Baricco e l’élite

800px-alessandro_baricco.jpgIl dibattito pubblico è stato vivacizzato nelle ultime settimane da un articolo di Baricco pubblicato su La Repubblica e sul sito The Catcher. L’articolo ha suscitato molte reazioni su varie fonti di informazioni e vorrei aggiungere a questo dibattito anche il contributo di questo blog. Provo, per prima cosa, a sintetizzare l’articolo, per chi non abbia voglia di leggerlo e per provare a ripercorrerlo velocemente per meglio indirizzare i miei commenti.
L’idea di Baricco è raccontare la storia degli ultimi anni legandone gli sviluppi alla crescente rivolta sociale dell’”uomo comune” contro le “élite”. In estrema sintesi per Baricco ciò che ha suscitato questa rivolta è che, mentre la tecnologia facilitava l’accesso all’informazione (o almeno alla percezione di essere informati) e quindi determinava una redistribuzione del sapere (presunto), le élite non hanno facilitato una eguale redistribuzione della ricchezza e ci siamo ritrovati ad aver a che fare con un popolo informato ma insoddisfatto delle proprie condizioni di vita. Le élite non hanno saputo prevenire né reagire a tutto ciò e oggi si trovano spaesate e impotenti. Baricco cita infine l’Unione Europea come un esempio di un progetto delle élite che è stato mandato in crisi proprio perché percepito come imposto dall’alto.
Non è in sé un discorso molto originale anche se è piuttosto ben strutturato e il tono distaccato lo rende in qualche modo ascoltabile. Sarebbe un articolo interessante se l’intento fosse riprodurre la rappresentazione della situazione come il cittadino comune la vede, ma come analisi oggettiva della realtà è invece abbastanza deludente. Questo perché tutta la rappresentazione che Baricco dà delle élite e del loro rapporto con le trasformazioni sociopolitiche in atto risente della stessa rappresentazione falsa e fuorviante che ne dà il populismo. Le élite sono rappresentate come un gruppo monolitico che prende decisioni e che, una volta prese, si ingegna su come imporle ad un “popolo” più o meno passivo. Ogni rappresentazione non può che essere solo una semplificazione della realtà, ma questa lo è troppo per risultare utile a conoscere la realtà stessa.
Nel mondo reale infatti le élite sono tante e differenti, con differenti obiettivi, speculativi o ideali, tattici o strategici. E’ vero che la competizione tra queste élite determina le grandi trasformazioni sociopolitiche (Bourdieu ha scritto cose interessanti in merito nel suo straordinario “La Distinzione“), ma tale competizione non si attua nelle oscure stanze del potere, nei congressi di Bilderberg o sul panfilo Britannia, ma si attua con i ben noti meccanismi della politica che passano attraverso il controllo del consenso e l’appropriazione dei mezzi produttivi, informativi e coercitivi (aspetto ques’ultimo fondamentale soprattutto nelle dittature). Le élite, nelle persone di politici, imprenditori, giornalisti, docenti universitari, eccetera, cercano di elaborare strategie, proporre visioni e orientare l’opinione pubblica a sostenerle e le svolte storiche passano attraverso questi complessi meccanismi, non tramite riunioni segrete. Non esiste quindi un’unica élite a cui addossare la colpa di quello che è andato storto, ma semmai ci si può lamentare che l’élite che ha vinto probabilmente non era quella con la proposta migliore. Tra gli anni ‘90 e l’inizio del terzo millennio l’élite che propugnava una società più equa è stata soppiantata da chi vedeva come proprio obiettivo la massimizzazione dello sviluppo economico, a prescindere dall’equità sociale. E’ successo sulla stampa, è successo nelle università e di conseguenza è successo anche nelle cabine elettorali (si veda nel grafico il colore delle maggioranze di governo nei 28 stati membri in questo periodo). Di conseguenza le società europee sono diventate, in linea con questo andamento, meno eque e portano oggi Baricco a dire che non c’è stata ridistribuzione della ricchezza. Possiamo chiederci come mai le élite egualitarie hanno perso ed è sicuramente un bell’esercizio ma è fuorviante puntare il dito contro le élite come elemento di sistema.
populism.jpgNon dimenticherei poi che quella parte della nostra società che non è élite e che Baricco chiama “gente” non è stato in questi anni solo un soggetto passivo e non lo è in ogni caso, almeno in democrazia. Una buona parte di quella “gente” è rappresentata da coloro che hanno votato liberamente per soggetti politici che si proponevano di rendere la società più ineguale e che ci sono riusciti.  Non lo hanno fatto consapevolmente e probabilmente sono tuttora inconsapevoli della parte che hanno avuto in tutto ciò, ma, con tutti gli alibi che si possono fornire alla “gente”, è fuorviante descriverla come un soggetto passivo in questo processo.
Parliamo poi dell’Unione Europea. L’Unione Europea è nata in realtà dalla convergenza di intenti tra un’élite intellettuale che vedeva nel superamento dei confini la possibilità di scongiurare nuovi conflitti in Europa e di un’élite economico-finanziario che vedeva nel superamento dei confini la possibilità di fare business. C’erano probabilmente altre élite che erano contrarie ma in una prima fase non avevano troppo peso, anche perché non vedevano l’Europa come un pericolo. Quando negli anni ‘90 la maggior parte dei paesi europei hanno visto scemare quell’afflato ideale, anche perché governati per lo più da governi conservatori, una parte delle élite politiche che vedevano con preoccupazione la transizione di potere verso una democrazia europea, che temevano di non poter padroneggiare come prima, hanno cominciato a guadagnare potere ed influenza ed hanno iniziato a raccontare l’Unione Europea come qualcosa di lontano e poco comprensibile. La questione linguistica e il gap culturale hanno contribuito ma l’andamento economico ha dato il contributo più determinante. Non è certo un caso se il nostro paese, un tempo re dell’europeismo è diventato tra i più euroscettici, mentre paesi come la Spagna o il Portogallo, che hanno avuto performance economiche ben migliori delle nostre nell’ultimo decennio, sono tra i più eurofili. Quindi, anche qui, non c’è stata un’élite che ha elaborato male il suo progetto, ma tra le varie élite, ha vinto quella a cui andava bene un’Europa dell’economia e della finanza ma non necessariamente della politica, quindi non dei cittadini. Quei cittadini che comunque si sono avvantaggiati della presenza dell’Europa dell’economia e della finanza, come contraltare alle altre potenze mondiali ma che non hanno percepito questo vantaggio: sia perché la maggior parte dei vantaggi andavano ad una minoranza di cittadini, sia perché era più forte il messaggio che gli arrivava dalle élite locali che ne sottolineavano i lati negativi.
Ciò su cui mi sento di concordare con Baricco è l’importanza che ha avuto la tecnologia. Al cittadino comune la mole di informazione che Internet ha garantito ha dato la percezione di contare più di prima ed è diventata meno accettabile la subalternità nella quale la vecchia struttura sociale lo teneva. Sono così tramontati definitivamente i mezzi di intermediazione tradizionali tra élite e cittadini comuni (partiti, organizzazioni sindacali, chiesa, fonti di informazione tradizionali) ma a quel punto il cittadino comune ha cominciato a sentire un’eccessiva distanza rispetto ad una politica che non capiva e la necessità di sentirsi raccontato il mondo in un mondo diverso rispetto a prima. La crisi ha fatto il resto dando l’idea che quella politica, così incomprensibile, fosse anche inefficiente. Questo ha reso sempre più pagante un modo di fare politica totalmente prono alla comunicazione e altrettanto privo di un progetto, in un’ottica molto simile a quella commerciale. Non a caso le campagne elettorali recenti sono concentrate su pochi slogan di immediata comprensione e le questioni di fondo, come redistribuzione delle risorse, welfare e crescita economica, rimangono sullo sfondo.
social-issues.jpgCondivido la conclusione di Baricco sul fatto che da questa situazione si esce studiando, approfondendo e informando. Per poter informare però è necessario non piegarsi a rappresentazioni fasulle, per quanto forse maggioritarie oggi, della realtà, che purtroppo è quello che fa Baricco. E’ necessario che quella parte della nostra società (che sia élite o non élite) che prima ha sostenuto la padella delle forze iperliberiste, e poi ha deciso di saltare nella brace del populismo si rassegni al fatto che la forza di una società liberaldemocratica è la percezione della stragrande maggioranza dei cittadini di far parte della stessa macchina che funziona e che distribuisce a tutti benessere. Quando troppe persone hanno l’impressione di ricevere solo le briciole quella società si lacera e la macchina smette di funzionare che è esattamente quello che sta succedendo.

1 Febbraio 2019

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