Perché un’altra maledetta finale?

achille-e-ettore.jpgLa letteratura italiana e non solo, sia di alto che basso profilo, ha in Omero una sorta di capostipite e il nostro immaginario collettivo riguardante gli eroi attinge molto alla vicenda del Pelìde Achille. Quando pensiamo ad un eroe il nostro modello di riferimento si ispira infatti spesso, inconsciamente, ad una delle più celebri vicende dell’Iliade, ovvero quando Achille, che si era ritirato dalla battaglia dopo un litigio con Agamennone, avendo appreso della morte del suo amico Patroclo, si getta a capofitto contro i nemici, facendone strage. E’ forse questo retaggio culturale che fa sì che gli eroi moderni, i calciatori, ce li immaginiamo un po’ così, magari pronti a ritirarsi dalla battaglia per un litigio, ma pronti a ridiscendere in campo, animati da sacro furore, ed a stravincere la battaglia, non appena ritrovino le motivazioni per farlo. Detto diversamente, tendiamo ad attribuire un peso molto alto alla variabile psicologica nei risultati sportivi. In realtà il mito in questo risulta, a mio modo di vedere, piuttosto fallace e la mia impressione è che invece i nostri eroi calcistici assomiglino più, per restare al repertorio mitologico dell’antica Grecia, a Filippide, l’emerodromo che, secondo la leggenda, sarebbe corso da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria contro i persiani. Corrono finché hanno fiato e, quando non ne hanno più, stramazzano a terra.
copertina-allegri-finale-840x401.jpgCredo che questo meccanismo giustifichi il fatto che le parole più ricorrenti, per commentare la sconfitta della Juventus nella finale di Champions League di Cardiff, siano state “approccio”, “mentalità” o “crollo psicologico”. Ci immaginiamo Dybala ossessionato da chissà quale crisi interiore, senza la quale avrebbe gonfiato la porta una dozzina di volte. Ci immaginiamo Pjanic che non dorme di notte pensando: “Sarò all’altezza della finale?”. O ci immaginiamo Bonucci che prepara incautamente già il posto per la coppa sul mobile del suo salone, convinto di avere la vittoria in tasca. E invece ho l’impressione che tutti e tre abbiano avuto semplicemente un problema comune: una insostenibile stanchezza, sopraggiunta dopo aver, nella prima mezzora, speso tutte le loro poche residue energie, rimanenza di una stagione lunga, faticosa anche se vincente. Questo può spiegare tra l’altro il motivo, altrimenti oscuro, per cui la Juventus, dopo un inizio più che incoraggiante, inizia a crollare proprio dopo aver raggiunto un immediato pareggio e quindi quando era nella condizione psicologica ideale.
Ma proviamo ad addentrarci un po’ di più nella storia delle competizioni europee per capire meglio come una squadra possa arrivare senza energie all’appuntamento più importante della stagione per una squadra di club. Sommando la vecchia Coppa dei Campioni e la moderna Champions League, da quando il 13 giugno 1956 al Parco dei Principi il Real Madrid di Alfredo Di Stefano e Miguel Muñoz conquistò la prima edizione del trofeo, se ne sono assegnati 62 esemplari. Solo in trenta occasioni (quindi meno della metà) la squadra vincente si è anche aggiudicata il proprio Campionato nazionale. La percentuale si abbassa ulteriormente se si restringe l’osservazione alle squadre appartenenti ai tre Campionati che hanno espresso maggiori vincitrici (e che sono anche probabilmente i più competitivi) ovvero Italia, Spagna e Inghilterra. Qui il cosiddetto “double” (Coppa e Campionato) è riuscito solo in 18 occasioni su 41. E’ un dato, a pensarci, sorprendente, perché ci si aspetterebbe, al contrario, che il doppio successo sia quasi una regola; parrebbe infatti strano che la squadra più forte d’Europa non riesca a dimostrarsi anche la più forte del suo paese. E invece pensate che il Real Madrid, che ha vinto ben 12 volte la competizione, solo 4 volte ha accoppiato il successo europeo con quello nel massimo campionato spagnolo, mentre sulle tre finali perse due hanno visto la consolazione del successo in Campionato. Altrettanto significativo il curriculum del Milan, che ha conquistato ben 7 volte la Coppa dei Campioni, riuscendo però solo in un’occasione, nel 1994, ad accoppiarla allo Scudetto. La Juventus è poi un caso ancora più interessante. Delle nove finali disputate gli unici due successi sono maturati in stagioni nella quali, non solo la Juventus non aveva vinto il Campionato, ma aveva addirittura perso le speranze di competere con largo anticipo. Delle 7 finali perse invece ben sei si sono invece verificate in anni in cui la Juventus aveva vinto il Campionato e il settimo caso, quello della finale di Atene nel 1983, comunque in una stagione nella quale la Juventus aveva conteso fino all’ultimo lo Scudetto alla Roma e in cui si sarebbe consolata, pochi giorno dopo la finale di Coppa Campioni, vincendo la Coppa Italia. In definitiva, da che esistono le competizioni europee, competere con gli stessi risultati su tutti i fronti è estremamente faticoso e non è affatto strano che, giocando su tre fronti, si arrivi all’episodio finale, nonostante sia il più importante, in condizioni fisiche ben lontane da quelle ideali.
real-madrid.jpgCi si chiederà però, perché il Real non era altrettanto stanco. Sicuramente c’è un problema di ampiezza dell’organico. Se tra l’undici titolare bianconero e quello madridista non c’è un grosso gap, non c’è dubbio che c’è, ed enorme, tra i rispettivi rincalzi. Fa impressione pensare che sulla panchina del Real, a Cardiff, stessero seduti due talenti strapagati come Gareth Bale e James Rodriguez. Per di più la scelta di Allegri del tridente e il successivo grave infortunio di Pjaca (l’unico attaccante di riserva rimasto ad Allegri) ha messo i tre attaccanti bianconeri, Higuain, Dybala e Manduzkic, nella condizione di dover giocare quasi sempre negli ultimi tre mesi. Nella stagione appena conclusa Higuain ha disputato, alla fine, 55 partite, Manzdukic 50 e Dybala 48. Per avere un riferimento con i giocatori più talentuosi del Real, Ronaldo ne ha giocate 46, Modric 41 e Isco 42. E’ una differenza che pesa, al termine di una stagione così lunga e può essere determinante, specie considerando che il Real ha obiettivamente un livello tecnico superiore e la Juventus avrebbe dovuto sovrastare gli avversari fisicamente per colmare il gap.
Insomma, è forse più ragionevole lasciare da parte aspetti psicologici o, ancor più, metafisici e rendersi conto che ci sono ancora consistenti differenze tra il Real e la Juventus, che forse, come successo due anni fa con il Real stesso e con il Barcelona quest’anno, in una partita allo Stadium, schiacciata tra vari impegni di Campionato e Nazionale, possono anche essere ribaltate; ma che in una finale, preparata con calma e massima concentrazione difficilmente non emergono. Ho l’impressione che, se la Juventus non riuscirà a colmare il gap tecnico che ancora la divide dal Real, dovrà rassegnarsi a correre qualche rischio in più in Campionato, magari rinunciando ad arrivare al settimo scudetto consecutivo, ma concentrarsi sulla competizione che i suoi sostenitori sognano di poter un giorno riconquistare.

16 Giugno 2017

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