Il framing e i Giovani PD

popolo-elite.jpgQualche giorno mi è capitato di sentire alla radio una puntata di Radio Anch’io, contenitore informativo mattutino di Radio Uno, nel quale un tale Guido Staffieri, segretario dei giovani democratici di Roma, mi allietava con considerazioni del tipo: “Il PD deve cambiare marcia, basta stare dalle parte delle élite, è il momento di tornare a stare dalla parte del popolo.”. Che è un po’ come dire, non votate per il PD, votate per il M5S che di contrapposizione tra élite e popolo ne parla da anni e ne sa molto più di me.
Il problema che Staffieri forse ignora è che una politica che voglia ottenere consenso deve lavorare prima sui “frame” che sulle opinioni. Un frame è una modalità di rappresentazione della realtà che orienta poi l’interpretazione degli eventi e la costruzione delle nostre opinioni. Politici più avveduti di Staffieri lavorano ogni giorno per costruire il nostro “framing” della realtà. Ogni volta che qualcuno parla di élite e popolo, chi lo ascolta percepisce un po’ di più la realtà come costituita da queste due entità e sente di dover prendere una delle due parti. Non importa se poi è a favore dei matrimoni gay o della pena di morte, viene prima la rappresentazione della realtà. framing_cartoon.gifSu questo blog si è già scritto che la rappresentazione “elite contro popolo” è fallace, perché non c’è un’élite ma semmai tante élite, e non c’è un popolo ma tante persone o al limite, in uno sforzo classificatorio, tanti gruppi di persone e il confine tra élite e popolo è piuttosto labile. In più la politica è l’arte di costruire il mondo a partire da una propria visione di mondo e tutte le visioni di mondo (sia quelle “popolari” che quelle “impopolari”) sono proposte da categorie sociali più attrezzate a produrne (”elite”) e approvate o respinte da una maggioranza di cittadini (”popolo”). Però siamo stati talmente abituati a sentircelo dire che anche quelli che guardano con diffidenza all’area populista finiscono nel tranello di ripercorrere la dicotomia popolo-élite come se ci fosse una scelta di campo da fare in merito. Non importa se le conclusioni sono poi diverse e ci sono dei distinguo, la cosa essenziale è che si asseconda tutto quello che consegue da quella rappresentazione. Questo probabilmente accade anche perché c’è la convizione (in realtà errata) che usare un framing di successo porti consensi. No, il framing deve essere coerente al proprio target elettorale, se no è un autogol, se un candidato democratico cercasse di fare concorrenza a Trump offrendo qualcuna delle rappresentazioni infantili della realtà che contraddistinguono l’attuale presidente degli Stati Uniti, non prenderebbe nemmeno un voto. Le opinioni vengono dopo e sono orientate dal frame, che è molto più pervasivo perché è solo una rappresentazione della realtà, non intacca le nostre convinzioni etiche, però le forza fino a renderci accettabile quello che prima non lo sarebbe stato. “Ero europeista e di sinistra ma mi hanno convinto che l’Europa è l’elite, chi è che lotta contro l’”elite Europa”? La Lega, e quindi se voto Lega sto dalla parte del popolo.” E’ uno schema di una semplicità disarmante ma non dissimile da quello che ho sentito spesso esporre a molte persone che mi spiegavano il loro voto.
Un altro concetto parente stretto del “framing” è l’”agenda setting“, ovvero la capacità di orientare quello di cui le persone parlano, che è diverso dall’orientare le opinioni, ma è un primo passo. La sociologia è pressoché concorde sul fatto che sia molto più facile orientare ciò su cui le persone hanno un opinione che le opinioni stesse. Siccome ci sono punti di vista molto più “divisivi” per alcune parti politiche di altri, è comprensibile che gli avversari di quelle parti politiche cerchino di parlarne ad ogni piè sospinto. E’ molto più probabile che l’elettorato che non vota Salvini si divida sulla legittima difesa o sull’accoglienza degli immigrati che sui matrimoni gay o sulla flat tax, per questo orientare il dibattito sui primi temi aiuta Salvini, anche se poi se ne parla in modo diverso e magari opposto a Salvini stesso. Ognuno di noi, me compreso, si lascia tentare spesso dal condividere l’ultima sparata di Salvini sull’immigrazione, ma in termini comunicativi è un assist a Salvini stesso, perché orienta la comunicazione su quell’argomento e non su altri, molto più scomodi.
28_tremain.jpgSettimane fa si sono svolte le elezioni in Danimarca e, tra la sorpresa di molti, ha vinto nettamente la sinistra. Ho trovato molto interessante questo approfondimento che spiega che la sinistra non ha vinto perché ha cambiato la posizione sull’immigrazione (come comunicato frettolosamente da molti mezzi di comunicazione) ma perché è riuscita a cambiare l’”agenda”. Ovvero in campagna elettorale si è parlato di temi sociali centrali per la vita di tutti noi: il welfare, il lavoro, la redistribuzione della ricchezza e molto meno di sicurezza e immigrazione. Questo è quello che le forze progressiste devono essere in grado di fare, scardinare le categorie di pensiero inconsistenti anche se fanno presa sulla pancia del paese (elite contro popolo, italiani contro immigrati, gente per bene contro delinquenti), a costo di generare qualche iniziale sguardo perplesso, e rimettere al centro della discussione i veri temi fondamentali su cui si misura il progresso del paese che paradossalmente l’emotivizzazione della politica ha relegato a temi quasi obsoleti. Quando si capirà che l’errore delle forze politiche progressiste, è aver accettato e subito il “framing” altrui e aver smesso di parlare dei problemi reali dei cittadini, forse si farà qualche passo avanti.
P.S. in questo articolo ho citato molte volte Salvini. L’ho fatto per proporre esempi di facile comprensibilità perché è ovviamente un personaggio molto noto e controverso. Però ho dimostrato, anche in questo, la difficoltà di evitare l’”agenda setting” che questo personaggio ha imposto, riuscendo ad occupare il centro del quadro politico.

27 Giugno 2019

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