Refendum Brexit ovvero la fine dell’ambiguità

cameron.jpgMancano pochi giorni alla fatidica data nella quale la Gran Bretagna sarà chiamata a decidere sulla sua adesione all’Unione Europea. E’ un referendum che sta avendo un eco mondiale perché, per la prima volta, l’Unione Europea, uno degli attori centrali dello scacchiere mondiale, potrebbe perdere un aderente anziché aumentarli e certamente non è un aderente di secondo piano ma una delle più solide economie al mondo. Questa sua posizione ha scatenato molte preoccupazioni proprio perché il Regno Unito deve alla propria tradizionale stabilità e affidabilità una parte importante della forza del suo sistema economico e, al di là del merito, l’uscita dall’Unione Europea è giudicata da molti un “colpo di testa” alieno alla tradizione britannica. In più la posizione fortemente europeista dell’indipendentismo scozzese rischia di creare, in caso di vittoria del fronte “Brexit”, una spaccatura per la quale gli indipendentisti hanno già annunciato che chiederanno un nuovo referendum secessionista che, a questo punto, rischia di avere un esito molto diverso dal precedente. Il dibattito politico in Regno Unito sul tema è comprensibilmente piuttosto acceso. Da un lato si ritrovano gli stessi luoghi comuni sull’Europa che riscuotono una certa popolarità anche da noi, dall’altro le analisi, anche delle fonti meno europeiste, dipingono per l’eventuale uscita scenari foschi che non mancano di turbare i sonni e innervosire chi è consapevole dei rischi che il paese corre. Come è possibile però che si sia arrivati a questo? Perché una delle più grandi economie del mondo sta per andare incontro a quello che molti considerano un atto di autolesionismo di massa senza precedenti nella storia della democrazia?
Cominciamo dal chiederci che cosa l’Unione Europea rappresenti davvero. E’ solo un accordo tra Stati o è qualcosa di più? Forse dopo la Seconda Guerra Mondiale poteva rappresentare un accordo di libero scambio tra Stati assecondato dalle ambizioni di alcuni sognatori. Oggi è qualcosa di diverso perché c’è una fetta rilevante della popolazione degli stati che ne fanno parte che si ritiene cittadino più dell’Europa che del proprio paese. Sono le persone che per motivi professionali, o magari anche personali, hanno contatti continui con gli altri paesi europei e considerano una seccatura, ben più di una specificità di cui andar fiero, l’idea che in Italia e in Francia o Germania ci siano regole diverse, prassi diverse, diverse prese di corrente o unità di misura. Sono la generazione che ha fatto l’Erasmus, che lavora o ha avuto esperienze di lavoro in altri paesi dell’Unione, che magari tuttora attraversa con assiduità quei confini che qualcuno vorrebbe trasformare in barriere. Non è un caso se tra i giovani i favorevoli alla Brexit sono una chiara minoranza. Per questa generazione la possibilità che l’Europa si unifichi sotto un unico governo, abbia una politica estera, fiscale e sociale comune, non solo non preoccupa, ma è semmai auspicabile.
brexit3.jpgSiccome questa generazione rappresenta una componente trainante dei rispettivi paesi non è strano che la politica abbia a lungo assecondato le esigenze di costoro anche a dispetto dei mugugni di chi trovava inaccettabile mescolarsi con popoli contro i quali si erano combattute nel passato guerre senza quartiere. Poi qualcosa ha cominciato ad andare storto in un meccanismo socio-economico che nel passato aveva garantito benessere e non è stato difficile per alcuni attribuirlo empiricamente alla novità della crescente presenza e influenza dell’Unione Europea. Magari la crisi ha in realtà altre cause ma per trarre questa conclusione bisogna avere gli strumenti culturali e analitici per farlo e non a caso nel Regno Unito le persone con più alta scolarizzazione sono contrarie alla Brexit. In tutta Europa però ci sono molte persone che, abbeveratisi per decenni alla fonte della retorica patriottico-nazionalista, hanno conservato sempre grossi dubbi di fondo sulla opportunità di delegare un qualunque potere a persone di diversa nazionalità e quando la crisi è esplosa l’hanno attribuita all’Europa con la stessa razionalità con la quale immancabilmente il tifoso di calcio attribuisce la sconfitta all’arbitro.
Bisogna capirsi sul concetto di nazionalismo perché siamo soliti associare l’idea di nazionalismo a quella estrema delle dittature nazifasciste o, per eredità, a movimenti di estrema destra, ma in realtà a ben guardare questa è solo la manifestazione estrema di quella più moderata espressione di forte appartenenza nazionale e di valorizzazione del proprio status di nazione che, per connotarlo in modo positivo, definiamo patriottismo (la differenza di connotazione è più che altro legata ai due periodi, il glorioso periodo risorgimentale e l’oscuro periodo della prima metà del ventesimo secolo). Ogni volta che ci sentiamo dire che l’Italia è bella, è un paese meraviglioso, che bisogna essere orgogliosi di essere italiani c’è qualcosa dentro di noi che rafforza l’idea che, come italiani, siamo migliori di chi non lo è. Perfino quando ci mettiamo davanti alla televisione a tifare per la Nazionale di calcio manifestiamo un nazionalismo, ludico certo, ma sempre nazionalismo è. C’è chi ha la capacità di gestire la dissonanza cognitiva che si crea laddove qualcuno ci dica che, nonostante tutto ciò, è meglio essere governati da Juncker piuttosto che da Renzi; c’è chi non ce l’ha.
In Regno Unito, più che altrove, questa ambiguità è stata conservata gelosamente dall’establishment. Un paese, sotto certi aspetti cosmopolita come pochi, ha trovato però la sua unità proprio in un esasperato nazionalismo, una contrapposizione tra noi (sull’isola) e gli altri (sul continente) senza la quale il Regno Unito sarebbe probabilmente andato in pezzi da molto tempo, viste le storiche differenze interne che lo caratterizzano. Ma il Regno Unito è anche un paese che ha fatto della sua specificità culturale, come economica e sociale, la sua ragione di successo o almeno molti ritengono sia così. Per questo, da quando è iniziato il processo di unificazione europea, il Regno Unito ha seguito tale processo in maniera passiva se non addirittura ostativa, in una pertinace volontà di autonomia sempre contrastata della consapevolezza dei rischi di un eccessivo isolamento. E così il Regno Unito ha tenacemente esercitato un ruolo da freno del processo di integrazione continuando a concepire l’Unione Europea come un luogo dove portare e difendere le proprie istanze nazionali ma a cui delegare meno poteri possibili. Per sostenere questa posizione che, nella sua evidente ambiguità, ha sempre fatto molto comodo, l’establishment britannico non ha mai mancato di trasmettere all’opinione pubblica un diffuso scetticismo sull’Unione Europea, le sue istituzioni, il successo e l’utilità del suo operato. Neanche un anno fa il Primo Ministro inglese Cameron, sostenuto da gran parte della stampa inglese, aveva condotto una insensata battaglia perché fosse disatteso il voto delle elezioni europee e il Trattato di Lisbona e fosse scelto un Presidente di Commissione diverso da quello indicato agli elettori. La gran parte della stampa inglese, Financial Times in testa, sostenne Cameron sospingendolo verso una sconfitta sua e del paese che finì per indebolirne la capacità contrattuale. Fu tutto allora un fiorire di accuse all’Unione Europea basate su luoghi comuni tipici anche dell’anti-europeismo di casa nostra. Prima di allora, nel 2013, in fase di campagna elettorale, Cameron si era impegnato ad organizzare, in caso di vittoria, il referendum Brexit, convinto forse che i no all’Unione Europea sarebbero stati una minoranza e il fatto di averlo verificato con un referendum avrebbe placato i sostenitori dell’uscita. Cameron è poi andato con il cappello in mano a Bruxelles a implorare qualche concessione in più in cambio del suo posizionamento anti-Brexit, ottenendo briciole che ha spacciato per una grande vittoria, in nome della quale si è improvvisamente dichiarato a favore del “Remain”. La stessa improvvisa conversione è stata compiuta all’unisono dalla stampa britannica. Il Financial Times di cui sopra, feroce antieuropeista da sempre, ha scoperto improvvisamente che forse è meglio rimanere, anzi sarebbe una sciagura andarsene. Il problema è che l’opinione pubblica britannica è come un bambino a cui per anni hanno detto che Babbo Natale esiste, hai voglia in poche settimane a spiegargli che non esiste e non è mai esistito. Il fronte degli euroscettici è diventato un fiume in piena e i goffi sforzi di chi ha creato la piena per ricondurla negli argini appare tardivo e forse inutile.
uk-in-eu.jpgDa un lato è difficile pensare ad un Unione Europea senza Regno Unito, per contro è difficile pensare che un Unione Europea con questo Regno Unito possa intraprendere un cammino necessario a farne un soggetto che abbia un ruolo politico e che possa riportare il cittadino europeo al centro delle sue decisioni. Non possiamo non dimenticarci che se il processo di democratizzazione dell’Europa ha fatto solo piccoli passetti avanti in questi decenni buona parte della colpa è attribuibile alla riluttanza del Regno Unito ad accettare qualunque decisione che desse potere e centralità politica al Parlamento e alle istituzioni europee. Da sempre sostengo esattamente il contrario di quanto sostenuto dalle élite britanniche, ovvero che l’Unione Europea ha senso in quanto prospettiva di unificazione politica e culturale del continente, altrimenti un sistema economico e finanziario comune senza un controllo politico e senza un’identità culturale comune, diventa solo una fonte di instabilità politica ed economica, un’istituzione fragile e quindi in grado di andare abbastanza facilmente fuori controllo in crisi come quella che l’ha investita in questi anni. Questo significa che se il rischio corso convincerà i britannici a superare la propria ostilità verso il resto del continente ed a cambiare rotta e approccio verso la prospettiva europea, allora c’è da augurarsi convintamente che vinca il “Remain” e che da domani finalmente il Regno Unito salga a bordo di un progetto di integrazione politica. Se invece una vittoria del Remain dovesse finire per perpetuare il piede in due staffe britannico, allora forse è meglio (per noi che rimaniamo, non certo per i britannici) che vincano i “Leave” e che l’Europa si alleggerisca del peso britannico in vista del suo lungo e arduo cammino.

19 Giugno 2016

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