Di chi è la colpa?

donald-trump.jpgDa lungo tempo seguo il lavoro di Alessandro Gilioli, un giornalista che ho sempre apprezzato per il suo essere riflessivo e combattivo ad un tempo; per il suo andare in direzione contraria senza farne una professione e un atto di fede. Eppure, da un po’ di tempo, sul suo blog ho iniziato a vedere pezzi che presentano toni e contenuti più adatti al beppegrillo.it. L’ultimo è uno di pochi giorni fa, nel quale presenta, pur con molti distinguo e forme dubitative, la sentenza dell’Alta Corte britannica, che rimanda al Parlamento la ratifica della decisione del Regno Unito di abbandonare l’UE, come un simbolo della progressiva sottrazione del potere decisionale dei cittadini operata dalla politica, dalla finanza, dalle lobby, eccetera.
Ora, se una sentenza emessa a lume di diritto, con lo scopo di ripristinare la centralità del Parlamento in una vicenda come quella della Brexit che aveva visto finora il Governo britannico condurre il gioco, viene presa per un atto di espropriazione della democrazia da un poveretto su facebook posso solo sorriderne, ma Gilioli no. Gilioli, e quelli come lui, fanno parte di quella categoria di individui che ha gli strumenti culturali e tecnici per spiegarci cos’è un Parlamento, cos’è la magistratura, quanto è importante che in democrazia i poteri democratici mantengano un ruolo ed una centralità nelle scelte. Se costoro abdicano alla loro funzione lusingati dal ragionare dei bufalari da social network allora non c’è più speranza. Se vince Trump, se vince la Brexit, se vincono forze politiche che esprimono un’insofferenza per i pilastri della democrazia è perché anche chi a parole sostiene quei pilastri, lo fa in realtà con scarsa convinzione e scarsa voglia di approfondire e spiegare. Quante volte ho sentito dire, nelle ultime settimane, da illustri personaggi dell’area progressista, che la vittoria di Trump è la sconfitta di un partito democratico che non ha saputo dare risposte alla “gente”? Mi sono più volte domandato come sia possibile che 
la più grande riforma sanitaria della storia degli Stati Uniti che ha consentito a 10 milioni di persone di potersi permettere una copertura sanitaria fosse caduta nel dimenticatoio anche di chi dovrebbe considerarla un trionfo. E che dire della riforma fiscale, mai accolta da un Parlamento a maggioranza repubblicana, che avrebbe aumentato il carico fiscale sui più ricchi a vantaggio dei redditi medio-bassi? Anche questa non conta nulla? Eppure la litania, sentita alla nausea, era che i due candidati erano uguali, che Hillary Clinton non era migliore di Trump, eccetera…
Come tutti i movimenti di pensiero in crescita il populismo sembra abbia contagiato anche chi non ne fa parte, portando ad un livellamento di tutto e tutti, ad un radicalismo che assimila in una massa indistinta chiunque abbia responsabilità decisionali.
obamacare.jpgQuello che è in crisi oggi non è altro che la capacità di analisi della realtà. Il contrapporre una visione analitica e razionale ai moti emotivi che agitano l’opinione pubblica, con la complicità di chi quei moti sa indirizzare per i propri fini, è la battaglia da vincere, se vogliamo salvare il sistema democratico. E’ la battaglia contro chi considera la parola intellettuale un insulto e l’intelletto un arnese superato da mettere in soffitta. E’ una battaglia per riportare l’intelletto, il pensiero, la competenza, ad essere valori fondamentali e non inutili orpelli. Non è una battaglia che si vince nelle piazze o nei plebisciti, è una battaglia che si vince nella nostra mente, e lo si fa anche continuando incessantemente a ragionare sulla realtà e non cedendo a chi ci propone letture superficiali.
Se la società occidentale è in crisi non è perché abbiamo perso tempo ad analizzare la realtà, semmai perché forse ne abbiamo speso troppo poco e purtroppo continuiamo a farlo.

13 Novembre 2016

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