29 maggio

C’era una volta un’Italia in cui, quando qualcosa di brutto succedeva allo stadio, ci si divideva tra chi diceva che “Questa è la società italiana, cosa volete? Che lo stadio sia migliore?” e chi invece diceva: “Ma no. Lo stadio concentra il peggio della nostra società e dei nostri istinti. Noi non siamo così”. La percezione era che gli stadi fossero un posto in cui si radunava la parte peggiore, irosa e rancorosa, della società, pronta a sfogare verso i 22 in campo, l’arbitro e i tifosi avversari quei bassi istinti che durante la settimana la società li obbligava a trattenere.
kean-in-cagliari-juve.jpgPoi le cose sono cambiate. Mentre negli stadi si diffondevano messaggi di pace e solidarietà, di correttezza e rispetto, si chiudevano le curve per battute macabre sul Vesuvio o per gli insulti al portiere avversario, fuori dallo stadio imperversavano i tweet di Salvini, nelle nostre città sfilavano le braccia tese di Casapound, nei nostri bar si ruminavano i luoghi comuni su “quelli là”, l’intolleranza per ogni diversità diventava la norma. Oggi che la nostra nazionale di calcio, e non solo di calcio, è piena di giocatori di colore, che la maggior parte dei tifosi hanno capito che equiparare una persona ad una scimmia è un insulto inaccettabile anche in un contesto emotivamente ribollente come uno stadio di calcio, è più probabile sentire commenti razzisti in un bar, al cinema o tra i commenti ad un articolo della Stampa online che sugli spalti di uno stadio. Il calcio è diventato quasi un mondo ovattato. Sì, certo, c’è ancora qualche irriducibile della curva che insiste pateticamente a fare i suoi cori ed ad agitare le sue banane, che sfoggia simboli e slogan violenti, ma sono davvero sparute minoranze. E’ sempre più frequente sentire stadi fischiare i comportamenti inappropriati da parte della sua curva.
Mi colpì molto vedere. un paio di mesi fa, dopo l’orribile serata di Cagliari dei buu razzisti ai giocatori di colore della Juventus, vedere negli studi di Sky il confronto tra Adani e il presidente del Cagliari Giulini. L’uno è un uomo di calcio, uno che è nel calcio da ragazzo, prima come giocatore e poi come ottimo commentatore, l’altro è uno che al calcio si è accostato da pochi anni. L’uno è un uomo della strada, cresciuto in un paesino, con pochi studi alle spalle, l’altro è uno nato nella Milano bene, bocconiano, imprenditore. Eppure il primo ci fece la figura di chi ha una visuale ampia e progressista, di chi conosce il mondo e sa capirlo e intepretarlo, il secondo ci fece la figura del selvaggio uscito poco fa dalla giungla. Giulini arrivò con la sua aria boriosa a parlare di “moralismo”, Adani lo inchiodò al suo lessico da nullatenente dell’intelletto e alla sua miseria etica. Questo è il paradosso del calcio di oggi, un ambiente che un tempo pareva il rifigium peccatorum della società, oggi cerca di espellere i morbi che divampano nella società fuori dagli stadi e chi si avvicina al calcio è bene che lo faccia in punta di piedi.
39_rispetto.jpgCosì, quest’anno più che mai, la vicinanza del 4 e del 29 maggio ha solleticato i tifosi di Juve e Toro a scambiarsi messaggi di rispetto e di cordoglio per le rispettive tragedie, mentre là fuori si esultava per i barconi affondati. Non dico che il calcio sia diventato un luogo di correttezza e di rispetto, ma il livello si è innalzato fino a diventare superiore a quello medio della società che sta fuori. Di certo le cose sono molto migliorate rispetto a venti-trenta anni fa, avrei preferito fosse successo lo stesso anche al di fuori del calcio, ma accontentiamoci di questa piccola vittoria.
Come ogni anno riracconto gli eventi di quel giorno di fine maggio e i nomi di quelli che quel giorno purtroppo non tornarono a casa.

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15
: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

31 Maggio 2019

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