezza. Quando nel 2019 la collaborazione con Massimiliano Allegri si interruppe, la linea appariva chiara: Allegri aveva tenuto saldo il timone della Juventus nel post-Conte, aveva dato continuità alla supremazia della Juve in Italia ed era perfino riuscito ad andare vicino due volte alla conquista della Champions, però aveva una concezione di calcio utilitaristica e storicamente superata, lontana da quanto si faceva in Europa e le sberle prese dall’Ajax, nella primavera del 2019, dopo aver miracolosamente superato l’Atletico Madrid, sembravano testimoniarlo. Già allora parve però strano che al posto del tecnico livornese arrivasse Sarri, personaggio con un passato di polemiche con la Juventus e il cui locus of control esterno sembrava poco sintonizzato sulle lunghezze d’onda bianconere, ma se la decisione di prenderlo sembrò poco comprensibile, apparve ancor meno fondata la decisione di allontanarlo dopo un anno magari non esaltante, ma che aveva pur portato in bacheca il nono scudetto consecutivo. La scelta di prendere, a quel punto, un tecnico come Pirlo, che non aveva mai allenato prima, a nessun livello, sembrava quasi follìa, specie per un organico che un vecchio volpone come Sarri aveva faticato a tenere insieme. Tuttavia alla fine, considerando l’azzardo di avere fatto fare esperienza a Pirlo allenando la Juventus, una Coppa Italia e una Supercoppa avrebbero potuto essere traguardi sufficienti per una conferma, ma a questo punto la società faceva quello che meno era ragionevole aspettarsi, non solo allontanava Pirlo ma si riprendeva Allegri, come a dire: “Scusate, abbiamo sbagliato tutto e ingaggiato inutilmente due allenatori, spendendo fior di quattrini per niente, ma in realtà andava bene Allegri”. Non è un caso che l’ambiente sia rimasto quantomeno perplesso dalla scelta, specie in quanto accompagnata da un contratto principesco, che forse poteva essere semmai riservato ad un potenziamento dell’organico. I risultati erano prevedibili e sono quelli che vediamo: una squadra che naviga molto lontano dai primi posti, un calcio noioso e sterile, un ambiente piuttosto sconcertato. Lo sconcerto è certamente legato ad una scelta infelice, un allenatore che non ha mai nascosto di non gradire il calcio aggressivo e spettacolare che si gioca in Europa e a cui la Juve si deve adeguare se vuole vincere fuori dai confini nazionali (e forse ormai anche in Italia). Lo sconcerto maggiore è però nella percezione che la società non abbia capito che se la Juve vuole rilanciarsi deve affidarsi ad un progetto chiaro ed a lungo termine e non ad una sequenza di balbettii e mosse contradditorie, di cui l’ingaggio di Allegri è solo l’ultimo atto. Anche qui la storia della Juventus, una storia di pochi avvicendamenti sulla panchina e di allenatori che hanno avuto il tempo di dare continuità al proprio progetto, sembra essere stata dimenticata.
andrea_agnelli_2017.jpgHo lasciato per ultima la questione della Supercoppa perché qui c’è poco da argomentare. La sovraesposizione che Agnelli ha scelto di avere in questa vicenda, porta ad escludere che in questa triste storia ci sia lo zampino di altri dirigenti juventini che non siano lui. Ancora oggi stento a pensare che qualcuno potesse immaginare che lo strappo proposto, con i tempi e con le modalità scelte, potesse andar a segno. Il calcio è uno sport che ha un radicamento sociale troppo forte per poter strappare dal mattino alla sera società come Juventus, Inter o Milan dalla loro storia e trasferirle in una Superlega in cui giochino tra di loro per tutto l’anno facendo a meno di 120 anni più o meno di tradizione; e questo non è un segreto, è una verità alla portata di tutti. Chi non lo ha capito dovrebbe fare una riflessione profonda su quanto accaduto e di quale capacità manageriali è dotato.
Detto tutto ciò, e confermata l’impressione che la poca conoscenza del calcio sia alla base del declino della Juventus, ciò che mi sentirei di consigliare ad Andrea Agnelli è di ripensare a quello che suo padre e suo zio avevano imparato a fare, ovvero a cercare qualcuno che di calcio ci capisse davvero, il migliore possibilmente, e chiamarlo a dirigere la società. Lo faccia, ricordandosi di Boniperti, di Allodi, di Marotta, anche di Moggi (con tutto quello che se ne può dire di male) e rendendosi conto che quello che Andrea, di suo, può dare alla Juventus non è la competenza calcistica o le sue doti manageriali, ma è il suo cognome e quello che ne consegue per la solidità delle prospettive future della società (e non è assolutamente poco).

26 Novembre 2021

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