Può una foto cambiare la storia?

aylan-e-il-suo-fratellino.jpgCome molti anch’io mi sono commosso di fronte alla fotografia del corpo del bimbo Aylan steso sulla spiaggia, anche a me è venuto un groppo in gola sentendo la disperazione del suo Papà che non è riuscito a sottrarlo a questo atroce destino. Tutti noi abbiamo una sfera emotiva, abbiamo una sensibilità che ci rende impossibile vedere queste scene senza dire a noi stessi: “Facciamo qualcosa”. Se i giornali italiani di estrema destra sono usciti, la mattina dopo che la foto era stata diffusa, con prime pagine deliranti (o meglio, ancora più deliranti del solito) è perché anche nella sensibilità di molti dei loro lettori quelle immagini hanno lasciato un segno, un segno che ovviamente nella visione dei direttori di quei giornali va subito estirpato. Certo, il mio emisfero sinistro lavora e mi ricorda che di bambini in quei barconi ce ne sono tanti e tantissimi non arrivano dall’altra parte del mare, che è solo un caso che il corpo di quel bambino sia arrivato a riva (quello del suo fratellino invece è rimasto in mare) e sia stato fotografato, altrimenti sarebbe andato solo ad aggiornare le statistiche tragiche che leggiamo ogni giorno nel triste bilancio delle vittime dell’emigrazione. Ma allora perché tanti in questi giorni suggeriscono che quella foto potrebbe cambiare, o ha già cambiato, la visione che le opinioni pubbliche europee hanno dell’immigrazione? Ha forse cambiato qualcosa in quello che sappiamo sull’immigrazione? Assolutamente no. Anche le fonti di informazione più xenofobe non possono nascondere che ogni giorno ai confini d’Europa le persone che perdono la vita per fuggire dalla guerra sono tantissime e molti di loro sono bambini.
E allora perché quella foto dovrebbe cambiare alcunché nella nostra opinione sul tema? Credo che per rispondere dobbiamo partire da una considerazione su come si affronta oggi di immigrazione, ovvero che nella stragrande maggior parte dei casi la visione che le persone hanno dell’immigrazione ha a che fare solo ed esclusivamente con l’emotività.
Di immigrazione si parla ovunque, ci sono forze politiche che la avversano, che ne parlano in modo quasi compulsivo. Recentemente anche nel Movimento Cinque Stelle si è sviluppato un ampio dibattito, si sono formulate delle proposte, identificate dagli autori come rivoluzionarie, anche se appaiono in realtà tutt’altro che originali. Tuttavia nello sterminato calderone delle argomentazioni in merito, non c’è nessuna vera convincente proposta che possa avere come effetto una consistente limitazione del flusso dei migranti. Sì, certo, c’è il vecchio slogan “non lasciamoli sbarcare”, un’azione che riempirebbe le nostre spiagge di cadaveri, le cui foto riempirebbero le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e chi ne è responsabile si ritroverebbe con una bella denuncia al Tribunale Internazionale per i Diritti dell’Uomo.
kobane.jpgIn definitiva, se guardiamo l’immigrazione con la mente sgombra da elementi emotivi ed etici, come fenomeno storico nel suo complesso, non possiamo non concludere che, volenti o nolenti, c’è e dobbiamo solo pensare a come gestirla senza troppi disagi per gli uni e per gli altri. Certo, molte cose si possono fare o non fare per gestirla, ma si tratta di questioni tecniche che nulla hanno a che fare con i temi ideologici che tanto dividono gli uni e gli altri dai bar ai social network. E siamo poi sicuri che l’immigrazione sia un problema sociale così devastante? Siamo proprio sicuri che ad esempio la nostra sicurezza sia peggiorata negli ultimi vent’anni? Tutti i dati che circolano in merito smentiscono questa idea e d’altronde questa asserzione è suffragata dalla mia personale esperienza personale. Quasi tutti i casi di microcriminalità di cui siano state vittime miei familiari (incrociando le dita) risalgono ad epoca precedente al 1990. Ma allora perché questo tema è diventato oggetto di discussione in ogni luogo pubblico e privato? Perché c’è un problema di fondo che tutte queste discussioni nascondono, ed è quello che ruota intorno quel complesso concetto che si chiama identità.
Ricordo che anni fa un mio caro amico italo-tunisino, di ritorno da un viaggio a Parigi, mi disse: “Io capisco che i francesi ce l’abbiano con noi. Gli abbiamo rubato la loro città”. In questa frase c’è il senso di un disagio che ogni pensionata che al mattino va a fare la spesa a Porta Palazzo prova vedendo attorno a sé africani, sudamericani o asiatici. E’ sì una forma di disagio verso il diverso, ma è una fobia con caratteristiche particolari perché declinata sull’ambiente in cui viviamo. Non vi sfuggirà che molti di coloro che non sopportano di vedere persone di colore sotto casa vanno felici in vacanza a Cuba o alle Mauritius. Questo accade perché più che una fobia, ciò che è in gioco è la paura della perdita della propria identità: un’identità che ognuno di noi costruisce anche a partire da un ambiente che sente suo, in quanto abitato da persone con cui sente di condividere a sua volta un’identità comune, un ambiente che oggi molti in molti non sentono più loro perché la presenza di persone “diverse” glielo rende irriconoscibile. Questo è il problema e non c’entra con l’immigrato regolare o irregolare, con quanto spendiamo per i profughi, con la criminalità o altro fenomeno sociale: c’entra con come viviamo l’immigrazione come fenomeno storico a livello puramente emotivo. C’è chi la vive con serenità e chi la vive con disagio, c’è chi non sopporta il lavavetri, il venditore di rose, l’ambulante sulla spiaggia e chi li vede come parte di un mondo nuovo pieno magari di insidie ma anche di opportunità. Chi ha ragione e chi ha torto? Chiederselo sarebbe come chiedersi se ha ragione chi soffre di vertigini o chi ne è immune. Tutte le fobie hanno caratteristiche patologiche è la xenofobie non fa eccezione e il caso dell’esponente del partito ungherese Jobbik che prendeva a calci i bambini mi pare significativo. La cosa però, bel lungi dall’avere ripercussioni sul sistema sanitario, ne ha molte invece sulla politica. Chi è messo a disagio dall’immigrazione sente il bisogno infatti di sentirsi dire che non è definitiva, che il suo mondo tornerà quello di prima, in cui a Porta Palazzo si sentiva parlare solo in italiano o magari a quello ancora prima in cui si sentiva solo il piemontese. E allora è pronto a dare la propria simpatia e il proprio voto a chiunque prospetti scenari diversi, purché una parola di speranza venga a confortarlo. Non importa che quella speranza sia basata su scenari illusori, supportata da luoghi comuni e mistificazioni.
marco-di-lorenzo.jpgCosì la foto di Aylan non è solo la solita foto-verità che fa breccia nelle coscienze addormentate, ma ha scoperto anche e soprattutto tante di quelle mistificazioni, come quella del “non lasciamoli sbarcare” o quella del “sono tutti delinquenti e tagliagole”. Quale essere umano può sentirsi ancora dire “Prima gli italiani” quando questo vuol dire mettere gli assassini di Anatolij Korol prima di Aylan? La foto ha messo a nudo tutte le bugie che certe forze politiche raccontano, ma soprattutto le bugie che le persone raccontano a sé stesse per sostenere in sé la speranza del ritorno al mondo di quarant’anni fa, un ritorno illusorio quanto l’eterna giovinezza.
Cambieranno davvero le cose? Forse, ma attenzione perché l’emotività è spesso un’onda a cui segue sempre la risacca. Cambieranno certamente le cose quando le persone guariranno dalle loro fobie, supereranno i propri tabù e si abitueranno all’idea che il mondo è cambiato, che le nostre città non sono più quelle di un tempo e che la nostra società non è più quella di un tempo ma le une e l’altra sono quelle di oggi, solo quelle di oggi. E quello di oggi è un momento della storia dell’umanità in cui ragionare ancora in termini di comunità nazionali è un anacronismo, un ferro vecchio che non solo non ci aiuta più, ma che anzi ci impedisce di capire e di vivere serenamente il mondo del 2015. Il vero cambiamento si avrà quando Aylan non lo considereremo più un bambino curdo ma un bambino e basta.

9 Settembre 2015

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