Quando i ministri sono come noi

Mi ha colpito molto sentire tempo fa una trasmissione di approfondimento sull’esito del negoziato del WTO sui dazi, sui quali non si è trovato com’è noto un accordo. Tra gli altri era presente il Ministro delle Politiche Agricole Zaia al quale il moderatore chiedeva, così come agli altri presenti, quali potessero essere le conseguenze di questo fallimento. Mentre gli altri invitati immaginavano scenari e implicazioni, il Ministro semplicemente rispondeva “Non lo so e non mi interessa. Quello che mi interessa è fare gli interessi degli agricoltori italiani”. Che è la risposta che avrebbe potuto dare uno qualunque degli agricoltori che voleva rappresentare.
Temo che proprio questo sia uno dei problemi che abbiamo oggi: la necessità dell’opinione pubblica di sentire una vicinanza con i nostri politici per potersene fidare, la percezione che le grandi strategie, una visione ampia delle cose, sia un modo troppo complicato e troppo poco comprensibile per potersi fidare di chi le propugna, ha portato ai vertici della classe politica persone che sono sì alla portata di tutti, ma sono anche caratterizzati da un’assoluta incompetenza di fondo che li rende del tutto inaseguati a rappresentare i reali interessi del paese; persone che si limitano a rincorrere gli umori ed i desideri immediati dell’opinione pubblica senza avere progetti o prospettive.
Quante volte abbiamo sentito la frase: “I politici devono saper parlare con il linguaggio della gente”. Il problema è che il linguaggio della gente è infarcito di superficialità e lo è sempre più anche quello della politica. Usare il linguaggio della gente funziona per ottenere voti, non per far crescere un paese.

27 Settembre 2008

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