Tempi mediatici

matteorenziocchiolino.jpgPoche settimane orsono è entrato in vigore un decreto del governo Renzi che permette di sospendere entro 48 ore il dipendente pubblico presunto assenteista. Perché proprio 48 ore? C’è forse tanta urgenza di licenziare un dipendente fannullone? Non lo si può semmai sospendere in attesa di accertare le circostanze verificatisi? Come ricordato da Alessandro Gilioli i dipendenti pubblici sanremesi sono stati licenziati a tre mesi dal momento in cui si erano scoperte le loro malefatte. Non è un tempo sufficiente? Perché di meno e perché proprio due giorni?
Proviamo a pensare al ciclo di vita di una notizia e in particolare a quelle notizie che sembrano progettate appositamente per suscitare l’indignazione dell’esercito piccolo borghese che affolla i divani di fronte ai telegiornali, lo stalker che, dopo ripetute denunce inascoltate, uccide la sua vittima, il vigile a cui avevano tolto la patente che, ubriaco, investe in auto una famiglia, l’insegnante di asilo che picchia un bambino. L’agenzia rimbalza la notizia nel suo stringato formato, eccola comparire poi sui siti web, sulle prime pagine dei telegiornali, e poi, il mattino dopo, sui giornali cartacei. L’esordio è un po’ in sordina se l’evento non è di quelli straordinari, ma se la storia piace risale tra le notizie fino a diventare, in poche ore, il piatto forte dei notiziari. Il giorno dopo, se la notizia non ha un seguito e gli eventi sono quelli già descritti, il clamore comincia a spegnersi, ma inizia una fase di ruminazione della notizia che diventa oggetto degli immancabili sondaggi, magari di qualche trasmissione di approfondimento, di chiacchiere da bar, vignette satiriche circoleranno sui social network. Ancora una giorno e la notizia sparisce. Certo, ci sarà quello che ai suoi colleghi di ufficio dirà: “Ehi, ma avete sentito quella dello vigile ubriaco?”. Raccoglierà degli sguardi perplessi finché il più condiscendente dei suoi colleghi gli risponderà: “Certo, è una notizia della settimana scorsa”, con lo stesso tono con cui una donna dell’alta società potrebbe dire, con disprezzo, di un cappello: “Beh, sì. Andava molto di moda tre anni fa…”.
E allora la domanda iniziale trova una fin troppo facile risposta. Lo scelta dei due giorni è mediatica: ovvero servono a far sì che la risposta raccolga ancora l’onda del clamore mediatico, che l’indignazione trovi una risposta prima che non sia più indignazione e che generi frustrazione in chi si abbevera alla fontana mediatica. Non è un deterrente, non è una riduzione del danno, si rischia solo di sospendere una persona senza accertare prima le circostanze della sua presunta assenza, serve solo ad accarezzare la pancia dell’elettorato, nulla di più.
indignazione.gifE’ chiaro che nella politica moderna la ricerca del consenso si è fatta sempre più ossessiva e quotidiana e che da tempo questa ricerca del consenso non si applica solo più solo alle aree tematiche verso le quali l’opinione pubblica è più sensibile (tasse, pensioni, lavoro) ma anche a quelle che, magari meno direttamente, generano comunque moti emotivi nell’opinione pubblica. E’ chiaro che questa deriva, se non contenuta, rischia di trasformare un impianto sociale come quello delle democrazie moderne, concepito alla luce di un’idea di società e di un conseguente progetto di razionale sviluppo della società in nome di tale idea, in una società costruita in modo caotico e irrazionale sulla scorta dell’emotività degli individui. Che il ritorno dell’irrazionalità fosse un carattere distintivo della società postmoderna lo si sapeva, ma che le conseguenze sul nostro assetto sociale fossero la limitazione dei diritti fondamentali forse non ce lo aspettavamo. E forse il riaccendersi in Europa di tensioni e di conflitti sociali, del nazionalismo, di visioni settarie e ghettizzanti è lo specchio di questa involuzione.

11 Febbraio 2016

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