Matrimonio, adozione e utero in affitto: perché tanti dubbi?

coppie_di_fatto.pngIl dibattito sulla Legge Cirinnà ha generato ondate di opinioni su tutti i temi che riguardano il nostro rapporto con la sessualità, la genitorialità e la famiglia. La cosa che trovo singolare di questo dibattito non è tanto la contrapposizione tra le opposte posizioni, nonostante la bizzarrìa che riscontro in alcune di esse, ma è soprattutto l’estrema cautela con la quale una parte consistente dell’opinione pubblica, anche quella che in teoria non ha motivi elettorali o ideologici per essere così cauta, avvicina questi temi. E’ su questo che si appunta la mia curiosità, più che sul merito dei temi in oggetto. Per questo provo, adesso che il batage mediatico si è placato, a farmi delle domande e a rispondere con tutta la calma e la razionalità necessaria.
Lo dico chiaramente: io credo molto nella famiglia, nel senso che sono convinto che ad una certo punto della propria vita costruire una famiglia sia un modo appagante di condurre la propria esistenza, ma credo alla famiglia come concetto generale, per il quale alcune persone (diciamo due, ma solo perché è già difficile andare d’accordo in due) decidono che potrebbe essere il caso di passare la vita insieme. Lascio al gusto personale scegliere sesso e altre caratteristiche della persona eletta e non mi viene in mente un motivo per approvare a priori una scelta e disapprovarne un’altra, figuriamoci per vietarla. Siccome la vita insieme ha anche dei risvolti sociali le istituzioni (sia civili che religiose) hanno pensato bene di regolamentare questa scelta e anche qui nulla in contrario, ma ovviamente non vedo un motivo per il quale le regole siano diverse a seconda delle caratteristiche delle persone coinvolte e dei loro gusti sessuali. L’uguaglianza dei diritti mi pare un principio fondante dello Stato moderno e se dovessi mai pensare di fare invece delle distinzioni, l’ultima che mi verrebbe in mente sarebbe proprio quella che riguarda i gusti sessuali.
C’è poi il tema delle adozioni, anche questo affrontato a mio avviso in modo singolare. Si è sviluppata ad esempio una discussione feroce sull’adozione del figliastro o del “configlio” (chiamata dai media stepchild adoption) come se fosse un cambiamento sconvolgente sulla famiglia tradizionale. Al contrario non cambia nulla dal punto di vista della struttura familiare, visto che già oggi nessuno vieta (e ci mancherebbe) ad un genitore di vivere con il proprio o i propri figli naturali ed un partner del suo stesso sesso. Il provvedimento andava semplicemente nella direzione di tutelare il minore che rimanesse orfano del suo genitore naturale. Alfano e i suoi, con la loro apparente crociata contro la “stepchild adoption”, hanno in realtà fatto solo e soltanto un dispetto ad un esercito di bambini, a dimostrazione di quanto la politica italiana riesca ad essere distante fino al paradosso dalla concretezza di quanto discute (sempre ovviamente perché gli elettori glielo consentono).
Altra cosa, completamente diversa, è l’adozione vera a propria, cioè il fatto che un bimbo, geneticamente estraneo alla coppia, ne diventi legalmente figlio. Il fatto che questa possibilità, oggi riservata a coppie eterosessuali (anche se non sposate), si estenda a coppie omosessuali è un argomento che non ha mai raggiunto l’agenda parlamentare ma che spesso è stato affrontato recentemente in pubblici dibattiti. Anche qui l’unico motivo che mi indurrebbe a discriminare una coppia rispetto ad un altra, circa la possibilità di adottare un figlio, sarebbe l’evidenza di studi pedagogici che dimostrino come un figlio adottato da una coppia con un determinato orientamento sessuale sia più a esposto a scompensi psicosociali. Tali studi però non esistono o sono comunque ampiamente minoritari rispetto a quelli di segno opposto. Ciò appurato, rimango anche qui dell’idea che limitare un diritto ad una coppia di individui sulla base delle loro preferenze sessuali risulta ai miei occhi grottesco quanto farlo sulla base della squadra di calcio o del programma televisivo preferito.
i-love-my-gay-dads-base-590x443.jpgE in ultimo giungo al cosiddetto “utero in affitto”, sul quale pende una richiesta, da parte di molte forze politiche, di una legge che lo vieti anche se compiuto all’estero, oltre al tentativo di condurre una sorta di guerra santa contro tale pratica che induca altri paesi, dove oggi è consentita, a vietarla. Sarò di nuovo ingenuo ma non capisco cosa ci sia di contrario all’etica corrente in questa pratica.
E’ una scorciatoia alla genitorialità? Beh, qui c’è un discorso da fare: io sono di sesso maschile ed anche se ho conosciuto la paternità non potrò mai sapere cosa sia la maternità e quanto costa da tanti punti di vista. Però ritengo che scegliere di avere un figlio, anche per una donna, non sia solo metterlo al mondo, è anche averne cura dal momento in cui nasce e fino al giorno in cui diventa indipendente psicologicamente ed economicamente, esattamente come già accade lecitamente per chi decide di adottarne uno, e, la mia impressione è che anche per le donne, almeno per quelle con cui mi ho avuto occasione di confrontarmi, questa seconda parte sia ben più pesante dell’altra. Non lo definirei quindi un capriccio o una scorciatoia, almeno non più di quanto non lo possa essere appunto diventare genitori adottando un figlio.
Si tratta di mercificazione della genitorialità? Prima di tutto sarei curioso di sapere se quelli che definiscono questa pratica una “mercificazione della genitorialità” si sono mai informati di quanto costa un’adozione internazionale. E poi cosa differenzia il pagare una persona per ospitare un ovulo fecondato dal pagare altro tipo di prestazione che supporti la maternità? Il ginecologo, l’ostetrica, le aziende che producono farmaci e altri prodotti per facilitare la gravidanza lavorano forse per la gloria?
Forse il problema è che si tratta di una “prestazione” che consiste nel mettere il proprio corpo al servizio di qualcun altro? Non è quello che facciamo quasi ogni volta che svolgiamo un lavoro manuale? Ci sono parti del corpo il cui affitto è tollerabile e altre no? O forse è perché in questo caso ci sono rischi per la salute? Un operaio che lavori su un impalcatura non ne ha? I rischi semmai possono essere un buon motivo per regolamentare questa attività in tutti i modi possibili, non per vietarla, altrimenti dovremmo vietare tutte le attività remunerate che comportino rischi superiori alla media, e l’elenco sarebbe davvero lungo.
Sarò miope, ma non riesco a trovare un lato dal quale guardare la questione che non mi riporti alla constatazione che non c’è nulla nella costellazione di valori in cui mi riconosco, e si riconoscono la maggior parte delle persone che conosco, che possa andare contro all’aiutare un’altra persona a coronare il sogno di avere un figlio; trovo semmai curioso che chi altrove sembra avere tanto a cuore la vita umana qui si dimostri così irritato dal fatto che un bambino sia venuto al mondo.
love-makes-a-family.jpgInsomma il quadro non mi pare così oscuro e nebuloso come la cautela di molti suggerirebbe. E allora cosa induce molti, disinvolti quando si tratta di temi molto più spinosi e inestricabili, ad essere così cauti, a girarci attorno, a mettere mille se e ma sui temi sopracitati? Niente paura, questa volta non mi abbandono a analisi psicosociologiche spicce. Lascio i lettori del blog solo con questo dubbio. Un dubbio che però tenderei a ricondurre ad un rapporto incerto ed ambiguo con un nostro passato culturale e morale che facciamo fatica a superare, di fronte ad un’epoca che sembra divertirsi a sottolinearne tutte le contraddizioni.

27 Aprile 2016

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