Quel che ho capito della guerra in Siria

E’ da un po’ di tempo che sulla Guerra Civile in Siria mi capita di leggere tutto e il contrario di tutto. Ho provato quindi a risolvere il disorientamento mio e, credo, non solo mio, cercando di capirci qualcosa in più. Provo a raccontarvi qui quello che ho tratto dalle mie letture. Non aspettatevi nulla di inedito e di rivoluzionario, solo un riassunto al netto (sperabilmente) di tutte le varie deviazioni propagandistiche o delle semplificazioni giornalistiche che affliggono molte delle ricostruzioni che si leggono in giro.
Cominciamo col dire che le radici della guerra civile in Siria nascono molto prima dello scoppio del conflitto. Nel 2000 il paese visse quella che viene ricordata come la “Primavera di Damasco“. Vi fu un intenso movimento riformista, nel quale si segnalavano anche componenti marxiste, che ebbe il suo massimo fulgore tra il Giugno del 2000 all’indomani della morte del Presidente Hafiz al-Assad a cui succedette il figlio Bashar, tuttora in carica, e il Novembre dello stesso anno quando il nuovo presidente dette il via alla repressione con i primi arresti, arresti che diventarono indiscriminati  nell’anno successivo ponendo fine all’esperienza. qamishli-protest-2004.jpgPassarono però pochi anni e già nel 2005, l’opposizione rialzò la testa. Da una parte iniziarono manifestazioni di protesta da parte delle minoranza curda, dall’altro l’opposizione democratica pubblicò la cosiddetta “Dichiarazione di Damasco” nella quale si chiedevano al governo riforme in senso democratico. La risposta di Assad fu la stessa, la maggior parte dei firmatari furono arrestati e condannati a pene detentive. La Dichiarazione di Damasco includeva un arcobaleno di orientamenti politici, dai socialisti ai nazionalisti, dai Fratelli Musulmani ai Curdi. Quando poi nel Gennaio del 2011 nel paese iniziarono manifestazioni di piazza contro il governo, questa volta Assad non si limitò a reagire con gli arresti, ma iniziò una campagna di repressione violenta del dissenso, spari sulla folla, arresti, torture, pesanti condanne. Il risultato fu esasperare ulteriormente la situazione che sfociò nelle prime reazioni violente nel Giugno di quello stesso anno. Poche settimane dopo alcuni ufficiali dell’esercito siriano che avevano disertato dissociandosi dalle atrocità del regime fondarono il Free Syrian Army che da quel momento diventerà un riferimento per la ribellione, tuttora presente sulla scena, sebbene sia andata incontro a numerose trasformazioni. Quello che già si è capito fino ad ora è che l’opposizione ad Assad non è nata con la guerra, non è fittizia e non è costituita solo da terroristi fondamentalisti né solo da agenti della CIA, anche se ci sono sicuramente i primi e magari anche qualcuno dei secondi, ma da un arcobaleno di forze più o meno democratiche, nelle quali la componente progressista è certamente presente e non certo in secondo piano. La guerrà iniziò così con alterne vicende, e le formazioni fondamentaliste facenti capo ad Al-Qaeda non si lasciarono sfuggire l’occasione e cominciarono a cercare il loro spazio nel conflitto. Nel frattempo ancora alla fine del 2011 una formazione che si chiamava Stato Islamico dell’Iraq che si era distinta fino ad allora nella guerriglia contro il governo iracheno, iniziò contatti con le formazioni Al Qaeda siriane, che andavano sotto il nome di Al-Nusra, stringendo un’alleanza che garantì alle due formazioni consistenti successi militari. Nella primavera del 2013 cominciarono ad emergere i dissidi tra ISI (ribattezzata ISIS dopo il suo allargamento in Siria) e le formazioni alqaediste, dissidi che giunsero fino alla rottura che però non impedì all’ISIS ulteriori conquiste territoriali. Si arriva infine al Settembre 2014 e all’inizio dei bombardamenti americani che lentamente erosero la potenza dell’ISIS che da allora iniziò lentamente a perdere la maggior parte dei territori conquistati, sia a beneficio delle forze governative che di altre forze politico-militari. Vediamo un po’ chi sono queste altre forze. 288px-free_syrian_army_coat_of_armssvg.pngCome dicevo un riferimento per i ribelli anti-Assad è l’FSA, formazione che secondo gli osservatori controlla un parte cospicua del territorio siriano. Non fatevi ingannare da chi dice che l’FSA non esiste, in realtà nessuno (o quasi) mette in dubbio l’esistenza del marchio e del coordinamento dell’esercito. Il punto è che, come spesso accade nei contesti di guerra civile, l’FSA si è formata attraverso la cooptazione di brigate di guerriglieri in giro per il paese. Se le fonti interne sostengono la presenza di una gerarchia o almeno di un forte coordinamento all’interno dell’esercito, i critici sostengono che in realtà si tratta di una sorta di alleanza di un arcipelago di brigate, che hanno in comune un vessillo, l’ostilità ad Assad e, forse, il non essere fondamentisti islamici. Sia come sia, il fatto che controlli una fetta consistente della Siria ne fa un attore decisamente rilevante. Sempre nel 2011, quindi nella fase iniziale del conflitto, nasce il Syrian National Council. Un organismo politico di cui entrano a far parte rappresentanti della Dichiarazione di Damasco, della minoranza curda, dei Fratelli Musulmani e di un altro po’ di raggruppamenti che si riconosco in obiettivi di liberalizzazione, democratizzazione e modernizzazione del paese. Il Syrian National Council, a partire dall’inizio del 2012, si è legato al Free Syrian Army divenendone il riferimento politico e anche finanziatore. In un tentativo successivo di creare una vera rappresentanza politica dell’opposizione viene poi fondata nel Novembre del 2012 la National Coalition for Syrian Revolutionary and Opposition Forces o Syrian National Coalition che nel tempo viene riconosciuta come interlocutore politico, venendo riconosciuta da 90 paesi e dall’Unione Europea come rappresentante dell’opposizione. Le viene anche riconosciuto nel 2013 un seggio presso la Lega Araba. La coalizione ingloba il Syrian National Council (a cui viene garantita una rappresentanza nel consiglio della National Coalition) ma anche una serie di altri gruppi di varia tendenza. Si ripropone anche in questa sede il connubio con i Fratelli Musulmani, la cui patente di democraticità lascia sempre qualche dubbio, qui come nel National Council rappresentano comunque una minoranza. I rapporti con il Syrian National Council vengono poi messi in crisi nel Gennaio 2014 allorquando i rappresentanti della coalizione accettano di partecipare ai colloqui di pace di Ginevra rinnegando il proposito di non accettare negoziati prima che Assad dia le dimissioni. Recentemente i rapporti sono stati ristabiliti ma la coalizione rimane divisa tra chi cerca aiuto nelle potenze del Golfo, chi è vicino alla Fratellanza Musulmana e chi ha legami con l’Occidente. Il presidente in carica, Khaled Khoja, sembra essere stato scelto proprio in quanto equidistante tra queste diverse posizioni, anche se la sua etnia turcomanna lo fa apparire come un uomo vicino alla potenza turca. Vi sono poi i curdi. Come menzionato sopra la maggior parte dei raggruppamenti politici curdi, quelli che stanno sotto il cappello della Kurdish National Council sono parte della National Coalition, non così però il Democratic Union Party (PYD nell’acronimo curdo Partiya Yekîtiya Demokrat) che osteggia la propensione negoziale della coalizione ed in particolare i rapporti che intrattiene con la Turchia. l’YPG, il gruppo militare protagonista della vittoria a Kobane, nasce come una sorta di braccio militare del PYD e sostiene ora il cosiddetto Kurdish National Committee, un’alleanza tra i due raggruppamenti curdi PYD e KNC tendente a fare dei territori controllati dai curdi un’area omogenea dal punto di vista politico e sociale, al di là delle diverse visioni. Rimane per i curdi la questione dell’autonomia. Per molti curdi il futuro non è una Siria unita ma è uno stato curdo quanto più possibile autonomo dalla Siria. Un altro attore importante del conflitto è il Fronte Islamico. Si tratta di una coalizione, nata nel Novembre 2013, di gruppi militari che hanno in comune l’islamismo salafita che li induce a rifiutare ogni forma di democrazia rappresentativa e laicismo e che anzi chiedono l’introduzione della sharia. A partire dall’Ottobre 2014 il Fronte coordina la sua azione militare con quella dell’FSA e altre formazioni minori sotto il governo del Syrian Revolutionary Command Council, accordo dal quale, oltre all’ISIS, sono state esclusi anche i gruppi riconducibili ad Al-Nusra. Un ultimo attore da considerare è Hezbollah, il partito sciita libanese le cui guarnigioni armate a partire dal 2012 sono presenti nel Sud della Siria in alleanza con le truppe di Assad in quello che molti hanno visto come un tentativo di creare una zona cuscinetto, per evitare che la guerra si estenda oltre confine. La domanda che qualcuno si farà è quanto, ognuna di queste forze, è rappresentativa all’interno della coalizione. Una valutazione, vecchia di un paio d’anni, è che all’interno dell’opposizione i guerriglieri dell’FSA ammontano a circa il 30% del totale, il resto è ISIS (12%) e vari gruppi sunniti salafiti (50%) dispersi tra una quantità di diverse sigle. Interessante anche capire come siano distribuiti sul campo i vari gruppi. mappa-2000px-syria0915.pngLa mappa qui a fianco è la più recente che ho trovato in merito. Non è delle più chiare ma dà un’idea del fatto che il territorio controllato dall’ISIS, ampio dal punto di vista geografico, è in realtà territorio rurale e quindi poco strategico. La parte più rilevante del paese dal punto di vista economico è quella occidentale, controllata approssimativamente per due terzi dal regime e suoi alleati e per un terzo da quella che è definita la coalizione dei ribelli. Essendo tale coalizione caratterizzata dall’alleanza militare tra FSA e Fronte Islamico non è dato sapere con certezza quale possa essere il livello di controllo dell’una e dell’altra parte anche se l’FSA ha certamente un sostegno internazionale ben superiore a quello del Fronte Islamico. Visto che i due schieramenti hanno una piattaforma politica molto diversa è difficile che pensare che in un post-Assad i loro obiettivi possano continuare a collimare e questo ha certamente il suo peso anche sulla solidità dell’alleanza militare. C’è poi il Nord, prevalentemente controllato dalle milizie curde, con i legami politici che abbiamo visto sopra con l’FSA. Un punto che va sottolineato è che i gruppi sopra menzionati hanno delle caratteristiche etnico-religiose ben precise che è parte della posta in gioco del conflitto. Se il cosiddetto Fronte Islamico, così come l’ISIS, sono di religione sunnita, mentre i seguaci di Assad sono in gran parte alawiti, una costola estremista della Shi‛a, o decisamente sciiti come Hezbollah. Se l’FSA, richiamandosi a ideali di pluralismo, non ha caratterizzazioni religiose che non siano quella della sua componente costituita dai Fratelli Musulmani (sunniti), allo stesso modo poco caratterizzati religiosamente sono i curdi nei quali prevale l’identità etnica. Riassumendo quello che ho scritto fin qui, c’è subito di che sfatare una serie di falsi miti. Il primo è che la rivolta anti-Assad sia una rivolta islamica: la rivolta nasce come rivolta democratica e se, come sempre accade, la guerra civile ha fatto emergere attori di tipo diverso, la componente progressista è ancora assolutamente rilevante e può essere un attore protagonista nel dopo-Assad, se l’occidente non la schiaccerà nelle sue perverse logiche diplomatiche. Il secondo è che nella rivolta anti-Assad l’ISIS sia l’unico attore o il principale. E’ vero che la sua strategia mediatica ne ha fatto un attore internazionalmente noto, ed è vero che controlla una parte geograficamente rilevante nel paese ma nel conflitto siriano ci sono attori, tra le forze anti-Assad, certamente più rilevanti dell’ISIS.
Vediamo ora quali sono gli attori esterni, cioè le potenze coinvolte. Gli Stati Uniti, in omaggio alla dottrina di soft power di Obama, hanno cercato di sostenere, sia politicamente che con la fornitura di armi, l’FSA, con notevoli equilibrismi per evitare che a fruire del sostegno fossero invece i suoi oppositori. In seguito agli attentati terroristici targati ISIS, Obama ha deciso di avviare una campagna di bombardamenti selettivi, bombardamenti che hanno raggiunto certamente l’obiettivo di ridimensionare militarmente l’ISIS, ma non certo di fare cessare gli attentati, anzi è ipotizzabile che proprio le batoste militari abbiano indotto lo Stato Islamico a spendere tutte le sue risorse in azioni terroristiche. Questo non sembra al momento indurre Obama a riconsiderare la sua contrarietà a mettere un solo stivale americano sul suolo siriano. Gli Stati Uniti sono certamente anche messi in difficoltà dalle politiche di Turchia e Israele, suoi alleati che vedono con preoccupazione il dopo-Assad, gli uni perché la possibile nascita di un’entità territoriale curda rischia di avere pesanti ripercussioni sulla situazione interna, considerando che in Turchia ci sono quasi 20 milioni di curdi, gli altri perché sia la prospettiva di una democrazia siriana che uno stato islamico sunnita non solletica particolarmente il superconservatore Netanyahu. La Russia è in una posizione diversa: il tracollo dell’economia ha portato Putin a puntare tutto il suo apparato propagandistico sulla leva nazionalista, per difendere il proprio consenso interno, e l’intervento in Siria non rappresenta solo il tentativo di salvare un alleato ma anche di trovare nuove modalità per distrarre l’opinione pubblica dai temi interni. E’ bene quindi per Putin che la guerra continui ancora per un po’, e l’ondata di indignazione che ha seguito l’abbattimento dell’aereo di linea russo ad opera (apparentemente) dell’ISIS, così come quello dell’aereo militare ad opera dei turchi, sono il genere di episodi funzionali ad una linea politica nazionalistica. Tuttavia se dalla guerra uscissero alla fine vincitori i progressisti questo inevitabilmente acuirebbe l’isolamento di Putin, che di progressista ha ben poco e che perderebbe uno dei suoi pochi alleati rimasti, ed è quindi fondamentale riuscire a fornire una stampella ad Assad che pare disponibile a ricambiarlo generosamente. L’equilibrismo è quindi quello di mascherare un intervento pro-Assad da intervento anti-ISIS. Il moltiplicarsi di forze occidentali che si infilano nella partita sembra complicare ancor più i piani del leader russo. L’Europa ovviamente non ha una linea precisa ma sicuramente l’adesione alla missione di altre potenze europee, sulla spinta emotiva degli attentati di Parigi, può costituire un ulteriore elemento di difficoltà nella missione russa pro-Assad. Sull’esitazione della Turchia ho già scritto, ma a complicare la situazione c’è il fatto che tra i ribelli anti-Assad ci sono molti che vedono nella Turchia un interlocutore privilegiato e in particolare la componente turcomanna che, come già scritto, detiene attualmente la presidenza della coalizione. Tutto ciò, da una parte mette in difficoltà la Turchia, dall’altra frammenta il fronte anti-Assad tra curdi e filoturchi. esposizione-onu-torture-siria.jpgDopo aver dipinto il quadro della situazione vale forse la pena di aggiungere qualche ipotesi. Escludendo che l’ISIS possa tornare ad essere uno spauracchio non c’è dubbio che l’unica via d’uscita dal conflitto è una pacificazione nazionale che però non può che passare da una liquidazione di Assad e da un cambio al vertice nella gerarchia alawita. Non dimentichiamo che la guerra civile è nata come rivolta anti-Assad e che in questi anni troppe atrocità hanno caratterizzato il regime siriano perché ci si possa riunire serenamente attorno ad un tavolo. Tuttavia una pacificazione nazionale deve vedere tutti gli attori etnici seduti al tavolo. D’altronde anche tra gli oppositori di Assad non c’è certo un’unità di intenti. E’ impensabile che la componente salafita della coalizione anti-Assad diventi un vettore di pacificazione del paese, anzi è probabile che sia il principale problema nel cammino della Siria verso la democrazia. E’ quindi fondamentale che il processo di pacificazione venga accompagnato da chi davvero veda la pacificazione e la modernizzazione del paese come un obiettivo, altrimenti la caduta di Assad rischierebbe davvero di determinare solo un’altra guerra civile. Delle mille polemiche che infiammano l’opinione pubblica occidentali pare che il grande assente sia proprio questa semplice domanda, ovvero come fare? Come fare a far cessare il conflitto e mettere nelle condizioni i siriani di credere di nuovo in un paese pacificato? Non ho ovviamente la risposta, anche se alcuni casi di successo di pacificazione dopo una lunga guerra civile, come quello della Jugoslavia, qualche idea potrebbe suggerircela. Certi la risposta non è quella dei “Non esportiamo più le armi verso certi paesi”, “Intraprendiamo iniziative diplomatiche contro il sostegno al terrorismo” e cito quelle più ragionevoli, non certo perché non siano iniziative raccomandabili, ma perché potrebbero avere qualche minimo effetto tra qualche anno e chi muore sotto le bombe (sia quelle dell’ISIS che quelle di Assad) non può aspettare così a lungo.
Quando finalmente i cannoni cesseranno di tuonare e i rappresentanti delle anime etniche, religiose e politiche del paese si riuniranno attorno ad un tavolo forse potremo avere qualche risposta. Certamente l’Europa deve avere un ruolo nel mettere le premesse perché ciò accada ma questo è possibile solo se si abbandona la modalità attuale “Facciamogliela vedere a quelli dell’ISIS” e si passa alla modalità “Piano per la pacificazione della Siria”.

1 Dicembre 2015

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