Le ragioni del ni

sana-costituzione.jpgDopo lunga meditazione ho deciso di scrivere qualcosa anch’io sul referendum costituzionale del 4 Dicembre. Anticipo che deluderò sia i sostenitori del no, che quelli del sì, almeno i più radicali nei due fronti, quindi se siete incerti sulla vostra possibilità di gestire la delusione non leggete oltre, non voglio causare forme depressive. Ho letto la riforma con pazienza e ho letto tanti pareri (ne trovate alcuni in calce) in merito; per “in merito” intendo proprio “nel merito” perché tanti, alcuni dei quali anche molto autorevoli, che hanno scritto intere opere letterarie mettendo insieme slogan e luoghi comuni, mi hanno rapidamente stancato. Non starò a raccontare la riforma qui per esteso, c’è chi lo ha fatto e lo può fare meglio di me. Mi limiterò a riportare le mie personali conclusioni.
Intanto provo a rassicurare quelli che sono preoccupati delle nefaste conseguenze che avrebbe la vittoria del No. Non sarà l’ultimo tentativo di riforma della Costituzione, non consegnerà il paese alla “Nuova Casta”, non aprirà la strada al populismo, quello magari succederà nelle successive elezioni politiche, ma c’è ancora un po’ di tempo per organizzare la fuga in Canada. Ci sarà la possibilità di cambiare la Costituzione, magari anche meglio, in futuro, anche se per farlo è necessario che emergano soggetti politici nuovi rispetto alla inguardabile classe politica attuale. Sono certamente convinto che una bella fetta di coloro che il 4 Dicembre voteranno No non lo faranno per un attento esame del testo; lo faranno per la difficoltà che i cittadini del nostro paese hanno di affrontare il cambiamento, per la ritrosia a convincersi che il mondo cambia e che noi dobbiamo cambiare con esso per potere continuare a trovarci bene nel mondo. Ma questo è un dato che rimarrebbe tale anche se vincesse il Sì.
E’ il turno di dire ora cosa non succederà se dovesse vincere il Sì. Ebbene non ci saranno dittature o svolte autoritarie, o meglio se ci saranno non saranno dovute a questa riforma. La realtà è infatti che nella sostanza la riforma sposta davvero poco nei rapporti tra Governo e Parlamento, a differenza di quella del 2005, che il referendum del 2006 bocciò. La rinuncia al “bicameralismo paritario” (cioè la parità di competenze tra Camera e Senato) non cambia le cose, visto che la Camera mantiene le prerogative di prima, venendo solo affiancata, per determinate competenze, dal nuovo Senato a nomina regionale. Chiarirei anche che la nomina regionale non è una “diminutio” del Senato. In primis i senatori saranno consiglieri regionali e sindaci, quindi eletti dai cittadini, tra l’altro con leggi molto più rappresentative rispetto alla vecchia legge elettorale di Camera e Senato (il cosiddetto Porcellum) che presentava liste decise dai partiti. In secondo luogo il fatto che il Senato attinga a poteri locali ne promette la terzietà rispetto a Governo e Camera, terzietà garantita nel caso non improbabile che la composizione del Senato tra i vari partiti sia completamente diversa rispetto a quella della Camera. Come poi saranno scelti i rappresentanti delle regioni al Senato sarà da stabilirsi con legge ordinaria, quindi è superfluo discuterne ora.
L’unica vera modifica nell’equilibrio tra legislativo ed esecutivo è in realtà rappresentata dalla legislazione con “voto in data certa” che sostanzialmente “condona” un uso distorto che da anni i vari governi fanno del “Decreto legge”, anche quando sono molto discutibili i requisiti di urgenza che invece sarebbero richiesti per tale istituto. Questa novità inoltre compensa le limitazioni che per contro sono state apportate all’istituto del Decreto, proprio per incasellarlo più rigidamente nei suoi scopi originali. Si può discutere quindi la forma, ma la sostanza è che non cambia quasi nulla.
Si dirà adesso, sì ma c’è il tanto famigerato “Combinato disposto” (ovvero la combinazione della riforma costituzionale e della nuova legge elettorale della Camera che non fa parte della riforma e che è stata approvata nel maggio dell’anno scorso). L’insieme dei due provvedimenti garantisce al partito che vinca il primo turno con almeno il 40% dei voti o che vinca al ballottaggio l’ottenimento automatico della maggioranza parlamentare. Giova certamente ricordare che ad esempio in Regno Unito il sistema fortemente maggioritario permette di solito al partito che vince le elezioni di ottenere una vasta maggioranza parlamentare (i tory hanno la maggioranza assoluta dei seggi avendo ottenuto il 36% dei voti alle ultime elezioni), ma anche in Francia i socialisti hanno il 48% dei seggi alla Assemblea Nazionale con il 29% dei voti al primo turno. Tra l’altro in Francia, come nell’Italicum, c’è il ballottaggio che garantisce che chi vince abbia davvero un ampio consenso nel paese e permette che forze di ispirazione autoritaria vengano emarginate, come è successo in Francia alle presidenziali del 2002 e alle regionali dell’anno passato, quando il Fronte Nazionale, pur avendo ottenuto un grosso successo in termini percentuali, ha poi ottenuto ben poco in termini di cariche di governo (sarebbe bello tra l’altro che qualcuno spiegasse ciò a Cuperlo e a quanti vorrebbero eliminare il ballottaggio dall’Italicum). Ammettiamo però che Regno Unito e Francia siano paesi illuminati in cui non esistono i rischi di svolta autoritaria che invece paventiamo in Italia: giova allora ricordare anche che non esiste, che mi risulti, un paese al mondo che impedisca ad un partito di ottenere, se raggiunge un certo numero di voti, la maggioranza dei seggi parlamentari e la guida del governo. Se davvero questa prospettiva fosse l’anticamera della dittatura forse qualche costituzionalista ci avrebbe pensato.
campagna-no.jpgSe nessun costituzionalista ci ha mai pensato è probabilmente perché, affinché una dittatura si instauri, non basta che Governo e maggioranza parlamentare appartengano allo stesso partito, in quanto uno Stato è costituito da molti poteri e l’anticamera della dittatura è in realtà un sistema politico e sociale nel quale una persona o ristretto gruppo di persone controlli ognuno di questi poteri. Se in Turchia la magistratura non fosse controllata da Erdogan non partirebbero mandati di cattura immotivati contro i parlamentari dell’opposizione. Questo è il motivo per il quale il vero rischio per la democrazia in Italia, (che la riforma non aumenta né riduce) e non solo in Italia, risiede oggi nelle scarse garanzie che la Costituzione e la legislazione prevedono per la democraticità dei partiti politici e per il pluralismo dei media. La Costituzione del 1948 ha elevato con l’articolo 49 i partiti politici a potere dello Stato imponendo ad essi un “metodo democratico” ma la generica formulazione non ha impedito il fiorire di partiti che rappresentano organismi monocratici o oligarchici. Altresì è evidente che il ruolo e la concentrazione del potere mediatico nel 1948 erano talmente ridotti da non essere stati tenuti in considerazione dai Padri Costituenti, ma è certamente opportuno valutarne oggi la pericolosità e prendere iniziative per attenuarla. La mancanza di questi due punti è secondo me il più grave vizio della riforma, ma l’assenza di questo tema dall’agenda del fronte del NO (tra cui figurano partiti decisamente monocratici e proprietari di media) non mi fa presagire che la prossima riforma costituzionale sarà, da questo punto di vista, migliore.
Un punto che trovo invece molto positivo della riforma costituzionale è la parte che si riferisce a referendum e leggi di iniziativa popolare. I referendum potranno finalmente scrollarsi di dosso il trucco della falsa astensione, il quorum tornerà ad essere un metro dell’effettivo interesse del quesito e i referendum torneranno ad essere un reale strumento di democrazia diretta. L’innalzamento del numero delle firme richieste a 800 mila non sposta le cose visto che i referendum di vasto interesse hanno sempre raccolto molte più firme del minimo richiesto. Le leggi di iniziativa popolare di cui per decenni si è lamentato l’arenarsi nelle commissioni parlamentari dovranno essere obbligatoriamente votate dalla Camera, anche qui con il contrappeso dell’aumento del numero delle firme richieste. Pensate che dalla loro introduzione solo 4 iniziative di legge su 260 di iniziativa popolare sono state approvate dal Parlamento.
La parte che al contrario mi lascia più perplesso è quello dei rapporti tra Stato e Regioni. Qui viene eliminato il concetto di competenze concorrenti e ricondotte le stesse per lo più al controllo dello Stato. Il problema non è quello dei ricorsi alla Corte Costituzionale, che ci saranno ma che credo siano inevitabili quando si cambiano competenze tra poteri dello Stato, ma un segnale di ritorno ad un centralismo dello Stato che non mi entusiasma. Ad esempio il ritorno allo Stato della competenza sulle opere pubbliche, viste spesso come imposizione dall’alto ai territori locali di disagi in nome del bene comune, rischia di sviluppare ulteriori fenomeni di “nimbismo”. Sarebbe interessante sviscerare meglio altri esempi specifici ma purtroppo questa parte è stata poco trattata da media e politica.
sireferendum.jpgSi sono spesi poi mezzi e parole per discutere l’entità dei vantaggi materiali che la riforma, secondo i suoi promotori, porterà. Risparmi per lo Stato legati al ridimensionamento del Senato e tempi ridotti per l’approvazione delle leggi legata alla riduzione dei casi in cui è richiesta la doppia approvazione delle due camere. L’entità in realtà conta poco. Se davvero queste modifiche rischiassero di essere fatali per la nostra democrazia i vantaggi sarebbero irrilevanti, diversamente anche pochi milioni di risparmio e modeste percentuali di riduzione dei tempi sarebbero sufficienti a farmi personalmente propendere per il sì. Può darsi che il gioco non valesse la candela ma non siamo all’inizio del gioco ma alla sua mossa finale, quindi comunque il tempo lo abbiamo perso, non ha senso perdere anche i pur scarsi benefici se non corriamo rischi.
Un’altra obiezione fatta alla riforma è che sia fatta male. Anche qui può darsi sia vero, non sono in grado di valutarne la qualità giuridica e comunque, da ignorante, intravedo, come detto sopra, grosse lacune. Però il dilemma è se sia meglio rinunciare ai sopra citati vantaggi che questa riforma comporta in attesa di una riforma “migliore” prossima e ventura che potrebbe però non arrivare mai.
In definitiva la riforma non è un passo esiziale della storia della nostra Repubblica, non ha contenuti né rivoluzionari né reazionari, ed il fatto che sia stata presentata come tale dai due fronti è un esempio del tentativo sistematico della politica odierna di confondere le carte e le idee e di parlare alla pancia e non alla testa dell’elettorato. L’invito che posso rivolgere è diffidare di chi lo fa, votare come si vuole a questo referendum, ma di non votare alle prossime elezioni per i partiti che hanno intorbidito in tal modo le acque. Il limite di questo invito è che trovare chi ancora parla alla testa dei cittadini è ormai un impresa, ma proviamoci ancora.

Qualche riferimento:
http://www.glistatigenerali.com/legislazione/il-si-al-referendum-spiegato-con-i-numeri/
http://www.ilpost.it/2016/11/05/guida-senato-riforma/
http://www.lastessamedaglia.it/2016/04/il-referendum-di-ottobre-spiegato-facile-facile/
http://www.nextquotidiano.it/cambiano-le-competenze-regioni-la-riforma-costituzionale/
http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/la-riforma-costituzionale_b_10460180.html

28 Novembre 2016

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