Pino

In un giorno di primavera del 1954 il fratello di mio nonno piantava, nel bel mezzo del giardino della casa di campagna di famiglia, un alberello, un abete rosso per la precisione, che però sarebbe stato, chissà perché, sempre chiamato “Il Pino”.
Chissà cosa pensava il mio prozio quando piantava l’alberello, chissà se si aspettava che avrebbe avuto una vita così lunga ed un ruolo così importante nella vita di qualcun altro, magari di un suo pronipote che si sarebbe presentato al mondo solo quattordici anni dopo. Sta di fatto che quel pronipote avrebbe ed ha passato sotto il Pino e con il Pino una fetta troppo importante della sua vita per non esservi legato come in un abbraccio senza fine.
E’ stato sotto i rami del Pino che ho giocato a nascondino, che ho corso furiosamente giri su giri fino a prendere la circonferenza del Pino come unità di misura della lunghezza, che ho giocato a pallone fingendomi Bettega o Paolo Rossi. E’ stato sotto i rami del Pino che ho scoperto che stavo crescendo; sotto i rami del Pino ho studiato, sotto i rami del Pino ho amato, sotto i rami del Pino ho pianto ed ho gioito, mi sono illuso, disilluso ed illuso ancora. Sotto i rami del Pino sono cambiato, sono cambiato mille volte e solo i rami del Pino rimanevano sempre quelli.
Un giorno è arrivato un piccolo coleottero di nome Bostrico che chissà perché ama molto l’abete rosso e il Pino era lì, fermo come da 54 anni. Nulla ha potuto fare per difendersi.
In una limpida giornata di autunno, accarezzando per l’ultima volta la corteccia del Pino ho compreso che davvero l’unica cosa che dà continuità alla nostra vita siamo noi stessi.
Da oggi i rami del Pino non ci sono più.
Mi mancherai, Pino, mi mancherai tanto. Ti ricordo così, con un paesaggio che, senza di te, non vedremo mai più.
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27 Novembre 2008

Un solo commento. a 'Pino'

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  1. cri afferma:

    “Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell’infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un’unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto. Quando un albero è stato segato ed espone al sole la sua nuda ferita mortale, dalla chiara sezione del suo tronco e lapide funebre si può leggere tutta la sua storia: negli anelli corrispondenti agli anni e nelle escrescenze stanno fedelmente scritti tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutti i malanni, tutta la felicità e la prosperità, anni stentati e anni rigogliosi, assalti sostenuti, tempeste superate. E ogni contadinello sa che il legno più duro e prezioso ha gli anelli più stretti, che sulla cima delle montagne, nel pericolo incessante, crescono i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti.
    Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. Un albero dice: in me è nascosto un seme, una scintilla, un’idea, io sono vita della vita perenne. Unico è l’esperimento e il disegno che l’eterna madre con me ha tentato, unica è la mia forma e la venatura della mia epidermide, unica la più piccola screziatura di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è - nella spiccata unicità - dare forma ed evidenza all’eterno.
    Un albero dice: la mia forza è la fiducia. Io non so niente dei miei padri, non so niente degli innumerevoli figli che ogni anno nascono in me. Vivo fino al termine il segreto del mio seme, non mi preoccupo d’altro. Confido che Dio è in me. Confido che il mio compito è sacro. Di questa fiducia vivo.
    Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno. Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo.
    La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento. Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso. Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre.
    Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili. Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità.”
    Hermann Hesse - La Natura ci parla
    Spero che la sensazione della corteccia di Pino ti rimanga ancora, insieme al rumore del vento, tra i suoi rami.

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