Catalogna, Europa e democrazia. Proviamo a ragionare

Spagna e CatalognaLa vicenda della Catalogna, che da giorni riempie i nostri notiziari, sembra aver ottenuto come principale risultato comunicativo quello di creare due schieramenti ben definiti. Il primo, occupato principalmente da “gentisti” e “populisti”, che sostiene che il popolo ha sempre ragione e se il popolo catalano ha votato, la decisione va resa immediatamente esecutiva, pena la fine della democrazia. L’altro, occupato principalmente da persone che si collocano genericamente in area progressista, secondo il quale ciò che viola la Costituzione non può essere nemmeno preso in considerazione e va combattuto se non represso. Come spesso succede, i temi molto “divisivi” tendono a polarizzare chi li sostiene e così, non solo in Spagna, ma anche in Italia, sento contrapposizioni molto nette. Così come dopo un rigore contestato che decide un big match del Campionato di calcio, tutti si concentrano nello stabilire se era rigore o meno e pochi riescono a sottrarsi alla contrapposizione tra i due fronti di tifosi, limitandosi a lamentarsi della vaghezza con cui il regolamento disciplina la casistica; allo stesso modo qui tutti si adoperano per sostenere le tesi degli unionisti o dei separatisti e pochi provano a riflettere sul problema da cui è nato questo dissidio. Provo a posizionarmi tra quei pochi ed a chiedermi perché mai almeno il 36% degli elettori catalani vorrebbe separarsi dalla Spagna, perché gli spagnoli non vogliono lasciarglielo fare e perché tutto questo, secondo alcuni, è un problema di democrazia.
benedict-anderson.jpgVediamo intanto perché i catalani vorrebbero separarsi proprio adesso. In fondo sono circa quarant’anni che la Spagna è una democrazia e, se sotto la dittatura, di separarsi non si poteva parlare magari avrebbero potuto pensarci dopo. Ed invece è successo proprio in questo periodo storico, nel quale, guardacaso, altre regioni (Scozia, Corsica, Vallonia, Veneto) si stanno muovendo nella stessa direzione, pur con diversi approcci. Tra l’altro molte fonti descrivono questo movimentismo indipendentista come retrogrado e anacronistico, ma è curioso che questo anacronismo si verifichi in una regione, la Catalogna, che è considerata da molti (me compreso) una terra straordinariamente progressista e cosmopolita. A mio avviso per provare a capire perché tutto ciò sta accadendo proprio ora è bene riportare alla mente cosa Benedict Anderson diceva delle “nazioni”. Ad una comunità reale, quella che si basa sulla reale interazione tra le persone che porta ad una “familiarità” con gli altri componenti della comunità stessa o quantomeno con l’ambiente in cui si muovono, egli contrapponeva la “comunità immaginata“, ovvero quella delle nazioni, frutto, secondo Anderson, di un processo artificiale di creazione di miti, di simboli comuni, di un comune sentire, spesso sostenuto anche da una lingua (in molti casi, anch’essa costruita artificialmente attraverso l’omogeneizzazione di vari dialetti). Questo processo chiaramente visibile nella storia dell’ottocento e novecento, è stato in genere guidato dall’alto, ma ha ricevuto un diffuso consenso e supporto dai cittadini, giustificato, da una parte ai vantaggi economici prodotti dai meccanismi cooperativi che si sviluppano all’interno di una nazione, dall’altra alla percezione di una comunità concreta (e non solo immaginata) più estesa di quella del proprio quotidiano, costruita nelle relazioni professionali, nei viaggi (per lavoro o per svago) o prodotta dall’immigrazione interna che ci portava in contatto con persone che venivano da altre aree della stessa nazione. Abbiamo cominciato a sentirci italiani non solo da quando abbiamo avuto una bandiera, un inno, dei simboli, ma anche e soprattutto da quando abbiamo cominciato a spostarci lungo lo stivale per esigenze di lavoro o per le vacanze, e magari quando queste esigenze di lavoro hanno portato alcuni a spostarsi definitivamente in altre regioni dove gli abitanti del luogo iniziavano ad entrare in confidenza con tali persone, sentendoli infine come parte della propria comunità.
Cosa è cambiato da allora? La comunità sopradefinita come “reale” non è cambiata più di tanto, forse ci muoviamo un po’ di più sul territorio, ma la stragrande maggioranza delle persone trascorre la gran parte della sua vita all’interno dei confini della propria regione. La comunità “immaginata” invece ha subito forti modificazioni. Resistono certo gli inni, le bandiere, i simboli, le “nazionali” sportive, ma nel nostro quotidiano la situazione è molto cambiata. Molti di noi viaggiano per lavoro all’estero, parlano altre lingue, vanno in vacanza in altri paesi, incontrano nel proprio quotidiano persone che non sono nate in Italia, notando spesso più analogie che differenze con lo stile di vita di altri paesi. E allora la comunità “immaginata” di Anderson tende ad indebolirsi, perché in una sua componente rilevante tende ad allargare i propri confini, sentendo meno esclusivo il legame con i propri connazionali. Questo accade in modo ancora più marcato laddove, come in molte realtà europee, tra cui la Catalogna, questo legame non sia cementato, e reso appunto esclusivo, nemmeno da una lingua comune. All’allargamento di questa percezione di comunità fa da contraltare però la resistenza dei simboli sopracitati, della barriera linguistica, di quei tratti emotivi di cui la retorica patriottico-nazionalistica ci ha colmato lasciando qualche residuo anche in coloro i quali siano apparentemente più refrattari e non dimentichiamoci delle elite politiche non muoiono dalla voglia di veder spostare potere altrove. Non è strano anzi è ovvio che in questo contesto si creino aspirazioni ad altre modalità di organizzazione dei rapporti gerarchici tra poteri esecutivi locali, nazionali e sovranazionali e che queste aspirazioni entrino in conflitto con la cultura patriottico-nazionalista.
Catalogna europaCerto, fuori dai confini nazionali si rischia, e i catalani lo sanno, perché una serie di meccanismi cooperativi, di tipo economico, politico, diplomatico, militare, vengono meno, però il progressivo, seppure lento, spostamento di simili meccanismi a livello sovranazionale danno la percezione che il salto nel buio potrebbe non essere così pericoloso. E’ vero che ad oggi l’Unione Europea considera accidentato il cammino verso l’adesione di un nuovo stato indipendente, ma questo non è importante nella testa di molte persone. E’ importante che ci sia un approdo anche se difficile. I catalani probabilmente pensano: “Alla fine l’Unione Europea ha accolto anche paesi molto eterogenei da quelli che costituivano il nucleo originario, figuriamoci se non accoglierà anche la Catalogna indipendente”.
Tutto questo, più che ogni altra considerazione tendente a collocare queste discussioni su categorie preesistenti, è quello che spiega gli eventi della Catalogna e spiega anche perché non è affatto solo il parto di alcuni pazzi nazionalisti e, anche se lo fosse, porrebbe comunque un problema perfettamente reale e razionale, ovvero se i confini tra gli stati nazionali stabiliti dalle guerre dell’Ottocento e Novecento, sono quelli che meglio consentono di governare l’Europa e, se una revisione fosse consigliabile, quale meccanismo democratico potrà governarla. Nelle parole sentite pronunciare da chi si oppone all’indipendenza si sente tanta retorica nazionalistica: la Spagna, 500 anni di storia, la bandiera, eccetera, ma davvero poche motivazioni reali per le quali l’indipendenza non sia una buona idea. Questo, si badi, non significa che sia per forza una buona idea, ma solo che gli strumenti con i quali i suoi oppositori la attaccano sono di solito strumenti della retorica patriottico-nazionalistica e quasi mai analisi razionali. E quelli che pensano non sia una buona idea dovrebbero essere invece i primi a sgombrare il campo dai nazionalismi che non fanno altro che contrapporsi a contronazionalismi senza affrontare razionalmente la questione. Non a caso molti osservatori credono che Rajoy, con la sua politica miope, sia stato il maggior fattore di proliferazione dell’indipendentismo. L’evidenza di questo problema si manifesta nel circolo vizioso che caratterizza la discussione politica sul tema. Il dibattito ruota sempre, senza affrontarlo, attorno al tema vero, cioè se abbia ancora senso il dogma dell’indissolubilità dello Stato, dogma stabilito dalla maggioranza delle Costituzioni, compresa quella spagnola. La difficoltà con la quale molti affrontano apertamente il tema è significativa dell’imbarazzo con il quale si vive la contrapposizione tra una razionale valutazione di quale sia la più efficiente distribuzione dei vari livelli di governo e l’irrazionalità della retorica patriottico-nazionalistica. Non so quando si arriverà ad un domani nel quale ci saremo sbarazzati di buon parte del nostro retaggio patriottico-nazionalista e affronteremo la riorganizzazione democratica dei confini di uno stato con lo stesso spirito con cui ridefiniamo i confini di una regione, ma è evidente che non possiamo che arrivare lì e dobbiamo fare ogni sforzo per arrivarci senza essere passati attraverso conflitti armati di ogni genere che invece il nazionalismo è pronto a destare, come i manganelli ai seggi elettorali ci ricordano minacciosamente.
democracia.jpgNel momento in cui arriviamo al punto in cui si parla di processo di riorganizzazione democratica dei confini di uno stato, si tocca l’altro problema, l’altro nervo scoperto che la vicenda catalana tocca: il nostro rapporto con la democrazia e la sovranità popolare che ne è la base. Questo perché il fatto stesso che a molti non sembri strano che ci siano cose che non si possono fare, benché nulla abbiano in contrario con i principi basilari della nostra società, nemmeno se un’ampia maggioranza di cittadini lo desidera, vuol dire che abbiamo un problema con il concetto di democrazia. Forse il diffondersi dei movimenti populisti ci ha confuso le idee, forse ci hanno spaventato al punto da rifuggire come sommo pericolo il concetto di sovranità popolare ma non possiamo dimenticarci che la Costituzione, come tutto l’impianto istituzionale che disegna, serve a incanalare nel modo più efficace la sovranità popolare, non a scongiurarla o negarla. Se quindi la maggioranza dei cittadini di un’entità geopolitica chiede qualcosa e quel qualcosa non cozza con i valori fondamentali della nostra società, è dovere di chi governa le istituzioni di uno Stato di prestare attenzione e ascolto a questa istanza, per quanto bizzarra e autolesionista possa essere soggettivamente considerata. E se la nostra Carta Costituzionale non lo consente non vuol dire che non si può fare ma che forse la Carta Costituzionale è perfettibile e che è il momento di perfezionarla. E’ vero che il contratto sociale di cui Rousseau parlava non può essere rescisso dal cittadino, ma almeno vi deve essere un margine di negoziazione e più vincoli poniamo alla negoziazione e meno il cittadino sentirà quel patto come equo. La grande forza della democrazia, come sistema di governo, risiede proprio nella percezione del cittadino di essere parte di esso e questo dipende dall’equità percepita nel bilanciamento tra diritti e doveri, tra costi e benefici dell’appartenere alla società civile. Una delle ragioni del diffondersi del populismo è, a mio avviso, proprio la difficoltà di continuare a percepire noi stessi come parte influente della società in una società frammentata come quella odierna, in cui il singolo non ha più la percezione di avere un peso. Se la reazione al populismo sarà posizionarci sull’estremo opposto, ovvero un giuspositivismo che contrappone un corpus legislativo immacolato ad un popolo, ignorante e pericoloso, non faremo che peggiorare le cose, un po’ come ha fatto Rajoy che, negando ogni concessione, ha reso maggioranza quegli indipendentisti che pochi anni fa rappresentavano solo una minoranza dell’elettorato.
seggi-elettorali.jpgMi preoccupano infine quelli che giustificano il ricorso alla violenza, da parte della Guardia Civil, in nome del rispetto della legge. La democrazia esiste, in primo luogo, proprio per evitare che in una società civile le controversie si risolvano con il ricorso alla violenza. Per questo la violenza, in democrazia, va usata dalle istituzioni titolate a farlo solo ed esclusivamente quando ogni altra risorsa è stata esperita senza successo e il non farlo sarebbe pregiudizievole per l’incolumità o i diritti di altri cittadini. In tutti gli altri casi la violenza non va e non può essere giustificata, perché è un primo passo verso l’uscita dal consesso democratico, e questo per motivi ben più profondi della semplice figuraccia che quei infelici hanno regalato al paese che sostengono di amare. Questo, è bene sottolinearlo, vale per tutte le circostanze, indipendentemente dalla soggettiva posizione che abbiamo sul tema oggetto di scontro perché una caratteristica dello Stato di Diritto è che i principi valgono per tutti e per tutte le circostanze, indipendentemente dalle nostre soggettive preferenze e simpatie.
In definitiva, in un’epoca in cui l’emotività sta restituendo forza all’autoritarismo e ad una visione accentratrice del potere politico, è importante su questo come su altri problemi, non smettere di ragionare, di prendere distanza dalle nostre emozioni e di riappropriarci dei valori fondamentali della democrazia. La constatazione che la vicenda catalana ci suggerisce di quanto sia semplice, anche in democrazia, finire allo scontro se perdiamo i fondamenti del sistema in cui viviamo, deve essere un occasione per la riflessione e non per l’ennesima contrapposizione da stadio. Se non lo facciamo, come con tutti i problemi non affrontati tempestivamente, ci ritroveremo a gestirlo tardi e male e forse, purtroppo, con molti danni.

22 Ottobre 2017

2 commenti a 'Catalogna, Europa e democrazia. Proviamo a ragionare'

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  1. Gabriele afferma:

    Personalmente non vedo la contraddizione se uno stato democratico non vuole permettere ad una sua parte costituente di separarsi. Non sta’ scritto da nessuna parte che una democrazia debba per forza accettare il proprio smembramento.

    Sono d’accordo sul fatto che la costituzione e la legge non possono essere valori assoluti, da contrapporre ad un popolo ignorante e pericoloso. Anche una costituzione puo’ essere cambiata dopotutto.

    Penso anche che non esiste un criterio scientifico per decidere quando una regione ha un’identita’ separata che ne legittima l’auto-determinazione. La verita’ e’ che l’Europa e’ piena di regioni che potrebbero legittimamente rivendicare una propria identita’ nazionale almeno quanto la Catalogna: i Sardi, i Corsi, i Bretoni, i Baschi i Gallesi parlano tutti lingue proprie, ed hanno un identita’ culturale propria ben definita. Ma cosa risolveremmo dividendo le nazioni Europee in parti piu’ piccole? Non mi risulta che queste popolazioni siano oppresse in quanto minoranze, o che al giorno d’oggi gli sia vietato parlare la propria lingua. Io credo che il futuro stia nell’aggregamento in organismi sovranazionali come l’Unione Europea, e non nella creazione di paesi sempre piu’ piccoli.

  2. Coloregrano afferma:

    @Gabriele: Provo a ridirlo in altro modo. Anch’io sono convinto che il futuro stia nell’aggregazione in organismi sovranazionali come l’Unione Europea (quindi, se devo partecipare alla discussione tra pro e contro, per me è rigore, usando la metafora calcistica suggerita nel post), ma io pongo un problema diverso che è l’anacronismo del dogma dell’indissolubilità dello stato e la sua difficile compatibilità con la democrazia.
    Se almeno il 36% dei catalani vogliono separarsi a mio avviso hanno torto, come il 40% dei britannici che hanno votato per la Brexit, ma è dovere di un governo prendere in considerazione un’opinione così ampia e se il governo spagnolo manda la polizia e la magistratura arresta il governo catalano come fosse una cellula di terroristi, vuol dire che siamo in un cortocircuito democratico, perché chi fa parte di quel 36% probabilmente oggi già non riconosce più come legittimo e democratico il governo spagnolo e questo in democrazia è un grosso problema.
    E’ vero che non c’è scritto da nessuna parte che uno stato si possa scindere ma non c’è scritto nemmeno il contrario. L’unica cosa che una democrazia non può accettare è ciò che violi i suoi principi fondamentali che si manifestano nei diritti fondamentali (e comunque anche la carta dei diritti è soggetta a evoluzione) e nel principio della sovranità popolare (che non è un’invenzione dei populisti) per il resto la democrazia ha semplicemente il dovere di trovare modalità pacifiche per risolvere i conflitti e tali modalità sono preferibilmente il voto dei cittadini. Tale voto, nel caso di una scissione, dovrà essere normato e strutturato in modo che il voto sia meditato e non ci si possa separare da un paese sulla scorta dell’emotività del momento, ma se c’è una parte rilevante della società che lo vuole è necessario indicare una strada, non ci si può limitare a considerarla una banda di criminali, pena la fuoriuscita di una parte rilevante della società dal patto sociale che della società è il fondamento.
    Certamente non c’è nessun criterio scientifico, che non sia forse economico, per suddividere un continente in entità sociopolitiche, ma l’assenza di criteri oggettivi appare come una ragione in più per suggerire di affidare alla scelta dei cittadini questa suddivisione.
    Infine, a proposito di Unione Europea ritengo che la logica che considera indissolubile lo Stato “verso il basso” ovvero rispetto alle sue componenti locali, è parente prossima di quella che considera lo Stato indissolubile verso l’alto, ovvero verso un’entità sovranazionale come l’Unione Europea e che paventa una perdita di sovranità e di democrazia nel trasmettere poteri e competenze verso l’Europa. Se quindi alla fine la retorica nazionalistica dovesse uscire sconfitta sarebbe, a mio avviso, un passo avanti per l’edificazione di un’Europa politica e non un passo indietro.

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