La democrazia può commettere errori?

Sintetizzo con questo titolo le domande che sembrano aleggiare nel dibattito che si è sviluppato dopo la Brexit. Ammesso che davvero l’elettorato britannico abbia commesso un errore, come molti (me compreso) pensano, è proprio vero che questo deve portarci a fare delle considerazioni su quanto sia opportuno mettere il destino del proprio paese nelle mani di un referendum? E se la conclusione delle considerazioni fosse che non è opportuno, questo avrebbe qualcosa di contraddittorio rispetto al modello democratico in cui la stragrande maggioranza di noi (sempre me compreso) si riconosce? Come sempre, conviene ragionare non per luoghi comuni né per formule, ma riconoscendo quello che davvero è la democrazia.
democracy.jpgLa democrazia, in termini molto generali, è un modello organizzativo basato sulla risoluzione delle controversie, che in tutte le organizzazioni emergono, attraverso il valore della maggioranza e l’aggregazione della maggioranza attraverso il dibattito e il confronto. Questo vale non solo per uno Stato ma anche per organizzazioni molto più piccole e semplici quali una associazione di volontariato o un semplice gruppo di amici. Illustri studi di sociologia delle organizzazioni ci spiegano che l’organizzazione su base democratica ha come difetto la lentezza nel prendere le decisioni (ed è il motivo per cui in ambito militare, così come negli sport di squadra, l’organizzazione di tipo democratico non riscuote molto successo), ma ha come pregio la rapida circolazione delle idee che determina capacità innovativa. Essendo in grado di raccogliere il parere di tutti e non cristallizzandosi facilmente su una struttura precostituita, l’organizzazione democratica riesce a rinnovarsi più facilmente, sia in termini di persone, che di organizzazione, che di pensiero. Nella storia dell’umanità ci sono molti esempi di sistemi politici che si sono date organizzazioni di carattere democratico (non solo in Europa come invece molti credono), ma solo a partire dalla rivoluzione industriale il modello democratico è diventato progressivamente prevalente. Perché è successo? Le motivazioni sono molteplici. Molti di noi sono convinti ad esempio che la democrazia sia qualcosa di connaturato alla civiltà europea (da considerarsi ovviamente estesa all’America per evidenti ragioni storiche), magari all’influenza del messaggio cristiano che si focalizza sull’amore per il proprio prossimo che si declina, a sua volta, in una maggior predisposizione a vedere il proprio destino unito a quello degli altri. Nella realtà la storia recente dell’Asia e lo sviluppo della democrazia in realtà come quella dell’estremo oriente sembrerebbero dimostrare che la democrazia sembra andare molto d’accordo con lo sviluppo economico e industriale e dove c’è l’una c’è l’altra. La Cina rimane oggi la grande eccezione, anche se non è l’unico regime autoritario che ha avuto un grande sviluppo economico (pensiamo alla Germania nazista), ma certamente i casi contrari sono molti di più. In definitiva sembra proprio che la democrazia sia soprattutto il sistema politico che meglio si sposa con lo sviluppo economico e la conseguente crescita del livello di benessere materiale medio dei cittadini. Ovviamente in Occidente abbiamo rivestito il successo della democrazia di contenuti ideali, anche perché la nostra cultura cristiana ed il suo comunitarismo ne hanno fatto un modello portatore anche di un valore morale, ma se continua a prosperare è anche, e forse soprattutto, perché funziona.
trump-democracy.jpgMa come funziona più precisamente? Il fatto che oggi in quasi tutti i paesi del mondo si svolgano in effetti delle elezioni, ma non tutti i paesi del mondo si possano dire democratici (almeno secondo studi quali quelli del Democracy Index), ci suggerisce la possibilità che non basti che le decisioni discendano da un voto dei cittadini, per rendere un paese democratico. Questo perché la forza della democrazia è proprio il fatto di sfidare continuamente chi sta al comando, obbligandolo a dedicare i propri sforzi al bene comune e non al proprio tornaconto o al consolidamento del proprio potere, come invece avviene nelle dittature. Un paese nel quale ciò sia scoraggiato o impedito non può dirsi democratico, ma la mancanza di pressione sul potere può anche essere legata non ad una impossibilità materiale di attuarla ma ad un’assenza di informazioni sulla base del quale farlo. Di qui la necessità che alla libertà di espressione si accoppi una libertà di stampa che consenta alle persone di avere accesso all’informazione sulla realtà che le circonda: da questa poi discendono tutte le altre libertà e i diritti sanciti in varie sedi dalle democrazie moderne. In definitiva la forza della democrazia dipende proprio dalle libertà fondamentali, senza le quali la democrazia ed i suoi processi di controllo di chi ci governa non possono funzionare.
Adesso che abbiamo capito, forse, perché la democrazia ha tanto successo e perché abbiamo ragione di affezionarvici, giova ritornare alla domanda iniziale: “La democrazia può commettere errori?“, ovvero la maggioranza degli elettori può prendersi un abbaglio? Sappiamo che ognuno di noi, anche le persone più ragionevoli e informate, possono commettere errori e quindi non si vede come una maggioranza di persone possa non commetterne collettivamente. In particolare gli individui tendono a commettere più facilmente errori quando sono poco o male informati sulle possibile alternative tra cui scegliere e questo vale sicuramente per molti temi della politica, non solo per l’uscita dall’Unione Europea. Come sopra menzionato la libertà di informazione tutela la democrazia, perché permette alle persone di informarsi e sfidare quindi il potere costituito, ma se la maggioranza delle persone, pur nella piena libertà, non è informata sull’argomento, per propria pigrizia o perché trattasi di argomento che richiede competenze non a tutti accessibili, il risultato è lo stesso e non è un risultato “democratico”, nel senso che non mette in moto quei meccanismi virtuosi di cui una democrazia si giova. Se in molte democrazie, non solo in quella italiana, l’istituto del referendum è stato limitato e confinato a certi ambiti è proprio perché il rischio è di lasciare alla diretta decisione dell’elettorato temi tecnici che avrebbero richiesto una competenza molto approfondita per poter pronunciarvisi in modo opportuno e, come già detto, in assenza di una corretta informazione, la democrazia perde tutta la sua forza. Tutto questo per dire che non necessariamente la democrazia diretta è meglio o più “democratica” di quella indiretta e che lasciare decidere al “popolo”, come spesso si sente dire con espressione molto infelice in questi giorni, non è necessariamente “democratico”, perché una maggioranza non informata è molto più facilmente manipolabile di una minoranza informata. La democrazia diretta disinformata quindi non è affatto “democratica” ovvero non si giova dei vantaggi che la democrazia promette. Per questo anche in una società migliore e più informata di questa, ci saranno sempre degli ambiti di decisione di difficile accesso all’elettorato e sarà quindi comunque utile che corra un confine tra ciò che ha senso sia deciso sentendo direttamente il parere dei cittadini e ciò che invece è meglio decidano delle persone più competenti, pur comunque nominate dai cittadini stessi. E’ un po’ quello che sperimenta ognuno di noi quando, ammalatosi, decide se curarsi da solo, comprando qualche medicinale in farmacia, oppure se rivolgersi ad un dottore, pur ovviamente nella libertà di scelta tra diversi medici.
A questo punto la domanda potrebbe essere: “Sì, ma la scelta se stare nell’Unione Europea o no da che parte sta del sopracitato confine?“. Dipende naturalmente dai cittadini e da quanto si spinge la loro competenza. I britannici agli occhi di molti, anche ai miei, hanno dimostrato probabilmente che è un tema sul quale non c’è ancora una sufficiente maturità. Però dipende anche dall’obiettivo della domanda. Perché se la risposta che ci aspettiamo è una mera analisi di costi e benefici economici, è evidente che si tratta di un compito inaccessibile ai più. Se invece la risposta attiene al desiderio dei cittadini britannici di condividere il proprio destino con il resto d’Europa allora sì che è qualcosa su cui i cittadini possono pronunciarsi ma, di nuovo, quello che i sondaggi ci dicono è che chi ha votato per il Leave è in grande maggioranza costituito da persone anziane e meno istruite che, presumibilmente, sono anche quelle che hanno meno contatti con persone di altri paesi e quindi, di nuovo, meno informate su chi siano costoro ed è normale non essere disposti a condividere il proprio destino con degli sconosciuti. Non a caso molti osservatori hanno criticato la campagna del Remain per l’essersi concentrata più sui vantaggi economici che dall’adesione all’Unione Europea vengono al Regno Unito, che sulla vicinanza culturale e sociale del Regno Unito al resto d’Europa, che dia senso ad una vicinanza politica.
Questo è appunto il fulcro della questione da cui dipende la salute della democrazia nel mondo di oggi: la capacità di combattere la dicotomia di cui vive la politica contemporanea tra una parte di popolazione maggioritaria esclusa o coinvolta in modo solo superficiale dai processi culturali e informativi ed in balìa delle politica populista, che si limita a registrare gli umori del “popolo” per farne piattaforma politica, e l’altra parte, quella minoritaria, che segue invece i processi informativi e che, votata all’essere minoritaria e quindi sconfitta, si limita a manifestare disprezzo e sarcasmo per la maggioranza, chiudendosi in un’autoreferenzialità che le vale l’accusa di elitarismo. Il compito dei sostenitori del Remain sarebbe stato, così come quello in generale delle forze progressiste, di assolvere alla funzione di socializzazione della cultura politica a cui la politica tradizionale assolveva, socializzazione che non può passare attraverso l’enunciazione di formule astruse o di principi di alta economia, ma attraverso concetti accessibili senza i quali i cittadini diventano elettorato disinformato e questo sì che è profondamente anti-democratico. Il vero rischio della democrazia è quello appunto di consegnarsi ad un’accolita di venditori di fumo e, per evitare questo, è fondamentale che il resto della politica torni ad abbeverarsi soprattutto di grandi ideali e, solo in subordine, di analisi costi-benefici. Per questo temo che chi oggi pensa bene di spiegarci che non è il momento per parlare di grandi cambiamenti ma bisogna concentarsi sulle emergenze del momento dimostri di non avere capito nulla di quello che è successo e sta succedendo.

11 Luglio 2016

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