L’eccezione e la regola

lineker-leicester-2.jpgSe tanti sono gli improvvisati tifosi del Leicester, nati sulla spinta della sorpresa per l’imprevedibile successo dei Foxes nella Premier League, il sottoscritto può far risalire le proprie simpatie calcistiche verso il Leicester a molto tempo prima. Più precisamente a quando, da ragazzino, seguendo sull’allora giovane Canale 5 le cronache sul calcio inglese commentate da Giuseppe Albertini, scoprii il talento di Gary Lineker, allora attaccante del Leicester, giocatore che si sarebbe laureato di lì a pochi anni capocannoniere del Mondiali 1986. Essendo il sottoscritto, come i lettori del blog avranno capito, simpatizzante in Italia per la Juventus, questa stagione calcistica è diventata per me trionfale, con un dubbio: “Meglio vincere cinque scudetti consecutivi con una squadra che ne aveva vinti già altri 29 (di cui 2 revocati, lo preciso per i maniaci dell’albo d’oro) o meglio vincere il primo?”.
leicester-champions.jpgIn un recente articolo l’Economist ha cercato di spegnere gli entusiasmi per la vittoria del Leicester ricordando che una delle grandi conquiste della nostra società moderna è la prevedibilità e il fatto che i risultati nella maggior parte dei casi riflettono gli sforzi materiali ed economici compiuti per ottenerli. Quando ciò non succeda, quando i risultati di una competizione risultano imprevedibili, si verifica una singolarità, un’eccezione ai meccanismi consolidati che, per questo, contraddice i nostri paradigmi e rischia di creare incertezza. Intendiamoci, il tutto può suonarci un po’ stonato, ma non è poi così falso. Il fatto che grossi club abbiano visto vanificare massicci investimenti non è una buona notizia per il calcio inglese in generale, il Manchester United e il Chelsea, due tra le squadre più ricche d’Europa, staranno fuori dalla Champions League. In una stretta analisi di costi e benefici lo scudetto del Leicester potrebbe sembrare quindi un evento deprecabile. C’è un però: cosa ne sarebbe del calcio (e non solo) se davvero il risultato di ogni competizione fosse prevedibile? Il fascino di questo sport non risiede proprio nel fatto che nessun risultato è scontato? La Grecia o la Danimarca possono vincere gli Europei, la sgangherata Italia di Lippi può vincere i mondiali del 2006, l’Atletico Madrid può arrivare due volte in finale di Champions League in tre anni, il Sassuolo può lasciare il Milan fuori dall’Europa. Forse solo l’assurda impresa del pattinatore australiano Steven Bradbury che vinse le Olimpiadi di Salt Lake City perché tutti gli altri contendenti caddero, può emulare certi risultati del calcio, quanto ad imprevedibilità ed apparente assurdità. Ma dirò di più, la mia convinzione è che se questa sua imprevedibilità rende così popolare il calcio, è perché il sogno dell’ascesa sociale è un altro fondamento della stessa società moderna di cui sopra e l’idea che una squadra di carneadi possa diventare campione d’Inghilterra è lì ad alimentare e concretizzare quel sogno. Se poi da questi eventi imprevedibili si possono anche trarre utili lezioni questo costituisce un altro elemento per il quale considerare la vittoria dell’outsider un evento desiderabile.
juve-5-scudetti.jpgDall’altra parte c’è la Juventus, che sembra essere l’esempio esattamente contrario, il modello di quello che invece è il paradigma dei risultati conformi agli sforzi. La storia degli ultimi 10 anni della Juventus sembra star lì a testimoniare proprio quello, ovvero come una superiore organizzazione non possa che produrre risultati migliori. Non solo quella macchina perfetta che è la Juventus ha assorbito in pochi anni lo shock della retrocessione a tavolino, ritornando al vertice, ma quando l’ha fatto, lo ha fatto come mai aveva fatto prima, vincendo in cinque anni, cinque volte il Campionato, due volte la Coppa Italia (più una finale persa) e tre volte la Supercoppa. Una visione di ampio spettro, un orientamento ai risultati, la prontezza nel reagire ai cambiamenti, il gestire la squadra non come un giocattolo per ricchi ma come un’impresa, sono elementi che continuano a fare la differenza e il teatrino delle polemiche arbitrali e altri alibi che le sue avversarie immancabilmente mettono in scena pare nient’altro che uno specchio di questa differenza. La retrocessione a tavolino del 2006 è stato un colpo duro ma paradossalmente non ha, nel tempo, che rafforzato la supremazia di una società che ha trovato nell’incubo della B un ulteriore incentivo a rinnovare e a modernizzare la propria organizzazione.
In definitiva il rischio che le cose non vadano come dovrebbero non solo rende più incerto e appassionante lo spettacolo sportivo e alimenta i sogni degli appassionati, ma spinge anche chi è in posizione di supremazia a non dormire sugli allori, a mettersi in gioco, a guardare avanti, a modernizzarsi. Il calcio e in generale la nostra vita pubblica è fatta di Juventus e di Leicester e, differentemente da quanto sembra suggerirci l’Economist, è bene ci siano l’una e l’altra.

29 Maggio 2016

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