Chi l’avrebbe mai detto?

italia-covid.jpegUna delle frasi che più volte ho sentito ripetere in questi mesi di lockdown è proprio “Chi l’avrebbe mai detto?”. Simboleggia lo spaesamento che ha colto la maggior parte di noi, sicuramente almeno delle persone che conosco, di fronte all’emergenza e alla tragedia che ha colto il nostro mondo in questi giorni. Chi l’avrebbe mai detto che la nostra società, così lanciata, nonostante qualche inciampo, verso battaglie epocali: il cambiamento climatico, il sollevamento di una parte del mondo dalla povertà, il progressivo allungamento delle nostre vite, si sarebbe improvvisamente fermata a causa di un piccolo e insignificante nemico, “Poco più di influenza”. Non è stato quindi soltanto il rischio per la nostra vita e per quello delle persone a noi care, un rischio generalizzato e diffuso che chi, come me, non ha vissuto una guerra non può conoscere. Quello che averci più sembra sconcertato è l’improvvisa sospensione delle nostre vite, dei nostri ritmi, del nostro quotidiano, tutta una serie di modelli sociali che vengono meno, nella continua percezione di un nemico nascosto ed invisibile che rende imprevedibilmente rischiosa una qualunque di quelle esperienze che facevano parte dei riti sociali del nostro quotidiano fino a poche settimane orsono. Chi l’avrebbe mai detto che questi rituali, che ci sembravano parte integrante delle nostre vite, come il respiro e il battito del cuore, sarebbero diventati improvvisamente degli obiettivi irraggiungibili, che stringere una mano, uscire con gli amici, andare a visitare un museo o al cinema, sarebbero divenuti un azzardo, un potenziale rischio per noi e per gli altri.
La riflessione che tutto ciò suscita in me è sulla attitudine che l’uomo ha di percepire come essenziali elementi che essenziali non sono, di riempire la sua esistenza di elementi di senso, che siamo costretti a ridefinire ogni volta che il contesto cambia e questa volta il contesto è cambiato in modo basilare in pochissimo tempo. E questo però suscita molti altri “Chi l’avrebbe mai detto”, che anch’essi sottolineano il disagio della nostra società e di chi la guida nel trovarsi a dover ridefinire la sua rotta. Il primo “Chi l’avrebbe mai detto” è quello della sanità italiana: “Chi l’avrebbe mai detto” che ci saremmo trovati a dover ridiscutere l’evoluzione della sanità italiana da servizio pubblico a business. Non è forse un caso che la regione più colpita dalla pandemia sia proprio quella che più di ogni altro aveva visto la sua sanità espandere i propri posti letto per le operazioni più comuni e facilmente “monetizzabili” e contrarre quelli per i reparti meno redditizi come la terapia intensiva. Ma ne aggiungerei un altro: “Chi l’avrebbe mai detto” che la digitalizzazione non era un pallino di visionari neo-futuristi, ma un modo per rendere la nostra società più pronta a reagire ai cambiamenti. Quando oggi imprechiamo con la DSL di casa nostra quante volte rimpiangiamo di non avere acquistato la connessione in fibra ottica quando era in offerta? “Chi l’avrebbe mai detto” che il lavoro agile non era un scusa per dormire sul divano anziché lavorare ma per rendere più razionale la mobilità e per aiutarci a conciliare il lavoro e la famiglia? Quelli che dieci anni fa sogghignavano quando gli parlavi di lavoro da casa forse si sono accorti che sgravare il lavoratore dell’onere di affrontare il metrò, il treno pendolare o la coda in tangenziale lo rende più produttivo, e forse, se ne fossero accorti prima, oggi vivremmo in una società migliore. Ma il problema è appunto che una società migliore passa per il rendersi conto tempestivamente di cosa le impedisce di esserlo e quello che vedo oggi intorno a me è ancora una volta la difficoltà di capire che dobbiamo cambiare per potere essere pronti per le proprie sfide che il destino cinico e baro ci proporrà, che la storia non è finita, che il tempo avanza e macina noi e tutto ciò che ci circonda e non possiamo dormire sul passato. Eppure quello che vedo è la solita incapacità italica di avere una visione, un piano. E’ tutto un “Riapriamo?”, “Ehm, no. E’ rischioso”, “Però l’economia…”, “Ah, sì, allora riapriamo”. “Eh, però la curva dei contagi”. “E’ vero. Tutti a casa!”. “Eh, ma le aziende”. “Allora riapriamo, ma a giorni alterni e comunque di Lunedì, così non vanno al mare nel weekend!”. giuseppe_conte_official.jpgI cervellotici decreti anti-covid hanno certamente creato burocrazia addizionale e confusione, in un periodo in cui al contrario certi processi andavano snelliti.
La mia critica però non va solo al governo nazionale o ai governi regionali, ma anche a tutto l’apparato pubblico e privato. Nella scuola di mia figlia (e altre esperienze raccolte non sembrano migliori), dopo due mesi di compiti delle vacanze, siamo passati a quattro ore alla settimana di lezioni a distanza. Davvero non si poteva proprio fare di più? Sento dire: “I bambini si stancano con queste videolezioni…”. Forse ci dimentichiamo che i bambini sono nativi digitali per i quali il contatto con un dispositivo di comunicazione non è uno stress ma la normalità. Non ho mai visto mia figlia tanto carica ed entusiasta in questo periodo, come dopo un’ora di videolezione.
Ma anche nel privato le cose non vanno meglio. Sto gestendo la voltura di una serie di utenze gas e luce, in seguito alla scomparsa di mio padre, con diversi fornitori di servizio. Non ce n’è stata una che ha richiesto meno di un mese. Ho chiesto a vari artigiani dei preventivi per lavori vari. Secondo voi ce n’è stato uno che è stato puntuale? Ho dovuto chiudere un vecchio conto corrente bancario che avevo con Webank. Ho lottato per un anno e ho risolto solo quando sono riuscito ad avere il riferimento personale di una signora che ci lavorava e che mi ha permesso di disintermediare tutto l’apparato burocratico che mi aveva impedito di ottenere una cosa così semplice. Questo è quello che la pandemia avrebbe dovuto indurci a cambiare, ma al momento il cambiamento non si vede.
La principale risposta dell’opinione pubblica sembra esser stata più che altro un’isteria contro i divieti, che ricorda quella contro le tasse, gli immigrati, i vaccini eccetera. Isteria che ha dato di nuovo fiato a ciarlatani in tutte le sue sfumature sotto l’uniforme dei gilet arancioni. Non c’è da stare allegri se ciò che avrebbe dovuto indurre il paese all’autocritica ha invece dato fiato ai venditori di fumo.
In definitiva non è stata tanto deludente la prima reazione alla pandemia, comprensibilmente goffa e piena di errori, ma semmai all’insegna della capacità di adattamento di cui noi italiani andiamo fieri, ma è semmai stata sconsolante la successiva apparente incapacità di accettare la necessità di cambiare paradigma organizzativo, la necessità di svoltare, di esporsi, di rischiare, di sburocratizzarsi, di semplificarsi. Non posso pensare che quando il Covid-19 sarà uscito dal nostro orizzonte ci ritroveremo di fronte alle stesse lentezze, contraddizioni, sclerosi, incapacità di pianificare. E il “Chi l’avrebbe mai detto” sarà proprio: “Chi l’avrebbe mai detto” che nemmeno una pandemia che ha ucciso un sesto dei civili morti durante la seconda guerra mondiale avrebbe posto rimedio ai difetti del nostro paese? La speranza è che, per qualche insospettata alchimia, qualcosa accada e alla fine di tutto questo ci incammineremo verso un modo diverso di concepire i nostri modelli organizzativi, e allora ci ritroveremo a dire magari: “Chi l’avrebbe mai detto che, dopo la balbettante partenza, alla fine qualche lezione l’abbiamo imparata?”.

3 Giugno 2020

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