La divisività delle feste e dei saloni

vignetta_anpi.jpgAnni fa proposi ai miei colleghi di ufficio un ritrovo per festeggiare il mio compleanno. Tra gli invitati c’era anche una collega, facente parte dei testimone di Geova, che si limitò a declinare cortesemente l’invito, ma, su segnalazione di qualche altro invitato, ebbi l’opportunità di apprendere che i Testimoni di Geova considerano negativamente la celebrazione del compleanno. Questo episodio mi suggerisce che le feste, anche quelle apparentemente più laiche e meno ideologiche come il compleanno, possono suscitare sentimenti diversi tra persona e persona. Le feste esistono per celebrare qualcosa: non è quasi mai difficile trovare qualcuno per cui quel qualcosa non sia affatto da celebrare. Le feste religiose, dividono i credenti dalle persone non credenti, o credenti in altra religione; il 2 giugno divide i repubblicani dai monarchici (ci sono ancora), il 17 marzo divide secessionisti e neoborbonici da tutti gli altri, il 4 novembre divide quelli che lo considerano l’anniversario di una vittoria, da quelli che lo considerano solo la ricorrenza della conclusione di un’inutile carneficina, la festa del Papà e della Mamma dividono quelli che ce li hanno da quelli che non ce li hanno più o non li hanno mai conosciuti.
Spesso si sente dal fronte dell’estrema destra definire il 25 aprile una festa “divisiva” e anche quest’anno questo mantra non si è fatto troppo desiderare, ma è un’affermazione pressoché tautologica appunto perché qualunque festa è divisiva, e questo perché sulle feste, come su qualunque altra cosa, le opinioni sono diverse. Le feste ci sono non perché sono feste per tutti ma perché sono tali almeno per un ampia maggioranza di persone. Il Natale si continua a festeggiare perché la maggiore parte delle persone credenti in Italia sono di religione cristiana e molti dei non credenti condividono comunque laicamente i valori del Natale. Il 2 giugno si continua a festeggiare perché la stragrande maggioranza degli italiani, compresi molti di quelli che il 2 Giugno del 1946 votarono per la monarchia, trovano sia giusto celebrare le istituzioni che gli italiani si sono dati da allora in poi. Il 25 aprile si festeggia la definitiva caduta del fascismo, la fine della seconda guerra mondiale e l’avvio del processo di democratizzazione del paese, riassumibile simbolicamente nella vittoria della democrazia contro il totalitarismo. Una democrazia trova la sua forza anche nel fatto che tollera l’opinione anche di chi la vorrebbe distruggere e non mi scandalizzo che ci sia ancora oggi chi non trova nulla ci sia nulla da festeggiare il 25 aprile. Ma di tutte le sopracitate minoranze che non condividono quanto una festa celebri non ce n’è una dalla quale mi sento più distante che quella che non condivide il 25 aprile, e se, come detto, tutte le feste sono divisive. non c’è festa che mi rallegro di più sia divisiva del 25 aprile, essendo ben contento che questa festa divida il sottoscritto da chi rimpianga la sconfitta del fascismo, la caduta del totalitarismo e l’avvento della democrazia.
1754-salone-del-libro.jpgAnche il Salone del Libro di Torino è stato considerato come “divisivo” in questa sua edizione a causa della presenza ingombrante di una casa editrice collegata a formazioni politiche neofasciste che ha pure curato l’edizione di un libro su Salvini e che alla fine è stata esclusa. E di nuovo una parte dell’opinione pubblica si è chiesta fino a che punto un’istituzione, che in questo caso è il Salone, debba essere sempre e comunque “inclusiva”. Di nuovo, ci sta perfettamente, a mio modo di vedere, che ci sia chi deve rimanere fuori dal Salone del Libro, esattamente come un casa cinematografica che propone film pornografici non può aspettarsi di andare sulla RAI o non ci si può aspettare che la teoria terrapiattista venga spiegata a scuola. Di nuovo si confonde la libertà di espressione con quello che le istituzioni democratiche sono tenute a promuovere o a non promuovere.
In definitiva è sacrosanto permettere a chi pensi che il fascismo sia un modello ingiustamente rifiutato di pensarlo e di esprimere tale opinione nelle forme accettate dalla legge, ma non si aspetti di partecipare ai festeggiamenti delle feste nazionali o di esporre le sue idee al Salone del Libro o in altri simili consessi. E questo perché è altresì sacrosanto che le istituzioni democratiche non promuovano la diffusione di simili opinioni, attraverso tutti gli strumenti che hanno a disposizione, che siano le feste nazionali o che siano le istituzioni di promozione culturale.
salvini-e-casapound.jpgCerto, lo spartiacque tra quello che è giusto promuovere e quello che non è giusto promuovere è arbitrario, ma il problema è proprio l’arbitrarietà dello spartiacque tra democrazia e totalitarismo, tra ciò che è giusto promuovere e ciò che è giusto non promuovere. Quello spartiacque lo costruiamo noi, opinione pubblica, di giorno in giorno, con le nostre opnioni, con il nostro consenso. Mettendo l’uno o l’altro a capo delle istituzioni elettive e tributando a costoro popolarità e fiducia. Se queste opinioni, se il controllo che esse esercitano si allenta, lo spartiacque rischia di spostarsi.
Il problema di fondo che quest’ultima vicenda evidenzia è proprio la evidente contiguità che tali forze antidemocratiche hanno oggi con componenti del governo del paese. Questa è la parte davvero preoccupante della vicenda e quella che davvero rischia di lacerare il paese: ovvero il fatto che il doveroso spartiacque tra chi crede nella democrazia e chi crede in altri modelli attraversi oggi le istituzioni dello stato e che ci siano alte cariche del paese che, quantomeno tengono il piede a cavallo dello spartiacque, per non dire che stanno oltre. Il fatto che i fascisti stiano al Salone del Libro è infinitamente meno grave rispetto al fatto che ci sia a Palazzo Chigi chi familiarizza con loro. Questo è ciò che deve far preoccupare chiunque abbia a cuore la democrazia.

16 Maggio 2019

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