Il cattivismo ed una serata musicale

cattivo-anticonformismo.pngNon fatevi ingannare dal titolo, non vi parlerò di Salvini, di Di Maio o di Trump. Niente barconi o muri. Vi parlerò solo di una serata passata amabilmente a seguire il saggio musicale che alcune scuole, tra cui quella di mia figlia, hanno congiuntamente organizzato la settimana scorsa per festeggiare l’arrivo prossimo del Carnevale.
Era una serata fredda e stava iniziando a nevicare quando arrivavamo nell’ampia struttura che ospitava l’evento con risicato anticipo. Essendo in tre: io, mia moglie e la Nonna, cercavamo vanamente tre posti vicini nelle prime file. Ne trovavamo due liberi e domandavamo gentilmente alla signora che occupava il terzo con una giacca se il posto fosse occupato. Lei rispondeva di sì. Inutile dire che il posto sarebbe rimasto occupato solo dalla giacca per tutta la sera. Decidevamo quindi, senza suscitare alcuna commozione nell’inflessibile signora, che la Nonna si sarebbe seduta da sola qualche fila dietro. Poco dopo, le due persone sedute immediatamente davanti a noi si allontanavano senza dar l’impressione di voler tornare e la Nonna ne approfittava per avvicinarsi. Anche qui, il posto contiguo ai due appena liberatisi sembrava occupato solo da una giacca. Dopo qualche tempo mia moglie, con la scusa di voler scambiare qualche impressione con la Nonna, si spostava nella fila di fronte e chiedeva alla signora proprietaria della giacca se il posto fosse occupato. La signora rispondeva categoricamente: “Sì, sta arrivando mio marito”. Mia moglie, con un sorriso accattivante, le rispondeva: “Non si preoccupi. Quando suo marito arriva mi sposto subito.” e si sedeva scostando la giacca con garbata decisione. Il marito ovviamente non si sarebbe visto. Ci auguriamo con tutto il cuore che non abbia avuto un qualche contrattempo.
Nel frattempo il concerto proseguiva e una turba di bambini di una qualche altra scuola, assisi non lontano da noi, si segnalavano per la loro irrequietezza, tanto che il maestro che dirigeva l’orchestra filarmonica era costretto, mentre con una mano muoveva la bacchetta, a usare l’altra per fare segno ai bambini strepitanti di stare buoni. Il lettore più arguto avrà già indovinato che una delle bambine più turbolente della masnada era la figlia della prima delle due signore dalle giacche invadenti. Quando poi la presentatrice della serata, una composta insegnante elementare, si permetteva di richiamare mitemente i fanciulli indiavolati, sentivamo alle nostre spalle levarsi contro di lei feroci critiche provenienti dalla signora di prima e da altre sue comari cicalanti.
babbo-natale.jpgNon c’è bisogno di arrivare a quelli che esultano all’ennesima strage del mare, non serve nemmeno richiamarsi ai più alti ideali di pietas e di carità. Basta fermarsi ai livelli minimali di rispetto per il prossimo che la nostra società si è permessa di codificare, per dire che qualcosa si è infranto, che oggi il prossimo nostro ha smesso di essere un compagno di ventura che può aiutarci e che possiamo aiutare a percorrere in modo più lieve l’incerto cammino della vita. Il prossimo nostro è diventato un ostacolo, un ingombrante intralcio dal quale guardarci e rispetto ai cui intenti avversi ed ostili dobbiamo sempre vigilare, possibilmente anticipandoli con la stessa avversione ed ostilità. Le regole di civile convivenza sono diventate un laccio opprimente alla nostra libertà, che è vera libertà solo quando finalmente azzera la molesta libertà altrui. Qualunque limitazione eteroimposta o autoimposta a quella libertà viene vista come una intollerabile forzatura. Questo include tutte quelle forme di solidarietà interpersonale che vanno dall’empatia per chi sta avendo una vita difficile e sfortunata a chi, più semplicemente, vorrebbe sedersi nel posto libero vicino a noi ad un concerto o a vorrebbe ascoltare il medesimo concerto senza esserne impedito dagli schiamazzi. Per questo qualunque forma di empatia o di cortesia viene bollata come una manifestazione falsa di sé stessi (di qui l’uso frequente dell’espressione “ipocrisia” o “ipocrita”) mentre l’idolatria della “spontaneità” spinge a considerare “vere” solo quelle manifestazioni che negano il rapporto con l’”altro” in un orizzonte il cui l’unico riferimento è il proprio “io”.
Non so quando è successo esattamente e come fare a tornare indietro, se è ancora possibile. Però tutto ciò è quello che non riesco che a chiamare cattivismo, una condotta divenuta ormai ampiamente maggioritaria nell’Italia odierna, e che pare rappresentare l’unica ideologia sopravvissuta alla crisi di tutte le altre.

8 Febbraio 2019

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